scritto per noi da
Michelangelo Severgnini

La primavera di quest’anno in Iraq non ha i colori della primavera. È una primavera
di fuoco. Il suo è un vento di morte e non il solito soffio di vita che ravviva
la natura. Gli uccelli non rallegrano il cielo con i loro voli e canti allegri.
Gli unici volatili che girano sono elicotteri che sputano fuoco e seminano desolazione.
Il fuoco, la morte e la desolazione attirano una strana specie di cavallette…
cavallette umane che distruggono tutto sul loro passaggio: i “
Hawassim” (i decisivi). È il nome dato dalla gente di Baghdad a questa orda di vandali
che hanno messo la città a fuoco dopo l’occupazione.
Baghdad è tutta sotto sopra. Gli invasori ne hanno preso possesso ma non hanno
riportato la calma. In tante strade si combatte ancora. Ci sono ancora gruppi
di soldati del vecchio regime che non vogliono arrendersi, che continuano a combattere.
Ma quelli che occupano veramente la città sono le armate dei Hawassim. Centinaia di persone che non esitano a seguire le forze d’occupazione da vicino.
Prendendo possesso di ogni luogo liberato. Lo scenario è sempre lo stesso. Elicotteri,
blindati poi fanteria per pacificare completamente i luoghi. Poi, se la postazione
non è considerata di interesse strategico, la si lascia alla mercè delle folle.
Comincia allora il saccheggio. La gente si porta tutto quello che potrebbe servire
a qualcosa e poi ci appicca il fuoco.
Ma la febbre del saccheggio non coinvolge solo le istituzioni e i vari centri
del potere. Non si salva niente di pubblico, ma sono attaccati anche beni di privati,
negozi, fabbriche, magazzini. Gruppi di giovani armati e pronti a tutto girano
le strade. La città sembra affondare nel Caos più assoluto e le forze d’occupazione
non sembrano prestarci la minima attenzione. Sotto gli occhi dei cittadini di
Baghdad vengono saccheggiate e bruciate banche, amministrazioni, biblioteche,
musei, teatri…
La città sembra aver completamente perso il senno. Eppure nel cuore della tormenta
un gruppo di giovani decide di reagire facendo quello che loro giudicano “la cosa
più lontana dalla guerra, dalla barbarie e del vandalismo”: si raggruppano e decidono
di produrre arte.
Bassem è uno di questi giovani. Scultore di formazione e di mestiere. L’abbiamo
trovato che lavorava ad una gigantesca scultura nel cortile della biblioteca nazionale.
“Non chiedermi della città, dice. Chiedetemi piuttosto del fiume, del nostro
Tigri. É in lui che mi riconosco. Stare lungo le sue sponde e ammirarlo mi rilassa
tantissimo, mi ricarica sempre di speranza. Perché il fiume è il testimone immutabile
della vita della città. Nonostante tutto quello che succede, egli rimane sempre
presente, placido e generoso e non si lascia influenzare”.
L’arte, secondo Bassem, è l’espressione umana che si trova all’opposto della
guerra e dei saccheggi. È l’atto costruttivo di civiltà. Mentre la violenza è
atto distruttivo e quindi è l’inciviltà stessa.

