29/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto di un operatore dell'Ong Ovci sulla vita dei giovani del Sud Sudan
Anna Mary, responsabile del dispensario di Usratuna Centre. Foto di Vincenzo Grauso. Vengono ogni tanto a trovarmi nel mio ufficio a Khartoum: sono Henry, Bosco, Emanuel “Raby”. E altri ancora. L’ufficio è quello di Ovci la Nostra Famiglia (Volunteer Organization for International Co-operation), che ha la sede principale nella capitale sudanese. Sono giovani o, in generale, persone di Juba, Central Equatoria State, capitale del Sud Sudan. Per me sono i “figli di Juba” perché sono, per la maggior parte, figli di dipendenti dell’Usratuna Centre for Handicapped Children di Juba, il centro di riabilitazione infantile che OVCI ha costruito nel 1984 (Box 1). Sono figli di Juba anche perché sono una espressione di questa terra e di una certa parte del Sud che, soprattutto per la guerra, è stata costretta a tentare vie alternative nella ricerca di un futuro migliore: per esempio emigrare a Khartoum.

Culture troppo diverse. Henry viene a trovarmi di pomeriggio per ritirare quanto le ha “spedito” la sorella Natalina, nutrizionista e insegnante per bambini disabili presso Usratuna. Mi racconta di quando è arrivato da Juba nel 2001. Da quell’anno è tornato solo una volta a casa, nel 2003, per il funerale del padre, morto per malattia. La famiglia di Henry è composta da quattro sorelle e da un fratello, oltre che dalla mamma. Il fratello, negli anni novanta, era emigrato in Uganda per motivi di studio, ma senza aver incontrato grande fortuna. Attualmente vive in un campo di rifugiati al confine col Sudan. Henry studia geologia e tecnica mineraria. Al termine degli studi, vorrebbe ritornare a Juba per ricongiungersi alla sua famiglia e cercare lavoro e sistemazione lì, “a casa sua”. Mi confessa che non gli piace vivere a Khartoum, non si trova bene in un ambiente che sente profondamente estraneo. Anche le sue amicizie sono soprattutto con persone del Sud: “Ho qualche amico del Nord, ma, in generale, credo che cultura e religione di Northener e Southerner siano troppo diverse tra loro, ed è molto difficile conciliarle. Meglio pensare ad una separazione. Si, forse questa è l’unica opzione possibile”. Colgo nelle parole di Henry come una mancanza di fiducia nelle possibilità di riconciliazione tra le parti, anche se è stata raggiunta la pace ed esiste un accordo che sembra progredire e costituisce una grossa speranza per il futuro di tutti i sudanesi.

Università di Juba, una delle sedi distaccate di Khartoum, zona Amarat. Foto di Vincenzo Grauso. Un lavoro dignitoso è raro. La mancanza di fiducia è qualcosa che sottolinea anche Bosco, figlio di Anna Mary, una donna di origine ugandese responsabile del dispensario farmaceutico di Usratuna. Bosco è a Khartoum, insieme al fratello Peter, per studiare. Frequenta la facoltà di ingegneria civile presso la Juba University, che alcuni anni fa ha deciso di aprire un distaccamento nella capitale, lasciando in loco pochissime facoltà. Bosco è un tipo tranquillo, che parla volentieri. Vedere il suo viso mi ricorda immediatamente la mamma. “Sono un displaced student. E’ così che mi sento”, mi dice, evidenziando la condizione in cui vive, di lontananza e di sradicamento dalla sua terra di origine. “Sono dovuto venire a Khartoum per motivi di studio. Andare all’università è una cosa che ho sempre sognato di fare. Purtroppo, a Juba non c’è la facoltà di ingegneria. Devo dire che il college che frequento non mi piace particolarmente: trovo, però, molto interessanti le prospettive che il titolo di studio mi può aprire per il futuro. Il mio sogno è di ritornare a Juba una volta laureato, trovare lavoro lì”. Bosco ha 23 anni ed è il primo di sei figli. Il papà è di Juba: negli anni ottanta è stato costretto ad emigrare in Uganda a causa della guerra, e lì si è sposato. E’ poi ritornato nella sua città di origine approfittando di un periodo di calma, anche se dopo poco è ripresa la guerra. Bosco è dal 2001 a Khartoum. “La vita qui è difficile. La gente non sembra essere molto incline ad aiutarti. Per uno del Sud è difficile trovare un lavoro dignitoso che non sia estremamente pesante o di basso livello. I Northerner non hanno fiducia nella gente del Sud. Poi siamo troppo diversi nella religione e nella cultura, facciamo fatica a convivere”.

Alcuni bambini trattati a Usratuna. Foto di Vincenzo Grauso. La separazione è la risposta. Sentendo le parole di Bosco, mi spiace pensare che ci sia poca fiducia tra le parti. Il rapporto che si ha, in quanto stranieri occidentali, a Khartoum è buono sia con i Northener, i sudanesi del Nord Sudan (una definizione semplificata, dal momento che ci sono anche i sudanesi del Darfur e dell’Est), sia con i Southerner (quelli del Sud Sudan). Sicuramente ci sono notevoli differenze culturali e caratteriali tra le due parti, che non possono essere ignorate per comprendere quanto accade. Comunque sia, le conseguenze di tanti anni di aspri conflitti si fanno sentire. E’ difficile anche solo pensare a cosa potrebbe aiutare i sudanesi per ritornare a rapporti più distesi, in attesa che passi il periodo di transizione previsto dal Comprehensive Peace Agreement (trattato di pace) e che si arrivi al referendum che dovrà fornire il responso sulla separazione del Sud Sudan dal Nord. In questo senso Bosco non ha dubbi: “La separazione è la risposta ai problemi del Sud”.
 
Continua
 
Vincenzo Grauso*

 
Categoria: Pace, Politica
Luogo: Sudan
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