21/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In attesa del risultato, una testimonianza da Mosul sul referendum iracheno
vignetta satirica di un disegnatore giordano sul referendum in iraqSabato 15 ottobre, in Iraq, si è votato per l’approvazione della nuova Costituzione. Il referendum è stato salutato come un successo della nuova ‘democrazia’. Ci hanno raccontato di come quasi 10 milioni di persone hanno sfidato le autobombe e i kamikaze per recarsi alle urne. Ma non ci hanno detto di come le operazioni di voto si siano davvero svolte. Come ad esempio a Mosul.

Mosul, vittoria non scontata.
Ibhraim è un medico che, quando è cominciata la guerra nel marzo 2003, ha fondato con alcuni colleghi una piccola organizzazione non governativa a Mosul, la sua città. Si occupano di assistenza sanitaria e, per il loro lavoro, sono abbastanza liberi di girare per la città. Mosul è una delle città più pericolose dell’Iraq di oggi, perché è ricca di giacimenti petroliferi ed è contesa tra i curdi e gli arabi sunniti che la popolano. Una vittoria del referendum qui non è per nulla scontata e i curdi, che vogliono a tutti i costi che venga approvata la nuova Costituzione, hanno fatto in modo di dare una ‘spinta’decisiva alle operazioni di voto.
 
una donna curda vota in un seggio per il referendum
Di tutti i colori. “Parte delle informazioni le ho raccolte da solo, girando per i seggi, altre testimonianze le ha invece raccolte il giudice Fatehmi Khalaf, un giudice anziano della Corte di Mosul che collabora con noi”, racconta Ibhraim, “Khalaf vive nel villaggio di Faifell, alle porte di Mosul. Ha raccontato che il seggio per il referendum nel suo villaggio non è stato neanche aperto, costringendo la popolazione a raggiungere il villaggio di Talkeef per votare. Solo che il villaggio è lontano 20 chilometri, da fare a piedi, visto che era vietata la circolazione delle autovetture per il timore di attentati. La conclusione è immaginabile: dei 500 abitanti del suo villaggio non ha votato neanche una persona. Questo tipo di problema si è presentato in molti seggi e, in alcuni piccoli centri, si è votato nelle case private, con alcune famiglie che hanno offerto come seggio elettorale il salotto di casa.  A volte non si è votato per motivi di sicurezza. Alcuni abitanti del quartiere di al-Oure a Mosul non hanno votato perché avrebbero dovuto raggiungere il quartiere di al-Zuhoor e, senza macchina, diventava troppo rischioso. In alcuni distretti di Rabia e di Talkeef non sono neanche arrivate in tempo le urne e altra gente è rimasta esclusa.  Il giudice Khalaf ha anche raccontato di come ad Amir Bite, un villaggio nei pressi della cittadina di Wana, la maggioranza della popolazione avesse votato 'no' al referendum. Qualcuno ha avvisato il referente locale del partito curdo di Talabani (l’attuale Presidente dell’Iraq ndr). Pochi minuti dopo, nel seggio di Amir Bite, sono arrivati gli uomini del partito che hanno, con la scusa di un controllo, prelevato le urne. Sono tornati un'ora dopo e hanno riconsegnato i contenitori, ma nessuno sa cosa sia accaduto in quell'ora. La stessa situazione si è ripetuta ad al-Jadida e al-Majmoa, due quartieri di Mosul. Solo che questa volta il prelievo delle urne lo hanno fatto gli statunitensi. Loro sono spariti due ore con le scatole. Per altro è stata l’unica occasione nella quale si sono visti in giro i marines”.
 
donne in un seggio in iraq Mancato controllo. Ma com’è possibile che i militari Usa non presidiassero i seggi? Ibhraim risponde laconico.”I soldati degli Stati Uniti si muovono solo in totale sicurezza e, quando non è strettamente necessario, non si fanno vedere in città. Lasciano il controllo delle strade alle milizie armate curde, loro alleate. I marines, se sono proprio costretti, si muovono solo in colonne che, protette dai tank, attraversano la città a tutta velocità per evitare agguati. E se c’è traffico passano sopra le macchine. Non è un modo di dire: in un paio di occasioni hanno evitato di restare imbottigliati uscendo a forza dalle code, passando anche sulle vetture. Ricordo ancora una famiglia che è rimasta uccisa in un taxi in una situazione del genere”. I curdi dunque erano a salvaguardare la correttezza delle operazioni di voto. Ma i curdi avevano un interesse vitale nella vittoria del 'sì'.
“Attorno al seggio del quartiere di Mosul chiamato al-Yarmmok, le milizie curde giravano attorno al seggio elettorale sparando in aria e terrorizzando la popolazione”, racconta il medico di Mosul, “mentre ad al-Thoubat, altro quartiere di Mosul, è stato comunicato il nome della scuola sbagliata come seggio elettorale.
La gente in coda si è trovata di fronte un portone chiuso ed è tornata a casa.
Secondo altre testimonianze, nel quartiere di al-Wahda, il presidente del seggio accompagnava i votanti nel seggio e 'consigliava' di votare 'sì' per il bene della sua famiglia. A quelli che votavano 'no' era chiesto di tornare e di portare con sé la famiglia che, mentre l'elettore votava, veniva trattenuta da uomini armati.
Un miliziano curdo ha picchiato un uomo che aveva votato ‘no’ e costringeva tutti quelli che votavano ad aprire le schede prima che le infilassero nella fessura. In molti casi si permetteva a un'unica persona di registrare se stessa e tutta la sua famiglia, ma pare che in alcuni casi sia stato consentito anche di votare al capofamiglia per tutti, così rischiava solo uno.Tanti, infine sono stati i casi di analfabeti o di ciechi accompagnati nel seggio e 'aiutati' a votare”.

Democrazia
. “Molti mi hanno detto di aver votato 'no' perché non hanno avuto neanche modo di leggere il testo della Costituzione”, conclude Ibhraim, “altri ancora hanno detto di aver votato 'no' perché questo documento è troppo legato alle divisioni settarie e religiose e rischia di spaccare in modo irrecuperabile il Paese. Molte le donne che hanno votato 'no' perché non si riconoscono in una Costituzione che mette la sharia al primo posto delle fonti della legge creando una società che penalizza le donne. Altri ancora hanno detto che la Costituzione, elaborata sotto occupazione militare, per loro non ha alcun valore. L'organizzazione del referendum è stata pessima, ma l’aspetto più grave è che troppe persone non hanno capito bene neanche quello che votavano. Bell’esempio di democrazia”.

Christian Elia

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