
Alla memoria. Un funerale dall’alto contenuto simbolico quello che si è tenuto lunedì ad Erbil,
nel nord dell’Iraq. La guardia nazionale ha presenziato con un picchetto d’onore
tra la folla alla sepoltura di 512 bare ricoperte dalla bandiera curda. Sono i
corpi dei curdi iracheni recuperati in fosse comuni nel deserto al confine con
l’Arabia Saudita. Sono parte delle vittime, si ritiene ottomila, uccise dalle
truppe di Saddam nel 1983, come punizione collettiva per un attacco della guerriglia
curda al confine con l’Iran. Sono tra l'altro membri del clan di Massoud Bazani,
presidente del Kurdistan iracheno, che era presente alla cerimonia, assieme al
presidente del Paese, Jalal Talabani, anch’egli curdo. “Questa è solo la punta
dell’iceberg” ha commentato Mohammed Issan, ministro dei Diritti Umani nella regione
curda, il conto delle vittime di Saddam è un'operazione monumentale - si parla
come minimo di 350 mila vittime - ma potrebbe non essere mai completato. “Al momento
- continua Issan - abbiamo scoperto 284 fosse comuni sparse nel paese”.
Dall’inizio della guerra, i ritrovamenti di fosse comuni risalenti ai massacri
compiuti da Saddam Hussein contro le minoranze sono stati molto frequenti, ma
questa è la prima volta che si organizza un convoglio per riportare le salme a
casa, nel nord del Paese, allo scopo di sepellirli.
Il processo più atteso. La cerimonia di commemorazione avviene il giorno dopo il voto sul referendum
che ha consacrato la sovranità curda al nord e alla vigilia dell’apertura del
processo contro Saddam a Baghdad. Un processo che potrebbe concludersi con una
condanna a morte.
Il tribunale, che Saddam e gli altri imputati non hanno riconosciuto, discuterà
le accuse relative al 1982, quando 140 sciiti di Dujail vennero uccisi per ritorsione
ad un tentativo di omicidio del raìs.
Molti curdi tuttavia sperano che nel processo vengano alla luce anche i massacri
della tristemente ricordata campagna di al Anfal, la cui responsabilità non è
mai stata del tutto chiarita. L’intero impianto accusatorio contro l’ex dittatore
sarebbe incentrato sui fatti relativi agli anni dal 1980 al 1988, durante la guerra
con l’Iran. Così anche le autorità iraniane non hanno perso l’occasione di far
pervenire le proprie accuse al tribunale iracheno (Iraqu Special Tribunal). Si
tratta di crimini che vanno dal genocidio all’uso di armi chimiche contro civili.

Tutto è pronto. Il processo inizia a due anni dalla cattura di Saddam in una fossa a Tikrit,
in un paese ancora scosso dagli attentati quotidiani. Le misure di sicurezza allestite
per proteggere l’udienza sono enormi, le televisioni irachene trasmettono lo spettacolo
del dittatore alla sbarra, i miliziani ex baathisti hanno già lanciato le loro
minacce di attacco. Anche il capo dei legali di Saddam, Khalil Dulaimi, ha annunciato
che tenterà di dimostrare la non legittimità della corte con un documento in 122
punti in cui si sostiene che i giudici, scelti sotto l’occupazione militare statunitense,
non hanno giurisdizione sul caso. Dubbi sulla validità legale del processo sono
stati avanzati anche da gruppi per la difesa dei Diritti Umani, tra cui anche
Amnesty International, preoccupati circa la scarsa possibiltà che un processo,
allestito nelle condizioni critiche dell’Iraq di oggi, possa rispettare gli standard
internazionali per un giudizio così complesso. Amnesty ha anche espresso perplessità
sulle possibilità della difesa di operare in tempi molto stretti: 45 giorni per
studiare 800 pagine di accuse. A questo proposito si parla con insistenza di nuovi
regolamenti per la corte, ancora non ufficiali, che prevederebbero, come evidenza
sufficiente per le accuse, il criterio della “soddisfazione” dei giudici. Le colpe
non dovranno così essere più essere dimostrate “oltre ogni ragionevole dubbio”.