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E’ seduta sul divano
Mèlanie. Gambe incrociate. Mani nelle mani. Si esprime in un italiano fluente.
Lo ha studiato a Parigi, dove frequenta l’università. “Sono sempre stata
attaccata alla speranza di riabbracciare mia madre un giorno, ma sento che
adesso sia di vitale importanza fare qualcosa in più. Il momento è delicato”.
Ha le idee chiare la giovane figlia di Ingrid Betancourt, rapita in Colombia nel febbraio 2002, e la sua analisi non esula dalla
politica, le sue denunce non risparmiano nessuno. “Il presidente Alvaro Uribe,
che controlla tutto, qualche volta finge di aprirsi a un accordo umanitario.
Lui sa che c’è un’opinione pubblica in Colombia che è fermamente convinta della
necessità di questo accordo. Per questo si dice disponibile. Ma mente. in
realtà non fa niente per i sequestrati. Tutti coloro che hanno cercato una
mediazione fra le parti hanno fatto un buco nell’acqua, perché il governo ha
sempre finto di scendere a patti, per poi agire loscamente e mandare a monte
tutto, ammantando scuse improponibili. Magari spiffera notizie delicate ai mass
media e le trattative si sgretolano o si impunta su assurdi dettagli logistici.
Parlare e riparlare dei preliminari; discutere all’infinito sulle piccolezze è
ormai prassi in queste pseudotrattive. Non pensano che mentre loro blaterano,
migliaia di vite umane sono appese a un filo. Il governo e i guerriglieri nei
loro infiniti discorsi sembrano avere tutto il tempo del mondo. Ma mia mamma non ce l’ha. I tremila
rapiti non ce l’hanno”.
In attesa di un
miracolo. Nell’affrontare questo
argomento lo sguardo di Mèlanie si fa più severo. E con la mano destra aperta
gesticola in modo da puntualizzare ogni concetto, come per fissarlo,
focalizzarlo. “Le elezioni presidenziali si avvicinano. È per questo che
sarebbe importante una concreta pressione internazionale. Darebbe la spinta
decisiva. Il prossima anno ci saranno le elezioni e capita spesso che i
politici siano costretti a far cose particolarmente popolari ed eclatanti pur
di guadagnare consensi. Adesso più che mai abbiamo bisogno della solidarietà di
tutti. E’ la nostra unica speranza. Una pressione internazionale forte da parte
della Francia e di alcuni altri Paesi europei c’è già, ma ora occorre che tutti
gli stati che riconoscono la guerra in Colombia e che credono che non si possa
più ignorare, si uniscano e facciano sentire la loro voce. Non si può
continuare così. La Colombia non può continuare così”.
Senza appoggi. La famiglia Betancourt è sola contro tutti in
Colombia. Nessun appoggio dalla classe dirigente, per la quale la giovane donna
ha parole taglienti, pronunciate con calma freddezza. “Quando l’hanno rapita,
la classe tradizionale politica ha gioito. Mia madre era scomoda, troppo,
perché scavava fra corrotti e corruttori,. E su di lei hanno sparato cattiverie
inaudite. Ne hanno dette di tutti i colori. Cose orribili. Poi, dopo la messa
in onda dei video in cui lei è apparsa così forte, così determinata e altruista,
si sono dovuti azzittire. Sentendola parlare mai a suo nome, ma sempre e solo
per la Colombia e per il suo futuro, hanno dovuto cambiare registro. Ma è
rimasta, comunque, indifferente. È il popolo della Colombia a non averla
abbandonata, a preoccuparsi, a pregare affinché la liberino".
La guerra. “Quando riesco a distaccarmi un po’ da questo
vortice che mi assorbe, mi chiedo come di fronte a quello che sta accadendo, ai
morti, ai desplazados, si possa continuare tranquillamente a vivere come se
niente fosse, senza rivoltarsi. Perché non se ne parla di Colombia? Perché il
mondo se l’è dimenticata? La Colombia è in guerra. Una guerra radicata nella
profonda ingiustizia sociale, nella violenza, nell’immane corruzione. Ed
è proprio sulla corruzione che mia mamma era concentrata. È questa la chiave di
tutto. È da lì che parte tutto”. Adesso è inquieta, arrabbiata. “I desplazados
sono un problema tragico” incalza Mélanie “e anche per loro il governo non sta
facendo nulla. Sono lì, nella miseria assoluta. Questa gente vive nel terrore,
pressata da tutte le parti in lotta. Se solo le Farc chiedono loro un piatto
caldo o qualche alimento, subito dopo arrivano i paramilitari, li accusano di
esserne
i fiancheggiatori, e li ammazzano tutti. Non hanno libertà. Sono essi stessi
dei sequestrati. È l’intero popolo colombiano a esserlo”.Stella Spinelli