
Mentre si celebra a Baghdad
la
‘Norimberga del Medio Oriente’, a migliaia di chilometri dal tribunale
dove Saddam Hussein siede sul banco degli imputati, un giudice spagnolo
ha disposto l’arresto di tre militari statunitensi. E' anche questo un
processo
'iracheno':
sono accusati d'aver ucciso un cameraman
dell’emittente ‘TeleCinco’. Nell'atmosfera rovente della Baghdad
di questi giorni, i giornalisti sono ancora nel mirino, come ha
dimostrato il rapimento lampo dell'inviato speciale del britannico
'Guardian', Rory Carroll. Il giornalista33enne
di nazionalità irlandese, premiato come 'miglior reporter d'Irlanda' a
25anni, era stato rapito da militanti estremisti sciiti mercoledì
mattina, dopo aver inviato un radioreportage sul primo giorno del
processo a Saddam Hussein. E' stato liberato a distanza di 24ore,
giovedì 20, forse per l'impossibilità di scambiarlo con estremisti
sciiti, come ha scritto oggi lui stesso sull'edizione online de 'The
Guardian'.
Morte di un cineoperatore.
L’8 aprile 2003 un carro armato del 64esimo
battaglione blindati, III divisione Fanteria, piazzato su un ponte sul
fiume Tigri, girò la torretta verso l’hotel 'Palestine', dove in quel
momento alloggiavano oltre cento giornalisti di vari paesi. Il carrista
era infastidito dai riflessi degli obiettivi puntati su di lui dai
balconi dell’albergo, dove gli operatori piazzavano le telecamere. Si
sentì un boato: una cannonata aveva raggiunto il quindicesimo piano
dell’hotel, uccidendo il cameraman spagnolo Jose Couso e il suo collega
ucraino Taras Protsyuk dell’agenzia ‘Reuters’, e ferendo altre tre
persone. Secondo l’associazione di giornalisti americani Cpj,
Committe to Protect
journalist, era impossibile che chi ha sparato da quel ponte non vedesse che stava
puntando un hotel di 17 piani, un grattacielo circondato da edifici bassi,
conosciuto a Baghdad come l’alloggio dei giornalisti.
Un mese dopo la
morte di Jose Couso, la sua famiglia ha presentato un ricorso alla Procura
nazionale di Madrid per ‘crimini di guerra’, appellandosi alla
Convenzione di Ginevra sul trattamento dei civili in zone di guerra.
Cercateli e arrestateli. Mercoledì 19 ottobre il giudice Santiago
Pedraz ha emesso un ordine internazionale di ricerca, cattura e
detenzione nei confronti di tre militari Usa per la morte del
giornalista. Difficile che venga eseguito: dopo le rimostranze di
Washington, il Consiglio di Sicurezza Onu dal luglio 2002 dispone – in base alla
risoluzione 1422, rinnovata di anno in anno – l’immunità dei militari
Usa impegnati in ‘missioni di pace’ all’estero dal giudizio in
tribunali stranieri o internazionali.
Vogliamo solo justicia. “Sono criminali di guerra, continueremo a
lottare” è stato il commento del fratello di Jose, David, all’ordine di
arresto che dopo due anni e mezzo gli fa “sentire più vicina la
giustizia spagnola”. Da 30 mesi, quel che rimane della famiglia Couso si riunisce
un’ora
ogni martedì sera davanti all’ambasciata americana di Madrid, chiedendo
giustizia per gli assassini di Jose.
Maria Isabel ha partecipato alla
marcia della pace del 25 settembre scorso a Washington a fianco di
Cindy Sheehan , madre di un soldato statunitense morto in Iraq.
“Vogliamo solo un’inchiesta chiara – spiega David - che spieghi
perché hanno sparato su l’hotel dove alloggiava la stampa indipendente.
Non vogliamo un linciaggio, ma un processo equo”. Con poche speranze:
“Non abbiamo niente da perdere. Continueremo a esigere
giustizia: perché i militari Usa sono immuni dal giudizio di organismi
internazionali? Speriamo questo caso diventi un precedente”.
Gli accusati. I militari accusati sono il sergente
Thomas Gibson, che ha premuto il grilletto del cannone, il capitano
Philip Wolford, suo diretto comandante, che gli ha dato l’ordine di
sparare, ed il tenente colonnello Philip De Camp, responsabile del
reggimento. Si sono riconosciuti colpevoli della morte di Couso. Gibson
ha sparato contro l’Hotel Palestine dopo essersi accorto che “avevo
contro i riflessi di un obiettivo. Non ho sparato immediatamente sulla
stanza. Ho chiamato i miei capi e ho detto di essere stato puntato. Mi
han detto di fare fuoco e ho eseguito”.
Il suo immediato superiore, Wolford, autorizzò a sparare, mentre il
comandante di reggimento aveva già detto che si poteva fare fuoco
contro l’hotel, come ha riconosciuto in un'intervista al ‘Los Angeles
Times’ l’11 aprile 2003: “Mi dispiace dirlo ma sono quello che ha
sparato sui giornalisti”.
Non sparate sul cronista? Il 23 ottobre 2003,
Jon Sistiaga, Carlos Hernandez e Olga Rodriguez, colleghi del giornalista ucciso,
hanno deposto davanti
al giudice della Procura Guillermo Ruiz Polanco in qualità di testimoni, per assicurare
che
l’attacco è stato portato“di proposito, sapendo che avrebbero ucciso dei
giornalisti”. “Il tank ha sparato all’hotel
intenzionalmente, ed è stato un puro caso che siano morti solo due
giornalisti, visto che altri erano rientrati nelle stanze”, disse
Sistiaga.
I nostri ragazzi? Già assolti! “Il dipartimento di Difesa ha già
collaborato in passato con il governo spagnolo - ha commentato il
tenente colonnello Barry Venable, portavoce del Pentagono – abbiamo
preso sul serio le prove prodotte e il caso verrà trattato nei canali
approriati”. Il Comando generale Usa delle operazioni in Iraq aveva
investigato sull’incidente per concludere che i soldati si erano
“comportati in maniera adeguata durante un’azione di combattimento”.