Scritto per noi da
Sergio Lotti
Che la libertà di stampa in Italia abbia conosciuto momenti migliori, i più sensibili
a

questo problema l’hanno percepito già da qualche anno. Del resto era stato tutto
ampiamente previsto: il controllo diretto o indiretto della maggior parte dei
canali televisivi e delle relative risorse pubblicitarie da parte di un solo gruppo
finanziario, che ha anche una posizione di forza nella carta stampata e si lega
oltretutto al governo del paese, si sa, non aiuta il pluralismo dell’informazione.
Ma ritrovarsi al 42° posto, dietro il Costa Rica, nella quarta classifica mondiale
sulla libertà di stampa appena resa nota da Reporters sans frontières, è una cosa
che sorprende anche i più pessimisti.
Ai primi posti l’Europa del Nord. Ci si può in parte consolare scoprendo che gli Stati Uniti sono scesi nell’ultimo
anno di oltre venti posti, finendo due lunghezze dopo di noi, soprattutto a causa
dell’arresto di Judith Miller, giornalista del New York Times, e degli interventi
giudiziari che hanno messo a dura prova la tutela della segretezza delle fonti
d’informazione. Un problema che ha fatto perdere qualche posto anche al Canada
(21°), dove i provvedimenti che indeboliscono la protezione delle fonti finiscono
per trasformare talvolta i giornalisti in collaboratori della giustizia. Fra le
democrazie occidentali figura in regresso anche la Francia (30°), a causa delle
perquisizioni nelle sedi degli organi di informazione, dell’accentuato controllo
sull’operato dei giornalisti e della creazione di una lista di nuovi reati a mezzo
stampa. Sono in compenso europei i primi dieci paesi in classifica.
Al primo posto troviamo la Danimarca, seguita da Finlandia, Irlanda, Islanda,
Norvegia, Olanda, Svizzera, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia. Il primato
del continente australiano e dell’America latina spetta rispettivamente alla Nuova
Zelanda e a Trinidad & Tobago, al 12° posto a parimerito, mentre in Africa
primeggia il Bénin (25°) e in Asia la Corea del Sud (34°).
In Asia i maggiori problemi. Agli ultimi tre posti ci sono la Corea del Nord (167°), l’Eritrea (166°) e
il Turkmenistan (165°), nei quali, per l’assenza di organi d’informazione privati,
la libertà di espressione è praticamente nulla. I giornalisti della stampa ufficiale
si limitano a divulgare la propaganda di regime e ogni tentativo di deroga è severamente
represso. Basta una parola di troppo, un commento leggermente difforme dalla linea
stabilita o magari soltanto un nome scritto male per finire in galera o essere
travolti da una spirale di pressioni psicologiche, intimidazioni e controlli permanenti
da parte del potere. In linea generale si può dire che il continente dove è più
difficile l’esercizio della libertà di stampa sembra oggi quello asiatico, sia
nella parte orientale, dove spiccano per demerito Birmania, Cina, Vietnam e Laos,
sia in quella centrale (Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan e Kazakhstan) e
nel Medio Oriente (soprattutto Iran, Iraq, Arabia Saudita e Siria). In questi
paesi,
infatti, la repressione governativa oppure la violenza dei gruppi armati impediscono
la libera espressione degli organi d’informazione. Per quanto riguarda in particolare
l’Iraq, dall’inizio di quest’anno sono stati uccisi almeno 24 professionisti dell’informazione,
mentre dall’inizio della guerra, nel marzo del 2003, le vittime sono in tutto
72.
Qualche sorpresa positiva arriva invece dall’Africa e dall’America latina: fra
il 25° e il 45° posto troviamo infatti, oltre al Bénin e al Costa Rica, la Namibia,
il Salvador, Capoverde, Mauritius, il Mali e la Bolivia.