24/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La paura dell'influenza aviaria ha pesanti effetti economici
Scritto per noi da
Stefano Feltri
 
Confezioni di farmaci. Copyright - Who/P. VirotLa Sars è stata la prova generale. Molti economisti avevano subito detto: uno shock come questo potrebbe invertire il processo di globalizzazione. Poi, fortunatamente, è passata senza fare troppi danni: meno di mille morti accertati. Oggi è il turno dell’influenza dei polli, l’H5N1, che potrebbe mettere in pericolo non solo milioni di vite, ma anche il sistema economico mondiale. Si è calcolato che, nel 2003, un solo caso di influenza aviaria fu sufficiente per far scendere dello 0,2 pel cento il Pil (la ricchezza annua prodotta da un paese) del Vietnam, in cui allevamento e agricoltura sono ancora molto importanti.

Paura negli investimenti. Una epidemia planetaria di influenza, oltre a distruggere economicamente gli allevatori di polli, avrebbe potenziali effetti a catena. La Sars ce ne ha dato un assaggio. Con la paura del contagio diminuiscono gli spostamenti, le compagnie aeree e le agenzie di viaggi, per prime, vedono ridursi i profitti. Sono costrette a licenziare, i disoccupati fanno crescere le tensioni all’interno del paese, che, più instabile, attira meno investimenti dall’estero. Oggi, che la pandemia fa molta paura, ci si pone un altro problema. Se voi foste un imprenditore, correreste il rischio di spendere qualche decina di milioni di euro per aprire una fabbrica in un paese in cui le persone, se l’influenza arriva, non hanno i soldi per curarsi? Potreste trovarvi da un giorno all’altro con tutti gli operai a letto o, peggio, morti. O, semplicemente, nessuno avrà voglia di presentarsi al lavoro per paura del contagio. In tutto il mondo solo nove paesi sono in grado, in teoria, di produrre un vaccino. E in piccole quantità. Australia, Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Olanda e Stati Uniti. Nessuno, però, sarebbe capace di produrne tanto da poterlo anche esportare. Nel più pessimista degli scenari, ognuno di questi paesi potrebbe chiudersi in se stesso, dichiarare lo stato di emergenza, e tagliare i ponti con il resto del mondo, aspettando che la tempesta passi. I paesi dell’Africa, del Sud America, dell’Europa dell’Est o le campagne cinesi, non avrebbero altra scelta che sperare in un naturale esaurimento dell’epidemia.

Preparazione di una vaccinazione. Copyright - Who/P. VirotCase farmaceutiche e vaccino. Ma, anche per i paesi ricchi, produrre un vaccino è complicato. E’ un processo lungo, che richiede molti investimenti da parte delle società farmaceutiche.
Poche sono le imprese che pare potranno produrre un vaccino per l’influenza dei polli, appena questo muterà nella versione in grado di trasmettersi da uomo a uomo.E qualcuno, dal vaccino, ha già cominciato a trarne vantaggio. Chi ha comprato in borsa azioni di questi gruppi farmaceutici ha trovato, per restare in tema, una gallina dalle uova d’oro. Il valore dei loro titoli è schizzato in alto, i grafici si sono impennati da quando, in settembre, è cresciuta l’attenzione sui malesseri dei polli.
Non importa che poi queste imprese riescano davvero a produrre il vaccino: i professionisti della finanza si saranno già arricchiti, comprando le azioni a basso prezzo e rivendendole ad uno più alto.Nell’attesa del vaccino, è partita la corsa ad accaparrarsi il Tamiflu, non un vaccino ma un farmaco di solito usato per contrastare i sintomi delle influenze stagionali da chi teme di essere stato esposto al virus e spera, grazie al Tamiflu, di evitare il contagio. Un trattamento costoso, che dura sei settimane, e che, in caso di emergenza, pochi potranno permettersi. Come per i vaccini, chi ci guadagna intanto sono gli azionisti della Roche, multinazionale farmaceutica produttrice del Tamiflu. Nei grafici che indicano il prezzo delle azioni in continua crescita (+12% negli ultimi mesi) c’è solo una breve, ma vistosa, flessione del 2%, quando, nei primi giorni di ottobre, la rivista scientifica Nature ha messo in dubbio l’efficacia del Tamiflu nel contrastare l’influenza aviaria.

Un ricercatore al microscopio. Copyright - Who/P. VirotScarso e costoso. Oggi un trattamento di cinque giorni col Tamiflu costa 60 dollari, ma la Roche ha promesso di ridurre il prezzo a 30, così da permettere ai governi di comprarlo in grandi quantità (comunque insufficienti per aiutare l’intera popolazione di un paese). Fino a questa estate la Roche, secondo la logica di ogni impresa normale, ha prodotto Tamiflu in piccole quantità, quelle che pensava di poter vendere. Oggi, quindi, non ci sono i magazzini pieni che servirebbero.Ma, anche se ce ne fosse abbastanza, non tutti potrebbero comprarlo. I paesi africani, che già hanno lo stesso problema con i farmaci anti-AIDS, chiedono un prezzo ridotto. Il settore farmaceutico risponde che vendere  le medicine a prezzo stracciato nei momenti in cui ce n’è maggior bisogno significa non avere i soldi  per poter poi investire nella produzione di nuovi farmaci.  La Roche spiega anche che nessuno, a parte lei, è in grado di produrre il Tamiflu. Servono troppe conoscenze, troppi investimenti, troppa esperienza. Su questo c’è qualche dubbio. In ogni caso, se anche la Roche producesse Tamiflu a pieno ritmo per i prossimi dieci anni, ce ne sarebbe abbastanza solo per il 20% della popolazione mondiale. Ma preoccupa soprattutto la caccia al Tamiflu partita in queste settimane, che potrebbe avere un effetto collaterale: secondo il dottor Arnold Monto, dell’università del Michigan, usare molto Tamiflu troppo presto potrebbe avere come unico risultato che il virus, quando muterà nella versione trasmettibile da uomo a uomo, sarà già resistente al farmaco.
Categoria: Salute, Economia
Luogo: asia e pacifico