23/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Mancano cibo e acqua potabile nelle zone colpite dall'uragano Stan
Foto di Olga Ruiz, Medici senza frontiereSono trascorse più di due settimane dal passaggio dell’uragano Stan in Centro America: mentre la preoccupazione per il possibile arrivo di Wilma è scemata, si continua a soccorrere le popolazioni colpite. Secondo quanto riportato dalla sezione Americhe dell’Organizzazione mondiale della sanità, decine di migliaia di persone in Guatemala, San Salvador, Nicaragua e Messico hanno perso tutto e circa 70 centri sanitari sono stati danneggiati o chiusi per la mancanza di condizioni di sicurezza. Il Nicaragua è stato il Paese meno colpito, con 11 morti e poco più di 400 sfollati. In San Salvador, dove alla violenza dell’uragano si è aggiunta la riattivazione del vulcano Ilamatepec, sono morte circa 70 persone e gli sfollati, oltre 60mila, sono alloggiati in circa 600 ricoveri temporanei; l’80 per cento delle strade è andato distrutto, 21 centri sanitari sono stati danneggiati e altri tre evacuati.
 
Foto di Olga Ruiz, Medici senza frontiereLa zona più colpita. Il Guatemala è il Paese colpito più duramente: 1.400 case distrutte, 5.300 danneggiate e oltre 100mila abitanti in rifugi temporanei. “La dimensione di questo disastro è così grande che saranno necessari soccorsi per diversi mesi. Le persone hanno bisogno urgente di rifugi, cibo, assistenza sanitaria” ha dichiarato Nelson Castano, della Federazione internazionale delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa. Il numero di vittime non è ancora certo. I conteggi ufficiali dicono circa 700 morti, ma potrebbero essere addirittura 2mila. Intere comunità sono state seppellite dagli smottamenti del terreno. E’ il caso di Panabaj, chiamata ‘cimitero’ dalla popolazione. “Il villaggio e la zona circostante avevano circa 6mila abitanti” racconta Olga Ruiz, di Medici senza frontiere (Msf). “I gruppi di soccorso sono riusciti a recuperare 76 corpi: 41 bambini e per il resto quasi tutte donne. L’incontrollato fiume di fango che scendeva dalla montagna li ha colti di sorpresa nelle loro case, durante la notte, e li ha seppelliti vivi. Il conteggio esatto dei morti non è noto. Si pensa che 2mila persone vivano in rifugi o abbiano trovato altre sistemazioni”. Panabaj è stata dichiarata area da alto rischio e ne è stato vietato l’accesso. Questo rende rende ancora più pesante il carico psicologico degli sfollati: “Non poter recuperare i propri morti o tornare nei posti dove il fango li ha portati via è difficile per i sopravvissuti, perché impedisce loro di piangere per chi hanno perduto” spiega Zohra Abaakouk, del gruppo di Msf che si occupa di salute mentale.

Foto di Olga Ruiz, Medici senza frontiere La situazione in Chiapas. In Messico vi sono stati danni gravi alle infrastrutture, ma il numero di vittime appare più limitato per le operazioni di evacuazione. La zona più colpita è stato il Chiapas. PeaceReporter ha sentito a San Cristobal de las Casas Cecilia Francini, medico di Medici del Mondo (MdM): “Sono stati colpiti 52 municipi. Gli ultimi resoconti del governo, una sottostima del quadro reale, parlano di 99mila persone interessate dall’uragano, 63mila alloggiate in ricoveri temporanei (sono quasi 500 in tutto il Chiapas). I morti sono stati più o meno un centinaio. I rapporti ufficiali parlano di 29 vittime, ma secondo uno degli ultimi articoli usciti su La Jornada (quotidiano nazionale, ndr) sembra ne siano state contate 109”. Medici del Mondo è in Chiapas dal 1998 con un progetto di formazione di promotori di salute indigeni. “La Segreteria del Ministero della salute del Messico ci ha assegnato 12 comunità a Escuintla, una delle zone più colpite dall’uragano (circa 6.500 persone). Fra queste, otto non sono ancora raggiungibili con la macchina, ma per via aerea”.

Foto di Olga Ruiz, Medici senza frontiere Cibo e acqua. “Le questioni più importanti ora sono la mancanza di acqua potabile e di cibo” continua Francini. “E’ stato distrutto il 40 percento di tutte le colivazioni di mais e di caffé: persone che già vivevano in condizioni difficili da un punto di vista economico, devono fare i conti con un aumento dei prezzi del cibo anche di 3-4 volte”. Nei giorni di maggiore emergenza, una tanica di acqua da 20 litri è arrivata a costare 250 pesos, contro i 14 di prima. “Non c’è acqua potabile, non c’è la luce nella maggior parte delle zone colpite, anche se piano piano stanno ripristinando i servizi. Il grande problema è quello della spazzatura: se ne stanno accumulando quintali, rimasti vicino ai fiumi con il rischio di contaminazione delle acque”. Iniziano anche ad aumentare i casi di malattie della pelle (soprattutto micosi), congiuntiviti, infezioni delle vie aeree e diarree. “Sono stati registrati due casi di dengue emorragico” aggiunge Francini. “I nostri medici stanno promuovendo le adeguate misure preventive. Nelle acque stagnanti o sporche i vettori del dengue proliferano molto più facilmente”.

Valeria Confalonieri

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