29/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Scorci di vita quotidiana nei territori: dai campi profughi di Nablus a Ramallah
Scritto per noi da
Alice Colombi
 
Fantasmi del passato. Il centro di Nablus sembra una montagna di detriti: scheletri di case, fabbriche e attività commerciali cedute sotto le bombe ricordano il dolore di una guerra di cui si fatica a comporre un quadro completo e veritiero. Ognuno sembra avere le proprie ragioni, qui come dall’altra parte del muro che spezza simbolicamente questa terra, stremata dal protrarsi delle ostilità. “Qui i soldati hanno raso al suolo un edificio senza dare ultimatum: è sopravvissuta solo una madre di famiglia, gli altri non ce l’hanno fatta”, racconta Samir, un giovane dallo sguardo carico di risentimento. Qui ci sono persone che fanno volontariato in ambulanza per assistere le vittime degli scontri a fuoco, ma che allo stesso tempo hanno scelto la lotta armata: scelte difficili da comprendere fuori da questa realtà. “Eppure comuni”, aggiunge un suo amico.
 
Infanzie rubate. I bambini rincorrono i turisti incuriositi, mascherano sguardi tristi dietro sorrisi apparentemente ingenui: si cresce in fretta quando si vive nella povertà, nella violenza e nel dolore. Nella città vecchia regnano taciti equilibri che non conviene mettere in discussione. Due passi per i vicoli di Balata - il più popolato dei 3 campi profughi della città - bastano a capire che qui lo spazio per il dialogo è ancora meno: occhiate che mettono in soggezione, parole e gesti irrispettosi, lanci di pietre verso i visitatori. Sono ragazzi che dimostrano il doppio della loro età e faticano comprendere le intenzioni di chi visita il loro ambiente. Difficile creare un rapporto, e tuttavia non si può scordare che qui, come nella città vecchia e negli altri campi profughi - Askar e al Ein -, l’esercito israeliano invade ogni notte le strade del quartiere.
 
Le cicatrici. Un residente di Nablus spiega come poche famiglie possano vantare una fedina penale pulita a Balata. Parla del fratello condannato a 10 anni di carcere, proclamandone l’innocenza. Un suo amico interviene per raccontare come pure suo fratello abbia ingiustamente trascorso 33 giorni in prigione: “Queste cose sono comuni: a volte esistono prove o indizi nei confronti di coloro che vengono prelevati dalle proprie case, ma non è indispensabile perché accada”. Tre anni fa il giovane B. ha conosciuto due pakistani con passaporto inglese, ha mantenuto con loro contatti superficiali via mail, ma gli sono stati fatali. Una mattina i soldati hanno fatto irruzione a casa sua mentre dormiva e lo hanno prelevato sotto gli occhi di madre, fratelli e sorelle. Lo hanno picchiato e lo hanno caricato su una jeep dove lo hanno colpito ancora fino al check-point di Huwwara. Una volta in Israele è stato portato in una prigione presso Tel Aviv. Lì è stato bersaglio di sputi e insulti. “Sono stato tenuto 4 giorni in una cella di quattro metri cubi, in condizioni igieniche pessime e malnutrito. Oggi B. ha 19 anni, e racconta con rassegnazione di un altro sogno mancato: “Avrei dovuto prender parte a un campo estivo in Italia, assieme all’Inter F.C. Avremmo potuto incontrare i giocatori e magari dare due calci a un pallone..”. Poi è iniziata l’Intifada, che insieme al suo sogno ne ha spazzati via tanti altri, lasciando segni indelebili nei cuori e nelle menti.
 
Due mondi vicini, eppure distanti. Da Nablus a Ramallah sono 45 minuti di auto. Oltre il check point di Qalandya si respira un’aria diversa: molte donne non portano l'hijab, il velo che copre il capo, altre camminano con le braccia scoperte, nella gelateria del centro diversi tavolini sono occupati da gruppi di donne. Qui c’è il quartier generale dell’Autorità Palestinese e l’attenzione dei media è molto maggiore rispetto al resto del Paese: qui si trova la maggior parte delle Ong dei Territori Occupati e risiede la maggioranza degli internazionali che vi lavorano. A Ramallah ci sono 4 centri culturali e una ventina di pub nei quali, a differenza di Nablus e di altre città del nord, è possibile consumare alcolici. Molta gente ha avuto la possibilità di studiare all’estero o di viaggiare: una ragazza risponde “of course” quando le viene chiesto se sia mai uscita dalla Palestina. A Nablus alla stessa domanda la gente risponde di non essere nemmeno mai uscita dalla città, bastano le dita di due mani per contare il numero di donne per le vie del centro senza velo, e un tavolo di sole donne al bar susciterebbe clamore.
 
Il ricorso alla fede. Lo stato d’assedio, le continue invasioni, la chiusura dei check point, l’arroganza dell’esercito israeliano e le umiliazioni in genere: tutto questo uccide la speranza in un futuro diverso e spinge molte persone a riparare nella tradizione, l’unica certezza disponibile. Nablus era la città più prosperosa della Palestina prima che l’economia locale venisse distrutta dall’Intifada. Qui molte persone conoscono l’ebraico perché prima della guerra lavoravano in Israele. “La prima Intifada ha provocato dolore e distruzione, ma una volta conclusa la gente ha provato a ricominciare. All’epoca era ancora possibile costruire dei ponti con la società civile israeliana, ma oggi, anche quella speranza è venuta meno.
 
Obbligati a resistere. Nablus, Ramallah, Hebron, Betlemme, Jenin, Gerico, Tulkarem: un viaggio fra queste città rivela come all’interno della Palestina esistano realtà totalmente differenti e poco comunicanti. “Uno dei principali obiettivi della strategia di occupazione perpetrata negli anni da Israele era l’isolamento delle città palestinesi”, sostiene il direttore di una radio di Nablus. “Intralciando la comunicazione e la collaborazione interna attraverso la rete di insediamenti, check point e postazioni militari, il governo israeliano è riuscito a indebolire la capacità organizzativa della resistenza locale". Samah, ventiquattrenne di Nablus attiva da dieci anni sul fronte della resistenza non-violenta all’occupazione, racconta diversi tentativi di costruire ponti fra le realtà attive nelle principali città palestinesi: “Esistono centinaia di Ong attive sul territorio perché, in assenza di potere politico, sono state il nostro principale strumento di reazione pacifica.”
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