L’attacco con tre autobombe contro l’Hotel Palestine, nel
cuore di Baghdad, ha causato vittime tra gli iracheni: guardie della sicurezza
e passanti. Ma l’obiettivo degli attentatori era entrare nell’albergo, simbolo
della stampa internazionale, per sequestrare giornalisti o personale delle
organizzazioni internazionali (come la Halliburton, ndr.) che vi alloggiano.
L’albergo era stato attaccato anche nell’aprile 2003, con colpi di mortaio
sparati da soldati Usa che avevano ucciso i video operatori Joe Caruso di
Telecinco e Taras Protsyuk della Reuters.

Giornalisti nel
mirino. Che gli operatori dell’informazione siano nel mirino della
guerriglia è dimostrato dai numerosi rapimenti e omicidi avvenuti dal 2003 ad
oggi. L’ultimo, ha visto coinvolto il reporter irlandese del Guardian Rory
Carroll, rapito da milizie sciite e liberato il 21 ottobre. Sono oltre ottanta
i giornalisti - iracheni soprattutto, ma anche internazionali - che sono stati
uccisi da allora. Il 20 ottobre è toccato a Mohammad Harun Hassan, segretario
del Sindacato dei Giornalisti Iracheni: quattro colpi, sparati in pieno
centro di Baghdad. Un suo collega, Moaid al Lami ha commentato la notizia
dichiarando: “Si tratta di un deprecabile tentativo di indebolire il sindacato
e uccidere le speranze di un giornalismo indipendente e
professionale.” Anche il direttore della Federazione dei Giornalisti Iracheni
(Fij) Aidan White ha condannato la vigliaccheria degli attacchi aggiungendo che
è
“Urgente fare tutto il possibile per minimizzare i rischi che i giornalisti
devono affrontare”. A questo scopo la federazione ha varato un programma di
esercitazioni per la sicurezza degli operatori dell’informazione “Abbiamo creato
un sito web con informazioni sulla sicurezza e redatto un manuale specifico per
i rischi iracheni – spiega Aidan White, che però ritiene neccessario – fare
pressione sulle autorità perché mettano fine agli attacchi contro i nostri
colleghi”. Anche le agenzie stampa sono state prese di mira: nel novembre 2004
un’autobomba colpì la sede di Baghdad della Tv satellitare al Arabiya uccidendo
cinque persone, e nello stesso periodo anche l’Iraq Media Network è stato
centrato da colpi di mortaio.
Un mestiere
difficile. I giornalisti in Iraq sono mal visti anche dalle forze della
coalizione, come dimostra il caso di Ali Omar Arbrahem al Mashhadani, cameraman
Reuters, arrestato a Ramadi da soldati Usa e tuttora detenuto senza accuse
dalla Coalizione che lo ha definito “Una minaccia per il popolo iracheno”.
Peggio che a lui è andata al tecnico del suono Whaleed Khaled, colpito a morte
dai soldati Usa, e a Rafed Mahmoud al-Rubai, freelance per al Irakiya, ucciso
il 3 settembre mentre seguiva una manifestazione. In quella circostanza David
Schlesinger, un dirigente della Reuters, rimarcò l’importanza dell’informazione
indipendente e sottolineò: “Nelle relazioni con l’esercito Usa la politica
è una sola: se non siete embedded non possiamo fare nulla per proteggervi”.
Di fronte a queste minacce il Guardian, come altre testate, ha deciso di
ritirare provvisoriamente il proprio staff dall’Iraq: “Dopo un incidente come
(il rapimento di Carroll, ndr.) – ha dichiarato la corrispondente Harriet
Sherwood –abbiamo bisogno di ripensare a fondo il modo in cui è possibile
riportare una storia”. Al momento delle grandi agenzie stampa, solo Cnn, Ap e
BBC non hanno in programma di lasciare il Paese.

Erosione di uno status. Oggi i giornalisti in Iraq
sono in una terra di mezzo tra l’informazione partigiana dei media legati alla
coalizione e la parodia di quella stessa, usata contro di loro dai
guerriglieri, che realizzano servizi per internet e Tv sugli attacchi ai
convogli, gli elicotteri abbattutti, i rapimenti e le decapitazioni. Entrambe
le parti cercano di creare la propria verità. “Magari gli Stati Uniti non hanno
una exit strategy – ha scritto Stephen Smith su Electronic Iraq – ma i media
hanno bisogno di una existence strategy (una strategia di sopravvivenza, ndr.)
contro le minacce all’autorevolezza del giornalismo”. “Gli ufficiali di Bush –
prosegue Smith - hanno utilizzato diverse tecniche giornalistiche a loro uso e
consumo. Storie riprese secondo il principio della parte per il tutto, per cui
una parziale vittoria può essere raccontata come un successo totale, gli attori
politici
come incarnazioni del bene o del male”. E che dire della sfacciata omissione,
negli ultimi mesi, delle immagini delle bare dei soldati Usa? Il giornalista
indipendente Robert Fisk, che ha sempre rimproverato ai colleghi di praticare
un
giornalismo
da albergo, oggi ha riadattato la definizione in
giornalismo da fortezza,
ma ha anche dovuto ammettere che il miglior giornalismo possibile nell’Iraq di
oggi è quello del
topo (in trappola). Fisk ha infatti raccontato di dover lavorare sul campo
intempi strettissimi, affrontando gravi rischi e difficoltà di movimento
insormontabili. “Una delle gioie delle potenze occupanti è che i giornalisti
non possono muoversi - ha scritto - “Niente del giornalismo che vedo di solito
[..] trasmette davvero l’agonia totale e la sofferenza dell’Iraq. È molto
triste dover dire che non so se potremo continuare a lavorare qui”.