Scritto per noi da
Alice Colombi
A Nablus, in Cisgiordania, si trova una delle università palestinesi più accreditate:
l’An Najah National University, fondata 30 anni fa sui colli di una città diventata
suo malgrado teatro di guerra. Oggi l’ateneo conta 12 mila studenti e tra le numerose
facoltà non manca un dipartimento di Pubbliche Relazioni, nel cui ambito rientra
il corso di laurea in Giornalismo. Il dipartimento ha avviato alcuni progetti
volti a diffondere una cultura di pace e solidarietà attraverso i mass media.
Tra questi, Voice of An Najah, una radio locale nata su iniziativa dell’università.

La radio. An Najah ha iniziato a trasmettere nel luglio 2003, a meno di un anno dall’invasione
della città nella primavera del 2002. Fin dal principio, spiega il direttore della
radio, uno degli obiettivi principali è stato comunicare con la società, mettendo
in onda programmi che prestano attenzione alla quotidianità locale: “Produciamo
diversi format - spiega Ayman Al Nimer, direttore dell'emittente - ma diamo poco
spazio al varietà. Dati i rapporti che ci legano all’università e al conflitto
in cui viviamo, sentiamo la responsabilità di proporre contenuti che stiano a
cuore al cittadino: democrazia, diritti umani e rispetto della legge”. Ci si è
proposti di fornire ai 120 studenti di giornalismo uno strumento di esercitazione:
oggi il 10 percento dei programmi viene prodotto da loro, con la supervisione
di personale qualificato. Significativo, data l’anima conservatrice della città,
il fatto che 3 dipendenti su 7 siano donne. Essere un’organizzazione no-profit
consente una certa libertà nella scelta dei programmi, non esiste alcun tipo di
dipendenza da spot pubblicitari. Ma ci sono dei limiti: “Non possiamo schierarci
politicamente - continua Al Nimer - poiché il ruolo dell’università è quello di
continuare a fornire i propri servizi nonostante le difficoltà della situazione,
di garantire la continuità del processo formativo. Abbiamo una buona libertà decisionale
ma i nostri confini sono chiari. Vogliamo spingere gli ascoltatori sulla via del
dialogo, non fomentare la violenza”.
Copertura e palinsesto. Una delle trasmissioni più seguite è “Prospettive Globali”, dove intervengono
ospiti internazionali in visita, cui viene chiesto di raccontare la loro esperienza
nel paese, le impressioni e il punto di vista sull’intero conflitto. Ci sono anche
programmi educativi realizzati in cooperazione con emittenti internazionali (come
Radio France International) e un bollettino in inglese. Un’altra scelta particolarmente
interessante è quella di aprire le linee telefoniche per dare al pubblico la possibilità
di far sentire la propria voce su svariati argomenti, un sistema usato anche per
inviare messaggi ai propri cari nelle carceri israeliane. Voice of An Najah è
anche online, il loro sito web è ricevibile 18 ore al giorno, da qualsiasi parte
del mondo. Il territorio montuoso non agevola la diffusione di onde radio, senza
contare gli ostacoli interposti da Israele: “Nablus è circondata da colline alte
circa 900 metri – spiega Al Nimer - è come trovarsi all’interno di un sandwhich.
Senza un trasmettitore sulla cima è impossibile trasmettere all’esterno, ma purtroppo,
posizionarne uno è impossibile per via delle postazioni militari israeliane e
delle colonie tutt’intorno”. Oggi la radio copre il nord della Cisgiordania,
dove è fra le più ascoltate. “Non disponiamo di statistiche ufficiali, ma la qualità
dei nostri programmi è superiore rispetto alla maggioranza dell’offerta sul mercato.
Per rendersene conto -prosegue il direttore - basta chiedere ad un qualsiasi taxista
di Nablus quale canale stia ascoltando”.

Prospettive. Estendere la copertura del territorio palestinese è l’obiettivo principale,
ma da parte israeliana i tentativi di boicottaggio non mancano: subito dopo la
creazione dell’Autorità Palestinese, ci sono stati dei negoziati per dividere
le frequenze tra le parti, ma ancora oggi non si è giunti ad un accordo. Accade
così che Israele cerchi di occupare il più possibile lo spazio disponibile fino
ad invadere frequenze che non gli spetterebbero. “A volte, dopo due settimane
di trasmissione su una frequenza, siamo costretti a cambiarla perché loro si sono
inseriti”. Le uniche alternative sono i cambi di frequenza o la scelta di trasmettere
contemporaneamente su diverse lunghezze d’onda. “In passato un’altra radio ha
tentato di installare un trasmettitore sulla collina: in un giorno l’esercito
si è presentato e ha danneggiato irreparabilmente l’apparecchio”. In futuro si
pensa di ampliare gli spazi e rinnovare le attrezzature. Si prevede di organizzare
scambi di volontari con altre emittenti internazionali e si progetta la creazione
di una piccola Tv locale: “Tutto dipenderà dai fondi, che sono ancora limitati”.
Il progetto è finanziato dal ministero dell’Educazione tramite l’università, ma
anche dalle tasse degli studenti, dalle donazioni di alcuni paesi del Golfo e
di palestinesi residenti all’estero. C’è invece pessimismo sul fronte della collaborazione
con emittenti che operano dall’altra parte del muro: “Forse in passato la società
locale avrebbe accettato un discorso del genere, ma dopo l’invasione con cui si
è tornati ad insanguinare le nostre terre e le nostre vite 5 anni fa, è difficile
riscostruire i ponti che c’erano prima. È venuta a mancare la fiducia e la comunità
non è ancora pronta a tendere la mano”.