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Sono trascorse più di due settimane dal passaggio dell’uragano Stan in
Centro America: mentre la preoccupazione per il possibile arrivo
di Wilma è scemata, si continua a soccorrere le popolazioni colpite. Secondo
quanto riportato dalla sezione Americhe dell’Organizzazione mondiale
della sanità, decine di migliaia di persone in Guatemala, San Salvador,
Nicaragua e Messico hanno perso tutto e circa 70 centri sanitari sono
stati danneggiati o chiusi per la mancanza di condizioni di sicurezza.
Il Nicaragua è stato il Paese meno colpito, con 11 morti e poco più di
400 sfollati. In San Salvador, dove alla violenza dell’uragano si è aggiunta
la riattivazione del vulcano Ilamatepec, sono morte circa 70 persone e
gli sfollati, oltre 60mila, sono alloggiati in circa 600 ricoveri
temporanei; l’80 per cento delle strade è andato distrutto, 21 centri
sanitari sono stati danneggiati e altri tre evacuati.
La zona più colpita. Il Guatemala è il Paese colpito più duramente:
1.400 case distrutte, 5.300 danneggiate e oltre 100mila abitanti in
rifugi temporanei. “La dimensione di questo disastro è così grande che
saranno necessari soccorsi per diversi mesi. Le persone hanno bisogno
urgente di rifugi, cibo, assistenza sanitaria” ha dichiarato Nelson
Castano, della Federazione internazionale delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa. Il numero
di vittime non è ancora certo. I conteggi ufficiali dicono circa 700
morti, ma potrebbero essere addirittura 2mila. Intere comunità sono
state seppellite dagli smottamenti del terreno. E’ il caso di Panabaj,
chiamata ‘cimitero’ dalla popolazione. “Il villaggio e la zona
circostante avevano circa 6mila abitanti” racconta Olga Ruiz, di Medici
senza frontiere (Msf). “I gruppi di soccorso sono riusciti a recuperare
76 corpi: 41 bambini e per il resto quasi tutte donne. L’incontrollato
fiume di fango che scendeva dalla montagna li ha colti di sorpresa
nelle loro case, durante la notte, e li ha seppelliti vivi. Il
conteggio esatto dei morti non è noto. Si pensa che 2mila persone
vivano in rifugi o abbiano trovato altre sistemazioni”. Panabaj è stata
dichiarata area da alto rischio e ne è stato vietato l’accesso. Questo
rende rende ancora più pesante il carico psicologico degli sfollati:
“Non poter recuperare i propri morti o tornare nei posti dove il fango
li ha portati via è difficile per i sopravvissuti, perché impedisce
loro di piangere per chi hanno perduto” spiega Zohra Abaakouk, del
gruppo di Msf che si occupa di salute mentale.
La situazione in Chiapas. In Messico vi sono stati danni gravi alle
infrastrutture, ma il numero di vittime appare più limitato per le
operazioni di evacuazione. La zona più colpita è stato il Chiapas.
PeaceReporter ha sentito a San Cristobal de las Casas Cecilia Francini,
medico di Medici del Mondo (MdM): “Sono stati colpiti 52 municipi. Gli
ultimi resoconti del governo, una sottostima del quadro reale, parlano
di 99mila persone interessate dall’uragano, 63mila alloggiate in
ricoveri temporanei (sono quasi 500 in tutto il Chiapas). I morti sono
stati più o meno un centinaio. I rapporti ufficiali parlano di 29
vittime, ma secondo uno degli ultimi articoli usciti su La Jornada
(quotidiano nazionale, ndr) sembra ne siano state contate 109”.
Medici del Mondo è in Chiapas dal 1998 con un progetto di formazione di
promotori di salute indigeni. “La Segreteria del Ministero della salute
del Messico ci ha assegnato 12 comunità a Escuintla, una delle zone più
colpite dall’uragano (circa 6.500 persone). Fra
queste, otto non sono ancora raggiungibili con la macchina, ma per via
aerea”.
Cibo e acqua. “Le questioni più importanti ora sono la mancanza di
acqua potabile e di cibo” continua Francini. “E’ stato distrutto il 40
percento di tutte le colivazioni di mais e di caffé: persone che già
vivevano in condizioni difficili da un punto di vista economico, devono
fare i conti con un aumento dei prezzi del cibo anche di 3-4 volte”.
Nei giorni di maggiore emergenza, una tanica di acqua da 20 litri è
arrivata a costare 250 pesos, contro i 14 di prima. “Non c’è acqua
potabile, non c’è la luce nella maggior parte delle zone colpite, anche
se piano piano stanno ripristinando i servizi. Il grande problema è
quello della spazzatura: se ne stanno accumulando quintali, rimasti
vicino ai fiumi con il rischio di contaminazione delle acque”. Iniziano
anche ad aumentare i casi di malattie della pelle (soprattutto micosi),
congiuntiviti, infezioni delle vie aeree e diarree. “Sono stati
registrati due casi di dengue emorragico” aggiunge Francini. “I nostri
medici stanno promuovendo le adeguate misure preventive. Nelle acque
stagnanti o sporche i vettori del dengue proliferano molto più
facilmente”.
Valeria Confalonieri