“Dopo la presa di Baghdad e dopo i primi giorni di follia distruttrice che se
ne sono seguiti, siamo usciti e abbiamo cominciato a piangere per la nostra città.
Ci siamo riuniti sulle rovine del teatro
Arrashid e abbiamo montato una
piece lì, sulle rovine. Per piangere la nostra città devastata, ma anche per dare
e ricevere speranza – spiega Bassem - per dire che non sono le istituzioni che
fanno la cultura ma un popolo. Allora da lì abbiamo deciso di reagire, di fare
qualcosa per dimostrare che quello iracheno non è solo un popolo di piromani e
saccheggiatori. Che anche noi sappiamo pensare, amare e praticare il nostro amore.
Abbiamo raccolto quel poco di materiale che avevamo ancora e siamo andati sulla
Piazza del
Firdaus, laddove gli americani avevano abbattuto la statua di Saddam e senza chiedere
permesso a nessuno, neanche al carro armato che presidiava la piazza, abbiamo
realizzato una scultura dedicata alla pace e alla libertà in mezzo al Caos. E
credo che ci siamo riusciti. Perché per un piccolo momento le telecamere delle
televisioni internazionali si sono dimenticate della guerra, delle violenze e
dei saccheggi e hanno guardato noi”.
Siamo in piedi in mezzo a quello che rimane della biblioteca nazionale. L’odore
di bruciato non è scomparso anche dopo un anno. Bassem ci porta in giro e ci fa
da guida. Conosce molto bene i luoghi, per averli percorsi in tutti i sensi sia
prima che dopo l’incendio. Ci racconta di quei momenti terribili, di come per
quattro giorni interi, c’era una folla come impazzita che correva in tutti i sensi
dentro questo stabile. C’era di tutto, uomini maturi e ragazzi, anche qualche
donna. Si vedevano persone che si portavano via di tutto: computer, mobili, strumenti,
apparecchi. Soprattutto libri, tanti libri.
C’erano i saccheggiatori comuni che cercavano apparecchiature e mobili, ma c’erano
quelli specializzati che sapevano esattamente quello che volevano e dove trovarlo.
Gente che cercava libri rari e pezzi d’archivio preziosi: vecchi manoscritti,
libri d’arte, documenti storici autentici.
Ma a fare più male, più dei furti era l’incendio.
Bassem ha tentato di parlare con qualcuno e di chiedere: perché? Poteva capire
il furto, motivato dall’avidità, ma l’incendio, perché? Ma la risposta disinvolta
dell’altro lo lasciò senza parole: “Per vedere, perché dentro non c’era luce.”
Bassem oggi è amareggiato ma non perde la speranza. Continua a sperare, continua
a battersi. L’arte è sempre stato il suo modo di lottare. Anche durante i lunghi
anni di dittatura, non aveva mai smesso di parlare, di dire la sua attraverso
le sue sculture.

“Il regime era di essenza beduina, la sua cultura era principalmente rurale,
mentre l’arte moderna è l’espressione della “urbanità”. Loro non lo potevano capire.
Il linguaggio artistico moderno era per loro come il cinese”, spiega Bassem, “
È per ciò non ci hanno creato problemi. Non hanno mai capito quello che dicevamo.
Poi c’erano le difficoltà per chi non era artista del regime, per chi non produceva
ritratti del
Rais e altre icone del gruppo dirigente. Ma l’artista è un essere maledetto, è malato
della sua arte e nessuna forza al mondo (tranne la morte) può impedirgli di praticare
la sua arte. Se non si avevano le materie con cui si voleva lavorare, si lavorava
con quello che uno aveva. L’importante è non fermarsi mai, non smettere di pensare
e di produrre”.
E così Bassem non si fermò mai, non smise mai “di amare e praticare il proprio
amore”, come dice lui. Ma insieme a Bassem ce ne sono migliaia di artisti che
non hanno mai smesso di produrre e di sperare nonostante tutto. Durante il nostro
soggiorno a Baghdad ne abbiamo incontrato tanti: Mohanad, il giovane ballerino
con la sua compagnia di studenti d’arte drammatica appassionati di danza moderna,
che non avendo più il professore continuano a studiare via internet e ad allenarsi
da soli; Rana la giovane attrice dagli occhi grandi come il mare; Ammar e Zaid
che si ostinano a voler produrre cinema e Ava la pittrice che ha deciso di non
dipingere più donne sottomesse e remissive ma solo donne in slancio che vogliono
esistere e amano tutto nella loro femminilità.
Salutiamo Bassem sull’ingresso principale. Appena ci allontaniamo lo vediamo
che già assorto si rimette al lavoro sulla sua opera. Si mette a lavorare con
tanta cura e pazienza. Sembra non accorgersi nemmeno della temperatura di 50°C
che regna all’ombra dei portici della Biblioteca Nazionale di Baghdad.