scritto per noi da
Matteo Colombi

Saranno stati più o meno una quindicina di uomini, tutti insieme sul tetto a
percuotere le tegole di materiale sintetico, aprendo brecce lignee e facendo volare
schegge nere verso la fiancata della casa. Una scala poggiata a lato è l’unica
attrezzatura che ho visto, a parte le vanghe, usate per divellere il rivestimento
esterno. Uno di loro poggiava il piede al limite del tetto come perno, per far
forza, per dissodare le tegole in questa strana scena di distruzione così riminiscente
di un lavoro nei campi.
Un nugolo di uomini su di un tetto, senza sicurezza, tranne la presa salda dei
propri muscoli, e l’attenzione a non fare errori, su un piano inclinato di più
di trenta gradi. Sedici mestizos venuti dall’altra America, con una certa probabilità di spaccarsi il collo.
Se non su questo tetto, sul prossimo. Intanto, a poca distanza, alla University
of Chicago Business School, rampolli messicani, indiani, e figli della classe
media americana puntano a risalire in fretta tutti i gradini che rimangono nella
scala sociale e si alambiccano sul come ‘tagliare i costi’, ‘razionalizzare la
produzione’, ‘assicurare redditività’. Vengono serviti al Biz-Caffè da una schiera
di part-time afro-americani, sotto la nevrotica guida di un manager bianco, che
crede di essere al timone di una nave, e strilla ordini come se fosse sempre burrasca.

A Washington, quando sono andato alla conferenza degli scienziati politici americani,
ho visitato quartieri una volta in sfacelo ed ora sottratti al ghetto dalla speculazione
edilizia. Vicino a U-Street Cardozo il ghetto finisce di colpo, e stanno sorgendo
nuovi appartamenti, nuovi complessi residenziali, un supermercato di lusso, con
a fianco un’enoteca e circondato da un paio di Starbucks e Caribou Coffee... In
mezzo a tutto ciò sopravvive ancora uno di quei negozietti unti, che frigge tutto,
dai pomodori verdi all’okra alle orecchie di maiale, e lo vende per meno di 4
dollari. Vanno e vengono facce nere, ed unte. Del resto il ghetto è solo un po’
più in la. A fianco il black barbershop è ancora aperto, insieme ad un ferramenta.
Questi negozi sono piccole capsule del tempo, o meglio capsule delle classi/categorie
sociali. La segregazione è nel Dna di questo paese, che continua a reinventarla,
riprodurla, evolverla, senza mai dire basta. Le gru sono dappertutto in questa
America che arranca nell’industria, ma che tira nel mattone, sotto la spinta della
speculazione, del credito immobiliare e della crescente ineguaglianza che ha messo
a disposizione di certi strati sociali sempre più ampi margini di ricchezza ‘nazionale’;
dunque vi è tanto lavoro da fare, anche se non è un buon lavorare.
In questo scorcio già dickensiano, ho visto nugoli di persone, che aspettano
al lato della strada. Cinquanta qui, trenta lì. Aspettano di essere presi da un
qualche caporale per andare a lavorare su questo o quel progetto, questo o quel
cantiere. Alla giornata. A dieci isolati dalla Casa Bianca. Sono fortunati se,
ogni volta che salgono su un camion, verranno pagati al ritorno. Rischiano tutto:
non hanno accesso alla sanità, se non di carità, d’emergenza ed episodica. La
semi-occupazione è già la loro condizione. Il pericolo più grande: gli infortuni
sul lavoro. Poca prevenzione, niente previdenza. Se ti fai male diventi un peso
economico per la famiglia. E’ una scommessa fatta giorno dopo giorno.

Questo è il mondo che gli economisti della Chicago School of Economics promuovono,
nel nome della libertà. Ma quando passano a fianco a tutti quegli uomini naufragati
su un tetto a spaccare tegole rischiando il collo per pochi dollari all’ora è
possibile che non si pongano il problema? Lo sfruttamento esiste, anche se in
economia il concetto è considerato anti-scientifico! Le morti bianche esistono!
Quanto può costare erigere un parapetto a fianco del costone del tetto (lungo
in tutto sì e no dieci metri) per una casa a due piani e mezzo? Quando mai rischiare
la pelle (altrui) è efficienza?
Tutta questa forza lavoro sfruttata è una manna per le aziende e
per certi consumatori, ma l’americano medio è infastidito dai nugoli
che attendono impiego giornaliero ai lati delle strade, ed è
preoccupato per i cambiamenti demografici che stanno avvenendo. George
Bush ha presentato una proposta: dare un visto con la massima durata di
sei anni ai milioni di immigrati illegali, con obbligo di rientro. Al
contempo, Bush ha annunciato misure più severe ai confini. E’ un
piano-abbaglio, per smorzare le critiche dell’ala nazionalista, ma
inteso a dare il massimo di libertà contrattuale alle imprese. E’ ovvio
che dopo sei anni molti tendono a restare. Tuttavia, se il capitalista
George Bush è in contraddizione con il nazionalista George Bush;
ambedue sono ampiamente convergenti nel rifiutare un miglioramento
delle condizioni di lavoro e della cittadinanza sociale. Sia che si
tratti di immigrati, sia degli stessi cittadini americani.