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In presa diretta. Abu-Assad, regista palestinese
nato a Nazareth e che vive in Danimarca, ha deciso di raccontare le ultime 48
ore di vita di due attentatori suicidi, Khaled e Said. I due ragazzi fanno i
meccanici a Nablus e, per ordine dell’Organizzazione alla quale si sono
affiliati, devono farsi esplodere a Tel Aviv, per vendicare la morte di un
palestinese. Nel film c’è tutto il dramma di un popolo. La vita difficile di
due giovani senza prospettive, l’ottuso integralismo dei fondamentalisti che
stravolgono per fini politici il messaggio della religione e c’è la difficoltà
di Suha, una amica dei due ragazzi, che vive a Parigi e, pur sentendo forte il
legame con la sua terra, vive adesso lontana da un mondo che capisce sempre
meno.
Vite disperate. Il
film racconta i dubbi, le paure, le angoscie di due persone che sanno di dover
morire. E che sanno che uccideranno delle altre persona, ma sentono di non
avere più scelta, ormai incastrati dall’organizzazione fondamentalista. Ma in
questo momento, in Palestina, quanti Khaled e quanti Said ci sono? Quanti
ragazzi che si trovano prigionieri di una danza macabra della morte e che
sacrificano la loro vita uccidendo civili innocenti? “Non lo so e non è questo
l’aspetto più importante”, risponde al-Assad, “il problema è che ci sono
persone che preferiscono morire e uccidere altre persone piuttosto che
accettare la logica dell’occupazione militare e le ingiustizie che questa, da
sempre, porta con sé. Credo che il modo per fermare i kamikaze sia solo uno:
quello di restituire ai palestinesi la loro dignità, di cessare l’occupazione
dei Territori e di rispettare i diritti umani. Così, spero il prima possibile,
avrebbe fine quella logica che porta dei ragazzi a ritenere senza alcun valore
la loro vita e quella di tante persone”. I due ragazzi a un certo punto si
dividono. Uno si ribella e torna indietro, ma non ha notizie dell’amico. Lo
spettatore scoprirà il mondo degli attentatori suicidi e i rituali di morte che
accompagnano queste persone, ma scoprirà anche le umane debolezze che li
accompagnano. Il cinema di Abu-Assad si carica quindi della responsabilità, con
tutti i rischi che comporta, di mostrare come la guerra lasci il campo alla
logica della morte. Un cinema impegnato dunque.
Neorealismo arabo. Com’è
la situazione del cinema palestinese? C’è una nuova generazione di giovani che,
attraverso la macchina da presa, riescono a esprimersi? “Vedo un grande
fermento, una gran voglia di raccontare”, risponde il regista, “ci sono tante
cose che spingono i giovani verso il cinema. Essere giovani in Palestina
significa nascere avendo già perso tutto: la libertà, la terra, la sicurezza.
Questo sollecita il bisogno di comunicare, di far conoscere all’esterno una
situazione e il cinema diventa un veicolo essenziale di questo malessere. Non
mancano quindi né le storie né le idee, ma manca tutto il resto. Dalle
strutture ai fondi per realizzare dei lavori. Credo che per proiettare il film
in Palestina, mancando le sale cinematografiche, faremo come in quel bellissimo
film italiano…Nuovo Cinema Paradiso…portando il film nelle piazze”. Un cinema
pionieristico quindi, che racconta un quotidiano irto di difficoltà e che
spinge a lavorare in condizioni dure, ma che finisce forse per rappresentare
meglio la realtà. Un po’ com’è successo per il neo-realismo in Italia. Quella
grande corrente del cinema italiano segnò la fine dell’incubo della guerra nel
nostro Paese. C’è da sperare che sia lo stesso per Israele e Palestina. Christian Elia