scritto per noi da
Alice Colombi
Domenica 16 ottobre a Berlino, si è conclusa l’edizione 2005 del Festival Europeo del Circo, un evento che dal 1999 offre a giovani artisti, provenienti da diversi continenti,
la possibilità di incontrarsi. Lo scopo è quello di discutere, cercare piattaforme
comuni, scambiarsi conoscenze tecniche ed esibirsi per la gioia di un pubblico
di tutte le età.

Circolibero. La capitale tedesca conferma la sua vocazione multiculturale ospitando le delegazioni
di dodici paesi, un centinaio di ragazzi e ragazze divisi in diciannove compagnie
circensi. Oltre alla tedesca Cabuwazi, c’erano compagnie provenienti da Inghilterra,
Finlandia, Francia, Polonia, Russia, Svezia, oltre agli ospiti di onore di quest’anno:
Lituana, Lettonia ed Estonia, più Israele e Palestina. La collaborazione fra i
padroni di casa e gli ultimi due gruppi mediorientali risale al 2004, quando insieme
hanno avviato a Betlemme un progetto di scambio interculturale battezzato Circolibero. Anche a Berlino si è scelto di inseguire un sogno di libertà, individuando
nel motto “circo senza frontiere” il senso di un festival che, da anni, tenta
di favorire lo scambio e l’incontro di esperienze lontane: “Viviamo in una società
in cui le competenze multiculturali diventano ogni giorno più importanti ed è
indispensabile sapersi muovere al loro interno" afferma il direttore Karl Köckenberger.
"I comportamenti, i principi, i sistemi culturali di riferimento sono diversi,
bisogna imparare a riconoscere la propria prospettiva come una delle tante possibili.
È in quest’ottica che il festival si propone di lavorare, e a trarne vantaggio
sono soprattutto i bambini”.
Senza limiti. Islam, giovane ventitreenne palestinese che nasconde dietro allo sguardo, curioso
e apparentemente ingenuo, le sofferenze dell’Intifada, racconta la divisione delle
attività. “C’erano seminari, laboratori e spettacoli. Durante i primi si sono
discussi temi di interesse comune in vista di progetti futuri, mentre nei laboratori
ogni gruppo ha avuto la possibilità di esibirsi in un paio di numeri circensi:
qui l’obiettivo principale era lo scambio di conoscenze, mentre gli spettacoli
erano rivolti soprattutto al pubblico e ogni delegazione ha avuto modo di intervenire.
Noi abbiamo ballato la Dapka, danza tipica palestinese. Alla fine, sabato" continua
Islam "c’è stato uno spettacolo conclusivo al quale tutti hanno preso parte dimostrando,
attraverso il circo, che non ci sono frontiere allo spirito creativo e al talento
artistico”. Un ampio spazio è stato dedicato ai bambini, che oltre ad entusiasmarsi
osservando rapiti le acrobazie degli artisti, hanno avuto modo di partecipare
alle attività e di divertirsi superando le differenze culturali. Il circo d’altronde
è un potente strumento educativo, come ricorda lo stesso Islam quando racconta
che il sogno della delegazione palestinese, composta da nove giovani di età compresa
fra i 20 e i 26 anni, è di riuscire ad ottenere uno spazio nella città di residenza
–Nablus– per permettere ai ragazzini locali di incontrarsi in un luogo sereno
e iniziare a sognare un futuro diverso, lontano dal degrado e dalla violenza.

Da un muro all’altro. Quindici anni dopo la caduta del muro Berlino continua a far parlare di sé, ma
questa volta come spazio libero, un terreno di incontro per chi, nella propria
vita quotidiana, è costretto ancora oggi a subire il sopruso della barriera di
separazione. La presenza di una delegazione israeliana e di un gruppo palestinese
ha avuto certamente un valore simbolico, ma nel corso dell’evento si è dato poco
peso alle questioni politiche. “Il gruppo di Gerusalemme era composto da due palestinesi
e tre israeliani, ma fin dall’inizio ci siamo imposti di lasciare da parte la
politica" sottolinea un altro membro del gruppo palestinese. "Siamo intervenuti
per allenarci e distrarci dalle difficoltà della vita quotidiana, per imparare
ma soprattutto per far divertire: non volevamo iniziare a discutere su chi abbia
sofferto più dell’altro. I discorsi politici sono avvenuti in situazioni più informali:
alcune persone ci hanno chiesto di raccontare la nostra verità, ma noi eravamo
qui per organizzare attività per i bambini”. La politica è in secondo piano, ma
solo apparentemente, perché nell’ambizione del gruppo Cabuwazi di creare una rete
di circensi provenienti da paesi diversi (Network for International Circus Exchange
– NICE) traspare chiara l’interpretazione dell’arte come strumento di lotta: contro
il razzismo, la discriminazione e la violenza.