
La Sars è stata la prova generale. Molti economisti avevano subito
detto: uno shock come questo potrebbe invertire il processo di
globalizzazione. Poi, fortunatamente, è passata senza fare
troppi danni: meno di mille morti accertati. Oggi è il turno dell’influenza dei
polli, l’
H5N1, che potrebbe mettere
in pericolo non solo milioni di vite, ma anche il sistema economico
mondiale. Si è calcolato che, nel 2003, un solo caso di influenza aviaria
fu sufficiente per far scendere dello 0,2 pel cento il Pil (la
ricchezza annua prodotta da un paese) del Vietnam, in cui allevamento e
agricoltura sono ancora molto importanti.
Paura negli investimenti. Una epidemia planetaria di
influenza,
oltre a distruggere economicamente gli allevatori di polli, avrebbe
potenziali effetti a catena. La Sars ce ne ha dato un assaggio. Con la
paura del contagio diminuiscono gli spostamenti, le compagnie aeree e
le agenzie di viaggi, per prime, vedono ridursi i profitti. Sono
costrette a licenziare, i disoccupati fanno crescere le tensioni
all’interno del paese, che, più instabile, attira meno investimenti
dall’estero.
Oggi, che la pandemia fa molta paura, ci si pone un altro problema. Se
voi foste un imprenditore, correreste il rischio di spendere qualche
decina di milioni di euro per aprire una fabbrica in un paese in cui le
persone, se l’influenza arriva, non hanno i soldi per curarsi? Potreste
trovarvi da un giorno all’altro con tutti gli operai a letto o, peggio,
morti. O, semplicemente, nessuno avrà voglia di presentarsi al lavoro
per paura del contagio.
In tutto il mondo solo nove paesi sono in grado, in teoria, di produrre
un vaccino. E in piccole quantità. Australia, Canada, Francia,
Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Olanda e Stati Uniti.
Nessuno,
però, sarebbe capace di produrne tanto da poterlo anche esportare.
Nel più pessimista degli scenari, ognuno di questi paesi potrebbe
chiudersi in se stesso, dichiarare lo stato di emergenza, e tagliare i
ponti con il resto del mondo, aspettando che la tempesta passi. I paesi
dell’Africa, del Sud America, dell’Europa dell’Est o le campagne
cinesi, non avrebbero altra scelta che sperare in un naturale
esaurimento dell’epidemia.
Case farmaceutiche e vaccino. Ma, anche per i paesi ricchi,
produrre un vaccino è complicato. E’ un processo lungo, che richiede
molti investimenti da parte delle società farmaceutiche.
Poche sono le imprese che pare potranno produrre un vaccino per
l’influenza dei polli, appena questo muterà nella versione in grado di
trasmettersi da uomo a uomo.E qualcuno, dal vaccino, ha già cominciato a trarne
vantaggio. Chi ha
comprato in borsa azioni di questi gruppi farmaceutici ha trovato,
per restare in tema, una gallina dalle uova d’oro. Il valore dei loro
titoli è schizzato in alto, i grafici si sono impennati da quando, in
settembre, è cresciuta l’attenzione sui malesseri dei polli.
Non importa che poi queste imprese riescano davvero a produrre il
vaccino: i professionisti della finanza si saranno già arricchiti,
comprando le azioni a basso prezzo e rivendendole ad uno più
alto.Nell’attesa del vaccino, è partita la corsa ad accaparrarsi il
Tamiflu,
non un vaccino ma un farmaco di solito usato per contrastare i sintomi
delle influenze stagionali da chi teme di essere stato esposto al virus
e spera, grazie al Tamiflu, di evitare il contagio. Un trattamento
costoso, che dura sei settimane, e che, in caso di emergenza, pochi
potranno permettersi. Come per i vaccini, chi ci guadagna intanto sono
gli azionisti della Roche, multinazionale farmaceutica produttrice del
Tamiflu. Nei grafici che indicano il prezzo delle azioni in continua
crescita
(+12% negli ultimi mesi) c’è solo una breve, ma vistosa, flessione del
2%, quando, nei primi giorni di ottobre, la rivista scientifica
Nature
ha messo in dubbio l’efficacia del Tamiflu nel contrastare l’influenza
aviaria.
Scarso e costoso.
Oggi un trattamento di cinque giorni col
Tamiflu costa 60 dollari, ma la Roche ha promesso di ridurre il prezzo
a 30, così da permettere ai governi di comprarlo in grandi quantità
(comunque insufficienti per aiutare l’intera popolazione di un
paese). Fino a questa estate la Roche, secondo la logica di ogni impresa
normale, ha prodotto Tamiflu in piccole quantità, quelle che pensava di
poter vendere. Oggi, quindi, non ci sono i magazzini pieni che
servirebbero.Ma, anche se ce ne fosse abbastanza, non tutti potrebbero
comprarlo. I
paesi africani, che già hanno lo stesso problema con i farmaci
anti-AIDS, chiedono un prezzo ridotto. Il settore farmaceutico risponde
che vendere le medicine a prezzo stracciato nei momenti in cui ce
n’è maggior bisogno significa non avere i soldi per poter poi
investire nella produzione di nuovi farmaci.
La Roche spiega anche che nessuno, a parte lei, è in grado di produrre
il Tamiflu. Servono troppe conoscenze, troppi investimenti, troppa
esperienza. Su questo c’è qualche dubbio. In ogni caso, se anche
la Roche producesse Tamiflu a pieno ritmo per i prossimi dieci anni, ce
ne sarebbe abbastanza solo per il 20% della popolazione mondiale. Ma preoccupa
soprattutto la
caccia al Tamiflu partita in queste settimane, che potrebbe avere
un effetto collaterale: secondo il dottor Arnold Monto, dell’università del
Michigan, usare molto Tamiflu troppo presto potrebbe avere
come unico risultato che il virus, quando muterà nella versione
trasmettibile da uomo a uomo, sarà già resistente al farmaco.