scritto per noi da
Sara Dellabella

Si è
appena conclusa la contrattazione sull’ingresso della Turchia nell’UE e quelli
che erano refrattari, Austria su tutti, hanno accettatto a patto che si dia
inizio contestualmente alle trattative con la Croazia. Lo scambio di favori a
questo punto è fatto. Ma chissà quanti conoscono la vicenda di Simona Deidda che,
il 21 marzo scorso, durante un concerto in Kurdistan turco, veniva allontanata
e poi processata per direttissima per aver pronunciato in pubblico la frase “Viva
lo zio presidente”, dedicata a Ocalan, durante un concerto. A qualche mese di
distanza, quando la Turchia è già più vicina all’Europa, a Simona viene interdetto
l’ingresso nel democratico ed europeo stato turco per sette anni. Una diffida
che non colpisce solo l’artista cagliaritana, ma tutta la delegazione che l’accompagnava
in quel viaggio. Chi aiuta il popolo curdo turba l’ordine pubblico, almeno
secondo i giudici di Ankara. In modo assai singolare la sentenza diffida Simona
dal farsi vedere in giro in alcuni territori curdi, ma non l’acceso alla
Turchia stessa. Ovvero non ci sarebbero problemi se lei volesse fare una
vacanza ad Istanbul. In questa anomalia giudiziaria si spiega tutto il
problema. Non si è terroristi per aver messo a repentaglio la sicurezza della
Turchia, ma lo si diventa per aver appoggiato la rivendicazione di un popolo
alla propria identità, nominando in pubblico il nome di un leader prima
estradato e ora prigioniero.
Ti aspettavi oltre all’espulsione
di ricevere anche una condanna?
Non ho capito ancora bene che cosa sia successo.
Sono molto delusa, molto adirata. La condanna la temevo ed è arrivata. Per sette
anni non potrò mettere piede in Turchia. Non poteva andare diversamente, visto
che
i reati politici vengono puniti severamente, ed io in qualche modo ho commesso
un grosso reato.
Qual è il
contenuto della sentenza?
E’
la classica sentenza che colpisce tutti i turisti ‘sovversivi’, quelli
che
intendono difendere determinati ideali all'interno di un Paese in cui
la
democrazia non esiste. La libertà di opinione è un diritto universale,
l'uomo
che vive in uno stato democratico deve essere libero di esprimere il
proprio
pensiero. Oltre alla mia condanna, cioè i sette anni di diffida, vi è
una diffida per tutta la delegazione con cui sono partita per il Nevroz
(
festa curda ndr) del 21 Marzo del
2005, nella cittadina di Bingol. Inoltre credo di aver inteso bene,
visto che
attendo
ancora il documento tradotto, che per me ci sia un ulteriore diffida
per quanto
riguarda la provincia di Diarbackyr (capoluogo del Kurdistan turco).
Qual è la
speranza del popolo curdo? Ti senti responsabile nei loro confronti?
Mi sento responsabile e in parte voglio
chiedere scusa anche a loro. Non pensavo che con il mio gesto avrei scaturito
una serie di problematiche che comporteranno serie proibizioni ai cittadini di
Bingol. A quanto pare non gli sarà possibile festeggiare il Nevroz. Credetemi,
è difficile che le autorità locali concedano questa autorizzazione a una festa
che per loro non è altro che una celebrazione dei sentimenti d’identità di un
popolo martoriato.
Mi sento sconfitta e delusa, forse anche
ingenuamente ho dato vita a una forma di repressione. La mia preoccupazione
principale è rivolta ora alle persone che vivono li, che amo. Penso a quelli
che mi hanno aiutato, tra i quali il mio avvocato e la sua famiglia. Temo
tantissimo per la loro incolumità.
Cosa è
cambiato per il popolo kurdo da marzo 2005 a oggi?
La cronaca del mese
di settembre in Turchia, che i curdi chiamano “triste settembre”, non a caso,
è ampiamente
occupata dalla cocente delusione delle speranze di un inizio di dialogo
turco-kurdo suscitate dagli eventi di agosto, quando, nella provincia di
Batman, l'esercito turco aveva attaccato i guerriglieri kurdi, uccidendone sei.
I loro corpi sono stati portati all'ospedale di Batman, davanti al quale si è
riunito un gruppo di civili kurdi per chiedere la restituzione dei corpi. La
polizia li ha attaccati, sparando, uccidendo un giovane manifestante e
ferendone numerosi altri.
In molte località del Kurdistan turco i militari sono intervenuti contro la
popolazione: è successo a Diyarbakir, a Siirt, a Kurtalan, a Silvan e a Midyat.
I curdi si aspettavano molto dai negoziati, ma il 3 ottobre l'Europa ha quasi
del tutto dimenticato la questione kurda e i massicci attacchi che la Turchia
sta conducendo contro ogni ipotesi di pace. A quanto pare, il Consiglio dei
Ministri dell'Unione Europea ha del tutto ignorato l'appello che, dalla stessa
sede dell' Unione europea, era stato lanciato pochi giorni prima dalla Seconda
Conferenza Internazionale:"L'Europa, la Turchia e i Kurdi" Bruxelles,
19-20 settembre 2005”.

A tuo
avviso, la Turchia costituisce una minaccia per l’Europa?
Costituisce una minaccia per la propria gente.
Costituisce un grosso affare economico, per l'Italia e per tutti gli stati che
stanno portando avanti una campagna a favore dell’ingresso di Ankara. Non sono
di certo io che sottolineo questa preoccupazione. Uno stato dittatoriale
all'interno di una Unione strettamente economica è un pericolo per la propria
popolazione, ma per l'Unione che problema può creare? Nella Costituzione
Europea, ancora in stato embrionale, la tematica dei diritti umani non mi pare
al centro delle preoccupazioni. Si sta legalizzando solamente la condizione
della Turchia, uno stato anti-democratico all'interno di un sistema
democratico.
La tua vicenda è passata sotto silenzio in Italia. Come consideri questo
atteggiamento?
Non sono
io che posso dire dove sta o non sta il difetto dell’informazione in Italia. Ci
siamo abituati a vedere ogni giorno le scene cruente. Per assurdo mi immagino
una famiglia media, che quando gli aerei americani bombardavano l'Iraq poteva
godersi la scena tranquillamente dal divano. Non c'è interesse sociale, il
cittadino non riesce a capire bene cosa sia o non sia giusto, non c'è decenza
neanche nell'informazione, tutti sono a caccia di gossip e pettegolezzi
piuttosto che mettere in risalto che una loro connazionale si trova a subire un
processo per un reato d'opinione. E poi come disse un tempo fa un giornalista,
è meglio che determinate cose non si sappiano, gli italiani non devono sapere
cosa succede fuori dall'Italia. Colpa vostra che andate a mettervi nei guai con
tutte queste stronzate della Pace. Facile immaginare chi era il proprietario
del giornale per il quale lavorava quel giornalista