stampa
invia
“Berrai il sangue dei
tuoi amici”. Ramazan Tembotov, in un’intervista a Gazeta.ru,
ha raccontato che domenica 23 ottobre stava camminando per Nalchik quando è
stato arrestato senza motivo. “Agenti con il passamontagna si sono avvicinati
a
me e mi hanno immobilizzato a terra senza darmi spiegazioni e coprendomi di
insulti. Per fortuna sono riuscito a chiamare un mio amico ai servizi segreti,
che evidentemente si è mosso per tirarmi fuori dai guai. Mi hanno portato in
prigione, mi hanno maltrattato ma dopo avermi riconosciuto non è stata usata
violenza nei miei confronti. Ho avuto comunque modo di vedere quello che
succedeva nelle stanze e nelle celle agli altri detenuti: venivano torturati
come nemmeno la Gestapo faceva! Nessun avvocato presente, nessun
interrogatorio, solo torture. Torture che duravano fino a quando il detenuto
non diceva di essere colpevole e non faceva i nomi di altre persone. Sono
rimasto in quell’inferno per 24 ore. Quando ho chiesto da bere perché avevo
sete, un poliziotto mi ha risposto: ‘Niente acqua, ma potrai dissetarti con il
sangue dei tuoi amici”.
Duemila arresti in
due settimane. “Dal 13 ottobre in poi – continua a raccontare Tembotov –
sono state arrestate almeno duemila persone a Nalchik, stando al numero delle
denunce sporte delle madri dei ragazzi prelevati dalla polizia durante i
rastrellamenti o fermati per la strada. Denunce che nessuno qui, nel governo
locale, sembra minimamente intenzionato a prendere in considerazione. Le forze
dell’ordine locali arrestano tutti i praticanti musulmani locali, tutti quelli
che frequentano le moschee, tutti quelli che in passato hanno criticato il
governo e chiunque abbia anche una minima macchia sulla propria fedina penale.
E se non bastano, arrestano gente a caso. Il loro obiettivo è raggiungere il
numero di arresti e di confessioni di ‘terrorismo’ prefissate da Mosca. E pur
di farlo, non esitano a ricorrere alla tortura per ottenere false confessioni”.
Trasformare detenuti
comuni in terroristi. La clamorosa denuncia di Tembotov era stata preceduta
la scorsa settimana da una notizia riportata dal sito islamico russo Islam.ru in cui si leggeva che,
proprio per raggiungere la quota prefissata di confessioni di terrorismo, anche
i detenuti comuni che già stavano scontando una pena prima dei fatti del 13
ottobre, ora vengono torturati per convincerli a confessare la loro
appartenenza a gruppi estremisti islamici. Una pratica che, a quanto pare, è
stata autorizzata dall’amministrazione repubblicana della Cabardino-Balcaria.
I
fatti si riferiscono alla colonia penale di Kamenka e sono stati denunciati
dall’avvocato Valery Khatazhukov, il quale ha raccolto le denunce dei familiari
di alcuni di questi detenuti. I loro nomi sono Alexey Zaharov, Denis Kosenko,
Atmir Karatsukov, Alim Khubiyev, Rustam Khaynazarov e Rajj Bulatov. “Azioni
illegali che non contribuiscono in alcun modo alla stabilizzazione della
situazione”, ha commentato l’avvocato Khatazhukov.
Musulmani arrestati e torturati anche in Adigezia. Questo provocatorio atteggiamento
persecutorio delle autorità russe verso le comunità islamiche locali non fa che
radicalizzare la conflittualità latente in queste regioni. E la cosa più
grave è che questo avviene non solo là dove si sono già verificati scontri
armati e attacchi terroristici, ma anche in quelle poche aree del Caucaso russo
che sono rimaste, almeno per ora, immuni dal ‘contagio ceceno’, vale a dire la
repubblica della Karachievo-Circassia e la regione del Krasnodar. Il 22
ottobre la polizia ha arrestato l’imam e i fedeli che uscivano dalla moschea di
Maikop, capoluogo dell’Adigezia, provincia circassa nel cuore del Krasnodar. I
detenuti sono stati portati in prigione, costretti a spogliarsi, picchiati e
torturati per tutta la notte per far sì che confessassero di appartenere a
‘gruppi estremisti’. L’accusa con cui sono stati arrestati è che portavano
tutti la barba lunga. Poi sono stati anche incriminati per ‘teppismo’. La
locale comunità islamica ha dichiarato che questa azione è stata condotta su
ordine di Mosca in relazione ai fatti di Nalchik. Fatti che, così, rischiano
fortemente di ripetersi. Enrico Piovesana