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A colpi di Fleetwood Mac. Tra le desolate montagne a nord di Kandahar, dove ci si aspetterebbe di sentire
solo il canto del muezzin, risuonano le parole in inglese delle vecchie canzoni
dei Fleetwood Mac diffuse a tutto volume dagli altoparlanti montati sui blindati
di un’unità ‘PsyOps’ (operazioni psicologiche) dell’US Army. I soldati sono tutti
reduci da missioni in Iraq. Uno di loro spiega che la notte precedente un loro
compagno e un soldato afgano sono stati uccisi da quelle parti in un’imboscata
dei talebani, i quali hanno perso due dei loro nell’azione abbandonandoli sul
campo di battaglia. La loro unità speciale è stata chiamata per stanare i talebani
responsabili dell’agguato e per convincere la popolazione di un vicino villaggio
a dare informazioni sui loro nascondigli. La musica dei Fleetwood Mac serve a
questo, a provocare il nemico facendo leva sul suo odio per la musica occidentale
per farlo uscire allo scoperto e quindi attaccarlo. Ma non sembra funzionare un
granché.
Minacce ai civili. Nel pomeriggio l’unità arriva al villaggio di Gonbaz, sospetto luogo di provenienza
degli attaccanti notturni. Dagli altoparlanti non esce più musica in inglese,
ma frasi in pashto dettate dagli ufficiali e tradotte da un interprete afghano:
“Se vedete i talebani, se vedete quegli uomini, sappiate che sono servi del Pakistan,
schiavi dei Punjabi”. I soldati trovano nel villaggio dei civili feriti dal fuoco
americano durante la battaglia notturna, ma non se ne curano. Entrano nella moschea,
radunano tutti gli uomini e li interrogano sui talebani. Nessuno dice niente.
Il soldato che conduce l’interrogatorio a un certo punto perde la pazienza: “Sentite,
il mio comandante vuole venire qui in forze per arrestare tutti quanti voi perché
nessuno di questo villaggio vuole aiutarci. Vi do altri cinque minuti, poi ce
ne andremo. Questa è l’ultima possibilità che vi concediamo!”.
“Troppo death metal!”.
Prima di andarsene i soldati americani salgono sulla cima di una
collinetta che domina il villaggio. Vi portano i corpi dei due talebani
uccisi in battaglia e, dopo averli disposti in direzione della Mecca,
appiccano il fuoco ai cadaveri. Uno dei soldati, guardando commenta la
macabra scena dicendo: “Wow, guarda il sangue che gli esce dalla bocca
a quello là! Fa troppo death metal!”. Mentre il fumo nero si alza in
cielo sopra il villaggio, il sergente Jim Baker inizia a dettare nuovi
messaggi agli altoparlanti: “Attenzione talebani, siete dei cani
codardi. Guardate qui: permettete che i vostri combattenti vengano
bruciati così. Siete troppo impauriti per venire qui a riprendervi i
loro corpi! Questo prova che siete solo delle signorine, come noi
abbiamo sempre saputo!”. E lo dice, forse, non sapendo che per un
musulmano avere il corpo bruciato, eliminato, è una delle
peggiori sciagure: l'Islam vieta la cremazione, secondo il Profeta
bruciare il corpo di un morto è come bruciarlo vivo, e chi viene
cremato non potrà disporre del suo corpo dopo il giorno del giudizio.
Rischio nuovo scandalo. Questo episodio di profanazione di cadaveri di nemici, vietata dalle Convenzioni
di Ginevra, rischia di suscitare l’ennesimo scandalo e di far riesplodere in Afghanistan
l’odio antiamericano, come è già drammaticamente avvenuto in occasione delle profanazioni
del Corano a Guantanamo. Enrico Piovesana