Scritto per noi da
Alice Colombi
Fantasmi del
passato. Il centro di Nablus
sembra una montagna di detriti: scheletri di case, fabbriche e attività
commerciali cedute sotto le bombe ricordano il dolore di una guerra di cui si
fatica a comporre un quadro completo e veritiero. Ognuno sembra avere le
proprie ragioni, qui come dall’altra parte del muro che spezza simbolicamente
questa terra, stremata dal protrarsi delle ostilità. “Qui i soldati hanno raso
al suolo un edificio senza dare ultimatum: è sopravvissuta solo una madre di
famiglia, gli altri non ce l’hanno fatta”, racconta Samir, un giovane dallo
sguardo carico di risentimento. Qui ci sono persone che fanno volontariato in
ambulanza per assistere
le vittime degli scontri a fuoco, ma che allo stesso tempo hanno scelto la
lotta armata: scelte difficili da comprendere fuori da questa realtà. “Eppure
comuni”, aggiunge un suo amico.
Infanzie rubate. I bambini rincorrono i turisti incuriositi,
mascherano sguardi tristi dietro sorrisi apparentemente ingenui: si cresce in
fretta quando si vive nella povertà, nella violenza e nel dolore. Nella città
vecchia regnano taciti equilibri che non conviene mettere in discussione. Due
passi per i vicoli di Balata - il più popolato dei 3 campi profughi della
città - bastano a capire che qui lo spazio per il dialogo è ancora meno:
occhiate che mettono in soggezione, parole e gesti irrispettosi, lanci di
pietre verso i visitatori. Sono ragazzi che dimostrano il doppio della loro età
e faticano comprendere le intenzioni di chi visita il loro ambiente. Difficile
creare un rapporto, e tuttavia non si può scordare che qui, come
nella città vecchia e negli altri campi profughi - Askar e al Ein -, l’esercito
israeliano invade ogni notte le strade del quartiere.
Le cicatrici. Un residente di Nablus spiega come poche famiglie
possano vantare una fedina penale pulita a Balata. Parla del fratello
condannato a 10 anni di carcere, proclamandone l’innocenza. Un suo amico
interviene per raccontare come pure suo fratello abbia ingiustamente trascorso
33 giorni in prigione: “Queste cose sono comuni: a volte esistono prove o
indizi nei confronti di coloro che vengono prelevati dalle proprie case, ma non
è indispensabile perché accada”. Tre anni fa il giovane B. ha conosciuto due
pakistani con passaporto inglese, ha mantenuto con loro contatti superficiali
via mail, ma gli sono stati fatali. Una mattina i soldati hanno fatto irruzione
a casa sua mentre dormiva e lo hanno prelevato sotto gli occhi di madre,
fratelli e sorelle. Lo hanno picchiato e lo hanno caricato su una jeep dove lo
hanno colpito ancora fino al check-point di Huwwara. Una volta in Israele è
stato portato in una prigione presso Tel Aviv. Lì è stato bersaglio di sputi
e insulti. “Sono stato tenuto 4 giorni in una cella di quattro metri cubi, in
condizioni igieniche pessime e malnutrito. Oggi B. ha 19 anni, e racconta con
rassegnazione di un altro sogno mancato: “Avrei dovuto prender parte a un campo
estivo in Italia, assieme all’Inter F.C. Avremmo potuto incontrare i giocatori
e magari dare due calci a un pallone..”. Poi è iniziata l’Intifada, che insieme
al suo sogno ne ha spazzati via tanti altri, lasciando segni indelebili nei
cuori e nelle menti.

Due mondi vicini,
eppure distanti. Da Nablus a
Ramallah sono 45 minuti di auto. Oltre il check point di Qalandya si respira
un’aria diversa: molte donne non portano l'hijab, il velo che copre il capo, altre camminano con le
braccia scoperte, nella gelateria del centro diversi tavolini sono occupati da
gruppi di donne. Qui c’è il quartier generale dell’Autorità Palestinese e
l’attenzione dei media è molto maggiore rispetto al resto del Paese: qui si
trova la maggior parte delle Ong dei Territori Occupati e risiede la
maggioranza degli internazionali che vi lavorano. A Ramallah ci sono 4 centri
culturali e una ventina di pub nei quali, a differenza di Nablus e di altre
città del nord, è possibile consumare alcolici. Molta gente ha avuto la
possibilità di studiare all’estero o di viaggiare: una ragazza risponde “of
course” quando le viene chiesto se sia mai uscita dalla Palestina. A Nablus
alla stessa domanda la gente risponde di non essere nemmeno mai uscita dalla
città, bastano le dita di due mani per contare il numero di donne per
le vie del centro senza velo, e un tavolo di sole donne al bar susciterebbe
clamore.
Il ricorso alla fede. Lo stato d’assedio, le continue invasioni, la
chiusura dei check point, l’arroganza dell’esercito israeliano e le umiliazioni
in genere: tutto questo uccide la speranza in un futuro diverso e spinge molte
persone a riparare nella tradizione, l’unica certezza disponibile. Nablus era
la città più prosperosa della Palestina prima che l’economia locale venisse
distrutta dall’Intifada. Qui molte persone conoscono l’ebraico perché prima
della guerra lavoravano in Israele. “La prima Intifada ha provocato dolore e
distruzione, ma una volta conclusa la gente ha provato a ricominciare.
All’epoca era ancora possibile costruire dei ponti con la società civile
israeliana, ma oggi, anche quella speranza è venuta meno.
Obbligati a resistere. Nablus,
Ramallah, Hebron, Betlemme, Jenin, Gerico, Tulkarem: un viaggio fra
queste
città rivela come all’interno della Palestina esistano realtà
totalmente
differenti e poco comunicanti. “Uno dei principali obiettivi della
strategia di
occupazione perpetrata negli anni da Israele era l’isolamento delle
città
palestinesi”, sostiene il direttore di una radio di Nablus.
“Intralciando la comunicazione e la collaborazione interna attraverso
la
rete di insediamenti, check point e postazioni militari, il governo
israeliano
è riuscito a indebolire la capacità organizzativa della resistenza
locale".
Samah, ventiquattrenne di Nablus attiva da dieci anni sul fronte della
resistenza non-violenta all’occupazione, racconta diversi tentativi di
costruire ponti fra le realtà attive nelle principali città
palestinesi:
“Esistono centinaia di Ong attive sul territorio perché, in assenza di
potere
politico, sono state il nostro principale strumento di reazione
pacifica.”