25/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Trasmettere in Palestina oggi: Voice of An-Najah, una radio universitaria
Scritto per noi da
Alice Colombi
A Nablus, in Cisgiordania, si trova una delle università palestinesi più accreditate: l’An Najah National University, fondata 30 anni fa sui colli di una città diventata suo malgrado teatro di guerra. Oggi l’ateneo conta 12 mila studenti e tra le numerose facoltà non manca un dipartimento di Pubbliche Relazioni, nel cui ambito rientra il corso di laurea in Giornalismo. Il dipartimento ha avviato alcuni progetti volti a diffondere una cultura di pace e solidarietà attraverso i mass media. Tra questi, Voice of An Najah, una radio locale nata su iniziativa dell’università.
  La stanza per le interviste
La radio. An Najah ha iniziato a trasmettere nel luglio 2003, a meno di un anno dall’invasione della città nella primavera del 2002. Fin dal principio, spiega il direttore della radio, uno degli obiettivi principali è stato comunicare con la società, mettendo in onda programmi che prestano attenzione alla quotidianità locale: “Produciamo diversi format - spiega Ayman Al Nimer, direttore dell'emittente - ma diamo poco spazio al varietà. Dati i rapporti che ci legano all’università e al conflitto in cui viviamo, sentiamo la responsabilità di proporre contenuti che stiano a cuore al cittadino: democrazia, diritti umani e rispetto della legge”. Ci si è proposti di fornire ai 120 studenti di giornalismo uno strumento di esercitazione: oggi il 10 percento dei programmi viene prodotto da loro, con la supervisione di personale qualificato. Significativo, data l’anima conservatrice della città, il fatto che 3 dipendenti su 7 siano donne. Essere un’organizzazione no-profit consente una certa libertà nella scelta dei programmi, non esiste alcun tipo di dipendenza da spot pubblicitari. Ma ci sono dei limiti: “Non possiamo schierarci politicamente - continua Al Nimer - poiché il ruolo dell’università è quello di continuare a fornire i propri servizi nonostante le difficoltà della situazione, di garantire la continuità del processo formativo. Abbiamo una buona libertà decisionale ma i nostri confini sono chiari. Vogliamo spingere gli ascoltatori sulla via del dialogo, non fomentare la violenza”.
 
Lo studio di registrazioneCopertura e palinsesto. Una delle trasmissioni più seguite è “Prospettive Globali”, dove intervengono ospiti internazionali in visita, cui viene chiesto di raccontare la loro esperienza nel paese, le impressioni e il punto di vista sull’intero conflitto. Ci sono anche programmi educativi realizzati in cooperazione con emittenti internazionali (come Radio France International) e un bollettino in inglese. Un’altra scelta particolarmente interessante è quella di aprire le linee telefoniche per dare al pubblico la possibilità di far sentire la propria voce su svariati argomenti, un sistema usato anche per inviare messaggi ai propri cari nelle carceri israeliane. Voice of An Najah è anche online, il loro sito web è ricevibile 18 ore al giorno, da qualsiasi parte del mondo. Il territorio montuoso non agevola la diffusione di onde radio, senza contare gli ostacoli interposti da Israele: “Nablus è circondata da colline alte circa 900 metri – spiega Al Nimer - è come trovarsi all’interno di un sandwhich. Senza un trasmettitore sulla cima è impossibile trasmettere all’esterno, ma purtroppo, posizionarne uno è impossibile per via delle postazioni militari israeliane e delle colonie tutt’intorno”.  Oggi la radio copre il nord della Cisgiordania, dove è fra le più ascoltate. “Non disponiamo di statistiche ufficiali, ma la qualità dei nostri programmi è superiore rispetto alla maggioranza dell’offerta sul mercato. Per rendersene conto -prosegue il direttore - basta chiedere ad un qualsiasi taxista di Nablus quale canale stia ascoltando”.
  Lo studio di registrazione
Prospettive. Estendere la copertura del territorio palestinese è l’obiettivo principale, ma da parte israeliana i tentativi di boicottaggio non mancano: subito dopo la creazione dell’Autorità Palestinese, ci sono stati dei negoziati per dividere le frequenze tra le parti, ma ancora oggi non si è giunti ad un accordo. Accade così che Israele cerchi di occupare il più possibile lo spazio disponibile fino ad invadere frequenze che non gli spetterebbero. “A volte, dopo due settimane di trasmissione su una frequenza, siamo costretti a cambiarla perché loro si sono inseriti”. Le uniche alternative sono i cambi di frequenza o la scelta di trasmettere contemporaneamente su diverse lunghezze d’onda. “In passato un’altra radio ha tentato di installare un trasmettitore sulla collina: in un giorno l’esercito si è presentato e ha danneggiato irreparabilmente l’apparecchio”. In futuro si pensa di ampliare gli spazi e rinnovare le attrezzature. Si prevede di organizzare scambi di volontari con altre emittenti internazionali e si progetta la creazione di una piccola Tv locale: “Tutto dipenderà dai fondi, che sono ancora limitati”. Il progetto è finanziato dal ministero dell’Educazione tramite l’università, ma anche dalle tasse degli studenti, dalle donazioni di alcuni paesi del Golfo e di palestinesi residenti all’estero. C’è invece pessimismo sul fronte della collaborazione con emittenti che operano dall’altra parte del muro: “Forse in passato la società locale avrebbe accettato un discorso del genere, ma dopo l’invasione con cui si è tornati ad insanguinare le nostre terre e le nostre vite 5 anni fa, è difficile riscostruire i ponti che c’erano prima. È venuta a mancare la fiducia e la comunità non è ancora pronta a tendere la mano”.
 
Categoria: Guerra, Media
Luogo: Israele - Palestina
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