19/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I curdi ricordano le loro vittime mentre parte il processo a Saddam
Alla memoria. Un funerale dall’alto contenuto simbolico quello che si è tenuto lunedì ad Erbil, nel nord dell’Iraq. La guardia nazionale ha presenziato con un picchetto d’onore tra la folla alla sepoltura di 512 bare ricoperte dalla bandiera curda. Sono i corpi dei curdi iracheni recuperati in fosse comuni nel deserto al confine con l’Arabia Saudita. Sono parte delle vittime, si ritiene ottomila, uccise dalle truppe di Saddam nel 1983, come punizione collettiva per un attacco della guerriglia curda al confine con l’Iran. Sono tra l'altro membri del clan di Massoud Bazani, presidente del Kurdistan iracheno, che era presente alla cerimonia, assieme al presidente del Paese, Jalal Talabani, anch’egli curdo. “Questa è solo la punta dell’iceberg” ha commentato Mohammed Issan, ministro dei Diritti Umani nella regione curda, il conto delle vittime di Saddam è un'operazione monumentale - si parla come minimo di 350 mila vittime - ma potrebbe non essere mai completato. “Al momento - continua Issan - abbiamo scoperto 284 fosse comuni sparse nel paese”.
Dall’inizio della guerra, i ritrovamenti di fosse comuni risalenti ai massacri compiuti da Saddam Hussein contro le minoranze sono stati molto frequenti, ma questa è la prima volta che si organizza un convoglio per riportare le salme a casa, nel nord del Paese, allo scopo di sepellirli.
 
Il processo più atteso. La cerimonia di commemorazione avviene il giorno dopo il voto sul referendum che ha consacrato la sovranità curda al nord e alla vigilia dell’apertura del processo contro Saddam a Baghdad. Un processo che potrebbe concludersi con una condanna a morte.
Il tribunale, che Saddam e gli altri imputati non hanno riconosciuto, discuterà le accuse relative al 1982, quando 140 sciiti di Dujail vennero uccisi per ritorsione ad un tentativo di omicidio del raìs.
Molti curdi tuttavia sperano che nel processo vengano alla luce anche i massacri della tristemente ricordata campagna di al Anfal, la cui responsabilità non è mai stata del tutto chiarita. L’intero impianto accusatorio contro l’ex dittatore sarebbe incentrato sui fatti relativi agli anni dal 1980 al 1988, durante la guerra con l’Iran. Così anche le autorità iraniane non hanno perso l’occasione di far pervenire le proprie accuse al tribunale iracheno (Iraqu Special Tribunal). Si tratta di crimini che vanno dal genocidio all’uso di armi chimiche contro civili.
 
Tutto è pronto. Il processo inizia a due anni dalla cattura di Saddam in una fossa a Tikrit, in un paese ancora scosso dagli attentati quotidiani. Le misure di sicurezza allestite per proteggere l’udienza sono enormi, le televisioni irachene trasmettono lo spettacolo del dittatore alla sbarra, i miliziani ex baathisti hanno già lanciato le loro minacce di attacco. Anche il capo dei legali di Saddam, Khalil Dulaimi, ha annunciato che tenterà di dimostrare la non legittimità della corte con un documento in 122 punti in cui si sostiene che i giudici, scelti sotto l’occupazione militare statunitense, non hanno giurisdizione sul caso. Dubbi sulla validità legale del processo sono stati avanzati anche da gruppi per la difesa dei Diritti Umani, tra cui anche Amnesty International, preoccupati circa la scarsa possibiltà che un processo, allestito nelle condizioni critiche dell’Iraq di oggi, possa rispettare gli standard internazionali per un giudizio così complesso. Amnesty ha anche espresso perplessità sulle possibilità della difesa di operare in tempi molto stretti: 45 giorni per studiare 800 pagine di accuse. A questo proposito si parla con insistenza di nuovi regolamenti per la corte, ancora non ufficiali, che prevederebbero, come evidenza sufficiente per le accuse, il criterio della “soddisfazione” dei giudici. Le colpe non dovranno così essere più essere dimostrate “oltre ogni ragionevole dubbio”.  

Naoki Tomasini

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