Il Brasile ha scelto: le armi continueranno ad essere prodotte e vendute. Ecco i perchè
Le armi in Brasile continueranno ad essere vendute. Oltre il 60 percento della
popolazione brasiliana, infatti, ha votato a favore della compravendita libera
delle armi da fuoco. Nonostante molte personalità, politiche ma anche del mondo
della cultura e dello spettacolo, avessero chiesto di votare si al referendum
in modo da vietare la vendita delle armi.
Scritto per noi da
Emerson Fontinelle*

In autobus, andando al lavoro, capita di imbattersi in discussioni interessanti
e diverse da quelle che si è abituati a sentire durante l’ora e mezza di percorso
verso il quartiere Brotas, centro della città di Salvador – Bahia.
Ho sentito per esempio una decina di persone, sedute in fondo all’autobus, che
parlavano del referendum sulle armi, come viene abitualmente chiamato dalla popolazione
brasiliana. Una parte di loro difendeva il sì con passione, contrario alla fabbricazione
di armi e munizioni e alla loro vendita. Gli altri difendevano strenuamente il
no.
Le ragioni del sì. Dalla parte del sì c'era la preoccupazione che, insistendo nella fabbricazione
e vendita di armi e munizioni, in Brasile sarebbe continuata la violenza e si
sarebbero perse molte vite. Il diritto alla vita, quindi, era la principale preoccupazione
dei difensori del sì.
“Solo con lo sradicamento delle armi dalla nostra società – dicevano - potremo
diminuire la violenza urbana e domestica, le morti morte dei bambini dovute all’inavvertenza
dei genitori che lasciano le armi a portata di mano, le morti provocate dalle
rapine di ladri che usano armi comprate legalmente e poi passate di mano, le azioni
terrorizzanti fatte dai banditi nelle comunità più povere e nelle favelas delle
grandi città e tanti altri incidenti di cui sono vittime i cittadini e le cittadine
brasiliane”.
Dalla parte del sì c'era la preoccupazione che, insistendo nella fabbricazione
e vendita di armi e munizioni, in Brasile sarebbe continuata la violenza e si
sarebbero perse molte vite. Il diritto alla vita, quindi, era la principale preoccupazione
dei difensori del sì. “Solo con lo sradicamento delle armi dalla nostra società
– dicevano - potremo diminuire la violenza urbana e domestica, le morti
dei bambini dovute all’inavvertenza dei genitori che lasciano le armi a portata
di mano, le morti provocate dalle rapine di ladri che usano armi comprate legalmente
e poi passate di mano, le azioni terrorizzanti fatte dai banditi nelle comunità
più povere e nelle favelas delle grandi città e tanti altri incidenti di cui sono
vittime i cittadini e le cittadine brasiliane”.
E quelle del no. Dall’altra parte, chi difendeva il no vedeva nel divieto di vendita delle armi
l’apertura delle case dei brasiliani ai ladri. La situazione attuale della lotta
contro la violenza da parte dello Stato Brasiliano – sostenevano i difensori del
no - non offre nessuna sicurezza per i cittadini e le cittadine. “Non è ancora
il momento di vietare il commercio delle armi in Brasile e di creare un piano
organizzato di lotta contro la violenza che funzioni. Rendere cosciente la popolazione
del pericolo di avere delle armi in casa può essere per ora sufficiente per la
diminuzione della violenza domestica”. Per chi sosteneva il no,insomma, il divieto
è “come collocare una insegna di fronte alle case del Brasile: in questa casa
non ci sono armi, potete entrare, rubare, uccidere”. E questa era infatti la grande
preoccupazione per la popolazione: se non funziona la lotta alla violenza da parte
del governo, che garanzie ci sono che i banditi non avrebbero accesso alle armi,
visto che hanno accesso a chili e chili di droga e di tecnologia da guerra per
combattere la polizia e continuare a rubare ed uccidere?
Fuori tempo, e anche fuori luogo. I brasiliani, in definitiva, avrebbero potuto dire “SI” a una vita senza armi
nelle loro case affidandosi alla sicurezza garantita dalla polizia?
In realtà il governo ha rimesso nelle mani dei cittadini una sua responsabilità.
E lo ha fatto dopo aver lasciato l'intero popolo in preda alla violenza, alla
fame, alla miseria, alla disoccupazione e alle tante altre difficoltà che fanno
del nostro paese una pseudo-democrazia. Che in più obbliga i suoi cittadini e
le sue cittadine a votare ad un referendum che è stato certamente una forzatura
anche e soprattutto nella scelta del momento.