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La tensione cresce. Il legame diretto tra il presidente siriano e l'omicidio del leader libanese
sarebbe emerso dagli interrogatori, condotti dal procuratore Mehlis, del coordinatore
dei servizi segreti di Damasco, Asef Shawkat, che secondo le indiscrezioni del
settimanale tedesco sarebbe stato sentito "non come testimone, ma come indagato".
Assad ha dichiarato di non aver nulla da temere, ma nella vicenda non sono coinvolti
solo il Libano, la Siria e le Nazioni Unite.Gli spettattori più interessati sono
gli Usa. Da almeno tre anni le accuse di Washington a Damasco sono sempre più
cariche di veleno. Negli ultimi tempi però, si è notata una escalation del tono
delle accuse alla Siria, da parte degli Stati Uniti, di essere uno 'stato canaglia'.
Il Presidente Usa George W. Bush, in un incontro pubblico del 6 ottobre scorso
a Washington, ha dichiarato che “l'Iran e la Siria hanno obiettivi comuni contro
gli Stati Uniti”e ha sottolineato come Damasco e Teheran sostengano gli insorti
iracheni che si oppongono al nuovo governo filo-americano di Baghdad. Zalmay Khalilzad,
ambasciatore Usa in Iraq, è stato ancora più esplicito: “La nostra pazienza con
la Siria sta finendo, a Damasco devono decidere che prezzo sono disposti a pagare
per ostacolare il nostro successo in Iraq”. Ma sembra che la pressione su Damasco
non sia più limitata alle schermaglie verbali. Da un anno circa le truppe Usa
e quelle siriane si sparano addosso, almeno secondo la stampa statunitense.
Linea di confine. In un articolo di James Risen e David E. Ranger, pubblicato il 14 ottobre scorso
sul New York Times e passato inosservato in Italia, viene sottolineato come dall'inizio del 2005,
lungo il confine tra l'Iraq e la Siria, avvengano continui scontri a fuoco tra
le truppe siriane e quelle statunitensi. Secondo i due giornalisti, la tensione
è salita alle stelle l'estate scorsa, durante la cosidetta Operazione Matador,
quando i marines davano la caccia ai guerriglieri che s'infiltravano dalla Siria
e, per questo motivo, avrebbero sconfinato più volte. Durante gli scontri a fuoco
sarebbero rimasti uccisi molti militari siriani e statunitensi, e Damasco ha inoltrato
una protesta ufficiale all'ambasciata Usa in Siria. I due cronisti citano fonti
delle forze armate Usa che hanno fatto un esplicito riferimento alla possibilità
di preparare operazioni segrete in Siria per raccogliere informazioni per conto
del governo statunitense. L'analisi dei vertici militari Usa, secondo quanto dichiarato
a Risen e Ranger, vede nel legame tra la Siria e l'Iraq l'equivalente di quello
che rappresentò la Cambogia per il Vietnam. Un santuario dei ribelli, un finanziatore
e una base logistica. Secondo le fonti del Times, una decisione definitiva sui futuri rapporti con Damasco non è ancora stata presa
dall'amministrazione Bush che, per il momento si accontenta di raccogliere informazioni.
Comunque, più che a una vera e propria invasione, gli Usa starebbero lavorando
al modo d'isolare i ribelli iracheni e stranieri che usano la Siria come base
logistica, senza rovesciare il regime di Assad, anche perchè non è ancora chiaro
chi ne potrebbe prendere il posto. Inoltre, secondo i due giornalisti Usa, il
governo degli Stati Uniti vuole aspettare il risultato della Commissione d'inchiesta
delle Nazioni Unite per avere una carta importante da giocare nel futuro per ridisegnare
i rapporti Washinton-Damasco. La pressione sul regime di Assad per la presenza
delle truppe siriane in Libano ha perso di efficacia per il pronto ritiro delle
truppe ordinato da Damasco, ma se la Commissione Onu inchiodasse Assad dimostrandone
il coinvolgimento nell'omicidio di Hariri la situazione cambierebbe. “Penso che
l'amministrazione Bush aspetti il dossier Onu come un'occasione per innescare
un graduale cambio di regime”, ha dichiarato a Risen e Ranger un ex ufficiale
dei marines e, per i due cronisti, il suicidio del ministro siriano degli Interni
Kanaan è un segnale della crescente pressione sul regime di Assad. Come i marines
ai confini.Christian Elia