29/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Hany Abu-Assad, il regista palestinese di Paradise Now
“Io tratto l’attacco suicida sfatando sia il mostro sia il martire: resta così solo l’essere umano, è lui che m’interessa”. In questa frase di Hany Abu-Assad c’è tutto il significato di Paradise Now, il film drammatico in questi giorni nelle sale italiane, dopo la presentazione per la stampa di settimana scorsa.
 
la locandina del filmIn presa diretta. Abu-Assad, regista palestinese nato a Nazareth e che vive in Danimarca, ha deciso di raccontare le ultime 48 ore di vita di due attentatori suicidi, Khaled e Said. I due ragazzi fanno i meccanici a Nablus e, per ordine dell’Organizzazione alla quale si sono affiliati, devono farsi esplodere a Tel Aviv, per vendicare la morte di un palestinese. Nel film c’è tutto il dramma di un popolo. La vita difficile di due giovani senza prospettive, l’ottuso integralismo dei fondamentalisti che stravolgono per fini politici il messaggio della religione e c’è la difficoltà di Suha, una amica dei due ragazzi, che vive a Parigi e, pur sentendo forte il legame con la sua terra, vive adesso lontana da un mondo che capisce sempre meno.
La storia è ambientata a Nablus, in Cisgiordania. Non una scelta a caso. “Ho scelto Nablus perché volevo che il film rendesse una realtà autentica, realistica”, racconta Hany, “volevo girare il film rendendo la situazione così come la viveva la gente”. Le riprese sono avvenute nel mezzo della Seconda Intifada e le immagini trasmettono tutta la tensione della violenza e della paura che si respirava in città. “La situazione era molto difficile”, racconta il regista palestinese, “la città era sotto assedio e si combatteva per strada. Noi stessi, attori e maestranze del film, abbiamo rischiato la vita, perché si sparava e si uccideva senza pensarci due volte. Ma era il clima giusto nel quale ambientare una storia come la mia. Volevamo proprio rendere quella tensione, quella paura”.
 
il cast del film, con hany al centroVite disperate. Il film racconta i dubbi, le paure, le angoscie di due persone che sanno di dover morire. E che sanno che uccideranno delle altre persona, ma sentono di non avere più scelta, ormai incastrati dall’organizzazione fondamentalista. Ma in questo momento, in Palestina, quanti Khaled e quanti Said ci sono? Quanti ragazzi che si trovano prigionieri di una danza macabra della morte e che sacrificano la loro vita uccidendo civili innocenti? “Non lo so e non è questo l’aspetto più importante”, risponde al-Assad, “il problema è che ci sono persone che preferiscono morire e uccidere altre persone piuttosto che accettare la logica dell’occupazione militare e le ingiustizie che questa, da sempre, porta con sé. Credo che il modo per fermare i kamikaze sia solo uno: quello di restituire ai palestinesi la loro dignità, di cessare l’occupazione dei Territori e di rispettare i diritti umani. Così, spero il prima possibile, avrebbe fine quella logica che porta dei ragazzi a ritenere senza alcun valore la loro vita e quella di tante persone”. I due ragazzi a un certo punto si dividono. Uno si ribella e torna indietro, ma non ha notizie dell’amico. Lo spettatore scoprirà il mondo degli attentatori suicidi e i rituali di morte che accompagnano queste persone, ma scoprirà anche le umane debolezze che li accompagnano. Il cinema di Abu-Assad si carica quindi della responsabilità, con tutti i rischi che comporta, di mostrare come la guerra lasci il campo alla logica della morte. Un cinema impegnato dunque.
 
una scena del filmNeorealismo arabo. Com’è la situazione del cinema palestinese? C’è una nuova generazione di giovani che, attraverso la macchina da presa, riescono a esprimersi? “Vedo un grande fermento, una gran voglia di raccontare”, risponde il regista, “ci sono tante cose che spingono i giovani verso il cinema. Essere giovani in Palestina significa nascere avendo già perso tutto: la libertà, la terra, la sicurezza. Questo sollecita il bisogno di comunicare, di far conoscere all’esterno una situazione e il cinema diventa un veicolo essenziale di questo malessere. Non mancano quindi né le storie né le idee, ma manca tutto il resto. Dalle strutture ai fondi per realizzare dei lavori. Credo che per proiettare il film in Palestina, mancando le sale cinematografiche, faremo come in quel bellissimo film italiano…Nuovo Cinema Paradiso…portando il film nelle piazze”. Un cinema pionieristico quindi, che racconta un quotidiano irto di difficoltà e che spinge a lavorare in condizioni dure, ma che finisce forse per rappresentare meglio la realtà. Un po’ com’è successo per il neo-realismo in Italia. Quella grande corrente del cinema italiano segnò la fine dell’incubo della guerra nel nostro Paese. C’è da sperare che sia lo stesso per Israele e Palestina. 

Christian Elia

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