Migliaia di persone alla Muqata danno l’ultimo saluto al raiss. Emozione e caos tra la folla
Dalla nostra corrispondente -

Quattro puntini neri sono comparsi nel cielo azzurro della Muqata intorno alle
due del pomeriggio. Un mare di facce rivolte verso l’alto è rimasto muto a guardarli
avvicinare, poi pian piano, quando le loro sagome hanno preso forma l’emozione
è salita, “Abu Ammar! Abu Ammar!” ha gridato a lungo la folla, in mezzo allo sventolare
di bandiere palestinesi, ai fischi e ai battiti di mani. Dei quattro elicotteri,
due egiziani e due giordani, che accompagnavano il rais, solo due sono atterrati nella piazza della Muqata. Il tempo di fermarsi e in un attimo la folla li ha circondati, tanta era l’emozione
e il desiderio di arrivare il più vicino possibile alla bara di Arafat.
Già da ieri sera le strade di Ramallah avevano cominciato a riempirsi di gente
e cortei, diretti verso la Muqata. Qualcuno aveva deciso di raggiungere Ramallah dalle altre città della Cisgiordania
con un po’ di anticipo, prevedendo i blocchi e le chiusure imposte da Israele
nella giornata di oggi, che coincide anche con l’ultimo venerdì di Ramadan. Questa
mattina le strade intorno al muro di cinta che circonda il quartier generale dell’Autorità
palestinese a Ramallah erano già piene di gente, uomini soprattutto, di tutte
le età, tanti giovani con la kefiah in testa o attorno al collo, ma anche donne, vestite di nero, e anziane con
gli abiti tradizionali ricamati sul petto.
Dopo la preghiera di mezzogiorno un fiume di persone ha continuato ad affluire
senza sosta dal centro della città, alcuni gruppi raccolti in veri e propri cortei
urlanti il nome di battaglia di Arafat in mezzo al suono di tamburi, altri silenziosi,
a volte commossi in attesa dell’arrivo del rais. In un paio d’ore non solo le strade si sono riempite, ma anche tutto il prato
che si trova su un lato della Muqata, i tetti di tutti gli edifici intorno, il
muro di cinta che la circonda, persino qualche albero d’olivo da cui la gente
pensava di vedere meglio quello che sarebbe accaduto sul piazzale.

Poi le tre porte si sono aperte e velocemente un fiume di folla ha invaso la
piazza della Muqata, liberata in questi giorni dalle macerie lasciate dalla pesante
incursione israeliana del 2002. Lo spazio non è bastato per accogliere tutte le
migliaia di persone presenti e la gente ha iniziato ad arrampicarsi sui tetti
degli edifici ancora pericolanti, sui cumuli di macerie, sulle carcasse di auto
ammassate e sui pochi alberi sotto i quali era stata preparata la tomba di marmo
bianco per il
rais.
L’atterraggio dei due elicotteri ha sollevato una nuvola di polvere gialla e
manifesti con il volto di Arafat sorridente, distribuiti senza sosta per tutta
la giornata. Per qualche minuto il rumore forte delle pale degli elicotteri si
è mischiato alle urla e ai fischi della gente, poi all’improvviso è sceso il silenzio
dell’attesa, rotto solo dagli spari in aria di alcuni militanti armati con il
volto coperto. Prima che la bara che racchiudeva il corpo di Arafat uscisse dall’elicottero
sono passati alcuni minuti, la folla presa dall’emozione si era avvicinata talmente
tanto da non permettere che la bara venisse caricata sul tetto della macchina
che l’avrebbe trasportata pochi metri più distante, sul luogo della sepoltura.
Per qualche decina di minuti la tensione è salita.
I soldati palestinesi non sono riusciti a controllare la folla emozionata che
avrebbe voluto trasportare con le proprie braccia il rais fino alla sua tomba. Da tutti i lati della Muqata si sentivano spari, come è
nella tradizione di tutti i funerali dei militanti morti per la causa palestinese.
Poi finalmente la bara è stata caricata sul tetto di una macchina e, scortata
dai soldati, è stata velocemente trasportata sul luogo della sepoltura. Non c’è
stato il tempo per una cerimonia vera e propria, né per l’allestimento di una
camera ardente. Troppo era il caos e l’emozione della folla, da permettere solo
una veloce sepoltura in modo da tamponare l’eventualità di disordini difficilmente
controllabili.
In mezzo alla folla hanno continuato a sventolare tante bandiere, quelle palestinesi,
quelle nere del lutto e quelle di tutti i partiti, da Hamas al Fronte Popolare, dalla Jihad al Fronte Democratico di Liberazione, e naturalmente ad Al Fatah, il partito di Arafat. Per tutti quello di oggi è stato un chiaro omaggio al
leader che è diventato un simbolo della lotta di liberazione dall’occupazione
israeliana, qualsiasi fosse il loro orientamento politico. La sensazione è che
in un momento come quello di oggi, storico per la Palestina, la gente si sia ritrovata
unita a portare il proprio omaggio ad un leader, che nonostante le critiche e
l’innegabile perdita di consensi tra i palestinesi, ancora evidentemente rappresentava
un forte elemento di coesione.

Tra la gente che ho incontrato c’era anche chi non nascondeva di non condividere
a pieno la politica di Arafat, ma allo stesso tempo riconosceva la propria commozione
nel momento della sua scomparsa e la convinzione che non sarà facile trovare qualcun
altro capace di sostituirlo. “E’ da quando sono piccolo che Arafat rappresenta
il mio popolo”, mi ha detto triste un ragazzo poco più che ventenne di Gerusalemme,
“adesso che è morto i palestinesi non si sentono più uniti”.
Di certo l’immagine delle migliaia di persone raccolte oggi alla Muqata per salutare
il rais lasciava la sensazione di essere di fronte ad un popolo, quello palestinese,
coeso ed unito intorno al proprio leader. Ma forse la prova dei prossimi giorni
sarà proprio capire quanto questa unità sia veramente un fatto concreto e in che
misura possa metterla maggiormente a rischio proprio la scomparsa di Arafat. Allo
stesso tempo rimangono degli interrogativi sul consenso che troverà la nuova leadership
temporaneamente nominata e su quanto la nuova fase che si apre oggi potrà davvero
essere l’occasione perché il popolo palestinese scelga esso stesso un nuovo leader,
attraverso elezioni democratiche.
Con oggi sicuramente si apre una nuova pagina di storia per il popolo palestinese,
difficile da scrivere, ma nuova. “Un giorno”, mi ha detto un signore che guardava
dall’alto di un cumulo di macerie l’atterraggio degli elicotteri alla Muqata, “quando non ci sarà più l’occupazione israeliana, Arafat potrà essere seppellito
a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee”. Oggi questa previsione sembra sinceramente
essere ancora troppo lontana. Ma se in un giorno come questo c’è ancora spazio
per la speranza, soprattutto negli occhi dei palestinesi, forse vale la pena di
prenderla come un buon auspicio per il futuro.
Leila Tamimi