Nelle regioni
colpite dal terremoto la situazione diventa più drammatica di ora in ora. Ce lo
conferma un volontario di
Save the Children, Wazim Bhat, da Srinagar, capitale
estiva del Kashmir indiano: “Molte persone sono ancora senza riparo. Fa molto
freddo e abbiamo bisogno di tende e prefabbricati. Diverse zone non sono state
ancora raggiunte dagli aiuti. I camion non possono arrivare lì perché o non ci
sono strade o sono impraticabili. A volte bisogna procedere a piedi, solo che
non abbiamo tempo. Stiamo cercando di muoverci più in fretta possibile”.
Elicotteri e muli. Sulle montagne
himalayane sconvolte dal sisma e dove finora hanno perso la vita oltre 40mila
persone, si procede con ogni mezzo. Ci sono gli elicotteri degli eserciti
indiano e pachistano – avversari da mezzo secolo - per portare soccorso in aree
remote. Ma anche i volontari locali, abituati a climi rigidissimi e a camminare
per giorni ad altitudini comprese tra i 2mila e gli oltre 5mila metri. Di
solito, con l’aiuto di muli, percorrono le vie più impervie e inaccessibili ai
camion delle organizzazioni internazionali.
Dalla guerra ai soccorsi. Tra questi volontari
un giornalista dell’Agenzia France Presse (AFP) ha incontrato anche alcuni
mujahedin, fino all’otto ottobre – giorno del sisma - dediti all’insurrezione
contro l’esercito indiano per l’indipendenza del Kashmir e oggi convertiti,
almeno temporaneamente, a una nuova jihad: quella per salvare le vittime del
disastro naturale che ha colpito la loro terra. “Jihad significa molte cose.
Non solo prendere in mano un fucile, ma anche aiuto, passione, mettersi al
servizio di chi ha bisogno”, dice all’AFP Yawa Saleem, ribelle islamico di soli
22 anni.
Inverno alle porte. Intanto anche alcuni
operatori umanitari stranieri sono costretti a raggiungere i luoghi del
disastro a piedi: il medico britannico Sean Keogh dopo aver camminato per tre
giorni attraverso la valle del fiume Neelum, nel Kashmir pachistano, e dopo
aver incontrato 2mila persone bisognose d’aiuto, ha dichiarato a un reporter
del Times of India:“Ci saranno molti altri morti”. Un rischio tangibile se si
conta che molti feriti non sono stati ancora curati e almeno tre milioni di
sfollati dovranno affrontare l’inverno himalayano ormai alle porte.
Orfani. Wazim Bhat ci
spiega al telefono che la sua Ong sta portando cibo e coperte ai più
vulnerabili: “I bambini colpiti dal terremoto nel Kashmir indiano sono oltre
10mila e molti di loro hanno perso la madre, il padre o entrambi i genitori”.
Difficile
dire chi si prenderà cura di loro. In Pakistan, il presidente Pervez Musharraf
ha bloccato le adozioni, spiegando che il governo stesso provvederà ai piccoli
orfani.
Bhat dipinge un quadro
desolante della sua terra: “Distruzione lungo la Linea di Controllo – il
confine militarizzato che divide il Kashmir indiano da quello pachistano -,
fino al distretto di Tandar e tutto intorno a Srinagar per un raggio di cento
chilometri”. L’operatore umanitario spiega poi che “in un’area così vasta
(comprese le regioni pachistane, ndr) è molto difficile allestire dei campi.
Per ora le persone sono rimaste nei loro villaggi distrutti, in alcuni casi –
i
più fortunati – trasformati in tendopoli”.
La guerra continua. E mentre le
organizzazioni non governative cercano a fatica di coordinare i lavori per non
sovrapporsi negli aiuti, India e Pakistan – che hanno impegnato i loro soldati
nei soccorsi – non hanno ancora raggiunto un accordo di collaborazione. La
contesa del Kashmir, spaccato in due dal 1948, dopo la proclamazione di
indipendenza dell’India, brucia ancora. Finora le due potenze hanno combattuto
due guerre e solo da alcuni mesi hanno avviato i negoziati di pace. Trattative
che, tra l’altro, non hanno saputo fermare l’insurrezione dei ribelli islamici
contro le truppe di Nuova Dheli, in corso dal 1989. Nello stillicidio di un
conflitto che sembra non avere fine, ieri è caduto anche il ministro
dell’educazione del Kashmir indiano, Ghulam Nabi Lone: i militanti gli hanno
teso un agguato nella sua dimora, in una delle aree ”ad alta sicurezza di
Srinagar”. La jihad - che uccide -
continua anche nella tragedia e un cessate il fuoco, come quello proclamato
nella provincia indonesiana dell’Aceh dopo lo tsunami, sembra una chimera.