02/11/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Mèlanie Betancourt racconta la guerra in Colombia
Mèlanie BetancourtE’ seduta sul divano Mèlanie. Gambe incrociate. Mani nelle mani. Si esprime in un italiano fluente. Lo ha studiato a Parigi, dove frequenta l’università. “Sono sempre stata attaccata alla speranza di riabbracciare mia madre un giorno, ma sento che adesso sia di vitale importanza fare qualcosa in più. Il momento è delicato”. Ha le idee chiare la giovane figlia di Ingrid Betancourt, rapita in Colombia nel febbraio 2002, e la sua analisi non esula dalla politica, le sue denunce non risparmiano nessuno. “Il presidente Alvaro Uribe, che controlla tutto, qualche volta finge di aprirsi a un accordo umanitario. Lui sa che c’è un’opinione pubblica in Colombia che è fermamente convinta della necessità di questo accordo. Per questo si dice disponibile. Ma mente. in realtà non fa niente per i sequestrati. Tutti coloro che hanno cercato una mediazione fra le parti hanno fatto un buco nell’acqua, perché il governo ha sempre finto di scendere a patti, per poi agire loscamente e mandare a monte tutto, ammantando scuse improponibili. Magari spiffera notizie delicate ai mass media e le trattative si sgretolano o si impunta su assurdi dettagli logistici. Parlare e riparlare dei preliminari; discutere all’infinito sulle piccolezze è ormai prassi in queste pseudotrattive. Non pensano che mentre loro blaterano, migliaia di vite umane sono appese a un filo. Il governo e i guerriglieri nei loro infiniti discorsi sembrano avere tutto il tempo del  mondo. Ma mia mamma non ce l’ha. I tremila rapiti non ce l’hanno”.
 
i due figli di Indrid BetancourtIn attesa di un miracolo. Nell’affrontare questo argomento lo sguardo di Mèlanie si fa più severo. E con la mano destra aperta gesticola in modo da puntualizzare ogni concetto, come per fissarlo, focalizzarlo. “Le elezioni presidenziali si avvicinano. È per questo che sarebbe importante una concreta pressione internazionale. Darebbe la spinta decisiva. Il prossima anno ci saranno le elezioni e capita spesso che i politici siano costretti a far cose particolarmente popolari ed eclatanti pur di guadagnare consensi. Adesso più che mai abbiamo bisogno della solidarietà di tutti. E’ la nostra unica speranza. Una pressione internazionale forte da parte della Francia e di alcuni altri Paesi europei c’è già, ma ora occorre che tutti gli stati che riconoscono la guerra in Colombia e che credono che non si possa più ignorare, si uniscano e facciano sentire la loro voce. Non si può continuare così. La Colombia non può continuare così”.
 
L’ultima carta. Per questo Mèlanie ha scelto di mettersi in gioco e di girare l’Europa raccontando, parlando di sua madre, del suo Paese. “Non abbiamo altra possibilità. Che possiamo fare noi come famiglia? Il governo Uribe non vuole un accordo e le Farc non si sono rese conto che liberare i sequestrati sarebbe stato un gesto umanitario talmente forte che avrebbe tolto ogni dubbio sulla loro identità. Finalmente il mondo avrebbe smesso di catalogarli come terroristi e li avrebbe visti come guerriglieri, come belligeranti. Ma loro sono nella giungla da quaranta anni e sono convinta che non si rendano conto di tante cose. Sono come fuori dal mondo. E noi che possiamo fare in mezzo a queste due parti? Utilizzare bene questo importante momento, raccontando, sensibilizzando. Se si agirà bene penso che riusciremo a riabbracciare mia mamma e tutti gli altri. Non abbiamo altre carte da giocare”.
 
Melanie BetancourtSenza appoggi. La famiglia Betancourt è sola contro tutti in Colombia. Nessun appoggio dalla classe dirigente, per la quale la giovane donna ha parole taglienti, pronunciate con calma freddezza. “Quando l’hanno rapita, la classe tradizionale politica ha gioito. Mia madre era scomoda, troppo, perché scavava fra corrotti e corruttori,. E su di lei hanno sparato cattiverie inaudite. Ne hanno dette di tutti i colori. Cose orribili. Poi, dopo la messa in onda dei video in cui lei è apparsa così forte, così determinata e altruista, si sono dovuti azzittire. Sentendola parlare mai a suo nome, ma sempre e solo per la Colombia e per il suo futuro, hanno dovuto cambiare registro. Ma è rimasta, comunque, indifferente. È il popolo della Colombia a non averla abbandonata, a preoccuparsi, a pregare affinché la liberino".
 
Su chi puntare. “La classe ricca è cieca. Eppure sono benestanti, coloro che hanno la fortuna di poter avere un’istruzione, coloro che hanno i mezzi per avere una visione globale del mondo, a dover far qualcosa per aiutare la Colombia, per far finire questa guerra. I colombiani poveri hanno altri a cui pensare, di urgente, di impellente. Anche se nei quartieri patinati non si combatte, la guerra c’è, è lì, a pochi passi. Come possono ignorarla? La comunità internazionale apra gli occhi a questi colombiani che non sanno quello che fanno. Dal governo non ci si può aspettare niente”.
 
Melanie BetancourtLa guerra. “Quando riesco a distaccarmi un po’ da questo vortice che mi assorbe, mi chiedo come di fronte a quello che sta accadendo, ai morti, ai desplazados, si possa continuare tranquillamente a vivere come se niente fosse, senza rivoltarsi. Perché non se ne parla di Colombia? Perché il mondo se l’è dimenticata? La Colombia è in guerra. Una guerra radicata nella profonda ingiustizia sociale, nella violenza, nell’immane corruzione. Ed è proprio sulla corruzione che mia mamma era concentrata. È questa la chiave di tutto. È da lì che parte tutto”. Adesso è inquieta, arrabbiata. “I desplazados sono un problema tragico” incalza Mélanie “e anche per loro il governo non sta facendo nulla. Sono lì, nella miseria assoluta. Questa gente vive nel terrore, pressata da tutte le parti in lotta. Se solo le Farc chiedono loro un piatto caldo o qualche alimento, subito dopo arrivano i paramilitari, li accusano di esserne i fiancheggiatori, e li ammazzano tutti. Non hanno libertà. Sono essi stessi dei sequestrati. È l’intero popolo colombiano a esserlo”.
 
Fuori dall’oblio. “Io so che non stiamo lottando per niente. So che quello che facciamo aiuta mia mamma e tutti i sequestrati. E aiuta la Colombia intera a uscire dal dimenticatoio che la condanna a rimanere terra di sangue e oppressione”
 

Stella Spinelli

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