27/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il giornalismo indipendente in Iraq, oggi è un mestiere impossibile
L’attacco con tre autobombe contro l’Hotel Palestine, nel cuore di Baghdad, ha causato vittime tra gli iracheni: guardie della sicurezza e passanti. Ma l’obiettivo degli attentatori era entrare nell’albergo, simbolo della stampa internazionale, per sequestrare giornalisti o personale delle organizzazioni internazionali (come la Halliburton, ndr.) che vi alloggiano. L’albergo era stato attaccato anche nell’aprile 2003, con colpi di mortaio sparati da soldati Usa che avevano ucciso i video operatori Joe Caruso di Telecinco e Taras Protsyuk della Reuters.
  L'esplosione al Palestine hotel
Giornalisti nel mirino. Che gli operatori dell’informazione siano nel mirino della guerriglia è dimostrato dai numerosi rapimenti e omicidi avvenuti dal 2003 ad oggi. L’ultimo, ha visto coinvolto il reporter irlandese del Guardian Rory Carroll, rapito da milizie sciite e liberato il 21 ottobre. Sono oltre ottanta i giornalisti - iracheni soprattutto, ma anche internazionali - che sono stati uccisi da allora. Il 20 ottobre è toccato a Mohammad Harun Hassan, segretario del Sindacato dei Giornalisti Iracheni: quattro colpi, sparati in pieno centro di Baghdad. Un suo collega, Moaid al Lami ha commentato la notizia dichiarando: “Si tratta di un deprecabile tentativo di indebolire il sindacato e uccidere le speranze di un giornalismo indipendente e professionale.” Anche il direttore della Federazione dei Giornalisti Iracheni (Fij) Aidan White ha condannato la vigliaccheria degli attacchi aggiungendo che è “Urgente fare tutto il possibile per minimizzare i rischi che i giornalisti devono affrontare”. A questo scopo la federazione ha varato un programma di esercitazioni per la sicurezza degli operatori dell’informazione “Abbiamo creato un sito web con informazioni sulla sicurezza e redatto un manuale specifico per i rischi iracheni – spiega Aidan White, che però ritiene neccessario – fare pressione sulle autorità perché mettano fine agli attacchi contro i nostri colleghi”. Anche le agenzie stampa sono state prese di mira: nel novembre 2004 un’autobomba colpì la sede di Baghdad della Tv satellitare al Arabiya uccidendo cinque persone, e nello stesso periodo anche l’Iraq Media Network è stato centrato da colpi di mortaio.
 
Rory CarrollUn mestiere difficile. I giornalisti in Iraq sono mal visti anche dalle forze della coalizione, come dimostra il caso di Ali Omar Arbrahem al Mashhadani, cameraman Reuters, arrestato a Ramadi da soldati Usa e tuttora detenuto senza accuse dalla Coalizione che lo ha definito “Una minaccia per il popolo iracheno”. Peggio che a lui è andata al tecnico del suono Whaleed Khaled, colpito a morte dai soldati Usa, e a Rafed Mahmoud al-Rubai, freelance per al Irakiya, ucciso il 3 settembre mentre seguiva una manifestazione. In quella circostanza David Schlesinger, un dirigente della Reuters, rimarcò l’importanza dell’informazione indipendente e sottolineò: “Nelle relazioni con l’esercito Usa la politica è una sola: se non siete embedded non possiamo fare nulla per proteggervi”. Di fronte a queste minacce il Guardian, come altre testate, ha deciso di ritirare provvisoriamente il proprio staff dall’Iraq: “Dopo un incidente come (il rapimento di Carroll, ndr.) – ha dichiarato la corrispondente Harriet Sherwood –abbiamo bisogno di ripensare a fondo il modo in cui è possibile riportare una storia”. Al momento delle grandi agenzie stampa, solo Cnn, Ap e BBC non hanno in programma di lasciare il Paese.
 
Erosione di uno status. Oggi i giornalisti in Iraq sono in una terra di mezzo tra l’informazione partigiana dei media legati alla coalizione e la parodia di quella stessa, usata contro di loro dai guerriglieri, che realizzano servizi per internet e Tv sugli attacchi ai convogli, gli elicotteri abbattutti, i rapimenti e le decapitazioni. Entrambe le parti cercano di creare la propria verità. “Magari gli Stati Uniti non hanno una exit strategy – ha scritto Stephen Smith su Electronic Iraq – ma i media hanno bisogno di una existence strategy (una strategia di sopravvivenza, ndr.) contro le minacce all’autorevolezza del giornalismo”. “Gli ufficiali di Bush – prosegue Smith - hanno utilizzato diverse tecniche giornalistiche a loro uso e consumo. Storie riprese secondo il principio della parte per il tutto, per cui una parziale vittoria può essere raccontata come un successo totale, gli attori politici come incarnazioni del bene o del male”. E che dire della sfacciata omissione, negli ultimi mesi, delle immagini delle bare dei soldati Usa? Il giornalista indipendente Robert Fisk, che ha sempre rimproverato ai colleghi di praticare un giornalismo da albergo, oggi ha riadattato la definizione in giornalismo da fortezza, ma ha anche dovuto ammettere che il miglior giornalismo possibile nell’Iraq di oggi è quello del topo (in trappola). Fisk ha infatti raccontato di dover lavorare sul campo intempi strettissimi, affrontando gravi rischi e difficoltà di movimento insormontabili. “Una delle gioie delle potenze occupanti è che i giornalisti non possono muoversi - ha scritto - “Niente del giornalismo che vedo di solito [..] trasmette davvero l’agonia totale e la sofferenza dell’Iraq. È molto triste dover dire che non so se potremo continuare a lavorare qui”.  

Naoki Tomasini

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