21/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il mercato dei clandestini e la riforma Bush della immigrazione
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Un gruppo di immigrati attende la chiamata giornaliera al lavoroSaranno stati più o meno una quindicina di uomini, tutti insieme sul tetto a percuotere le tegole di materiale sintetico, aprendo brecce lignee e facendo volare schegge nere verso la fiancata della casa. Una scala poggiata a lato è l’unica attrezzatura che ho visto, a parte le vanghe, usate per divellere il rivestimento esterno. Uno di loro poggiava il piede al limite del tetto come perno, per far forza, per dissodare le tegole in questa strana scena di distruzione così riminiscente di un lavoro nei campi.
 
Un nugolo di uomini su di un tetto, senza sicurezza, tranne la presa salda dei propri muscoli, e l’attenzione a non fare errori, su un piano inclinato di più di trenta gradi. Sedici mestizos venuti dall’altra America, con una certa probabilità di spaccarsi il collo. Se non su questo tetto, sul prossimo. Intanto, a poca distanza, alla University of Chicago Business School, rampolli messicani, indiani, e figli della classe media americana puntano a risalire in fretta tutti i gradini che rimangono nella scala sociale e si alambiccano sul come ‘tagliare i costi’, ‘razionalizzare la produzione’, ‘assicurare redditività’. Vengono serviti al Biz-Caffè da una schiera di part-time afro-americani, sotto la nevrotica guida di un manager bianco, che crede di essere al timone di una nave, e strilla ordini come se fosse sempre burrasca.
  
A Washington, quando sono andato alla conferenza degli scienziati politici americani, ho visitato quartieri una volta in sfacelo ed ora sottratti al ghetto dalla speculazione edilizia. Vicino a U-Street Cardozo il ghetto finisce di colpo, e stanno sorgendo nuovi appartamenti, nuovi complessi residenziali, un supermercato di lusso, con a fianco un’enoteca e circondato da un paio di Starbucks e Caribou Coffee... In mezzo a tutto ciò sopravvive ancora uno di quei negozietti unti, che frigge tutto, dai pomodori verdi all’okra alle orecchie di maiale, e lo vende per meno di 4 dollari. Vanno e vengono facce nere, ed unte. Del resto il ghetto è solo un po’ più in la. A fianco il black barbershop è ancora aperto, insieme ad un ferramenta.
 
Questi negozi sono piccole capsule del tempo, o meglio capsule delle classi/categorie sociali. La segregazione è nel Dna di questo paese, che continua a reinventarla, riprodurla, evolverla, senza mai dire basta. Le gru sono dappertutto in questa America che arranca nell’industria, ma che tira nel mattone, sotto la spinta della speculazione, del credito immobiliare e della crescente ineguaglianza che ha messo a disposizione di certi strati sociali sempre più ampi margini di ricchezza ‘nazionale’; dunque vi è tanto lavoro da fare, anche se non è un buon lavorare.
 
In questo scorcio già dickensiano, ho visto nugoli di persone, che aspettano al lato della strada. Cinquanta qui, trenta lì. Aspettano di essere presi da un qualche caporale per andare a lavorare su questo o quel progetto, questo o quel cantiere. Alla giornata. A dieci isolati dalla Casa Bianca. Sono fortunati se, ogni volta che salgono su un camion, verranno pagati al ritorno. Rischiano tutto: non hanno accesso alla sanità, se non di carità, d’emergenza ed episodica.  La semi-occupazione è già la loro condizione. Il pericolo più grande: gli infortuni sul lavoro. Poca prevenzione, niente previdenza. Se ti fai male diventi un peso economico per la famiglia. E’ una scommessa fatta giorno dopo giorno.
 
Questo è il mondo che gli economisti della Chicago School of Economics promuovono, nel nome della libertà. Ma quando passano a fianco a tutti quegli uomini naufragati su un tetto a spaccare tegole rischiando il collo per pochi dollari all’ora è possibile che non si pongano il problema? Lo sfruttamento esiste, anche se in economia il concetto è considerato anti-scientifico! Le morti bianche esistono! Quanto può costare erigere un parapetto a fianco del costone del tetto (lungo in tutto sì e no dieci metri) per una casa a due piani e mezzo? Quando mai rischiare la pelle (altrui) è efficienza?
 
Tutta questa forza lavoro sfruttata è una manna per le aziende e per certi consumatori, ma l’americano medio è infastidito dai nugoli che attendono impiego giornaliero ai lati delle strade, ed è preoccupato per i cambiamenti demografici che stanno avvenendo. George Bush ha presentato una proposta: dare un visto con la massima durata di sei anni ai milioni di immigrati illegali, con obbligo di rientro. Al contempo, Bush ha annunciato misure più severe ai confini. E’ un piano-abbaglio, per smorzare le critiche dell’ala nazionalista, ma inteso a dare il massimo di libertà contrattuale alle imprese. E’ ovvio che dopo sei anni molti tendono a restare. Tuttavia, se il capitalista George Bush è in contraddizione con il nazionalista George Bush; ambedue sono ampiamente convergenti nel rifiutare un miglioramento delle condizioni di lavoro e della cittadinanza sociale. Sia che si tratti di immigrati, sia degli stessi cittadini americani.
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Stati Uniti