19/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Giorni di cammino per raggiungere le vittime del terremoto
  Bimbo con mulo carico di aiuti
Nelle regioni colpite dal terremoto la situazione diventa più drammatica di ora in ora. Ce lo conferma un volontario di Save the Children, Wazim Bhat, da Srinagar, capitale estiva del Kashmir indiano: “Molte persone sono ancora senza riparo. Fa molto freddo e abbiamo bisogno di tende e prefabbricati. Diverse zone non sono state ancora raggiunte dagli aiuti. I camion non possono arrivare lì perché o non ci sono strade o sono impraticabili. A volte bisogna procedere a piedi, solo che non abbiamo tempo. Stiamo cercando di muoverci più in fretta possibile”.
 
Elicotteri e muli. Sulle montagne himalayane sconvolte dal sisma e dove finora hanno perso la vita oltre 40mila persone, si procede con ogni mezzo. Ci sono gli elicotteri degli eserciti indiano e pachistano – avversari da mezzo secolo - per portare soccorso in aree remote. Ma anche i volontari locali, abituati a climi rigidissimi e a camminare per giorni ad altitudini comprese tra i 2mila e gli oltre 5mila metri. Di solito, con l’aiuto di muli, percorrono le vie più impervie e inaccessibili ai camion delle organizzazioni internazionali.
 
Dalla guerra ai soccorsi. Tra questi volontari un giornalista dell’Agenzia France Presse (AFP) ha incontrato anche alcuni mujahedin, fino all’otto ottobre – giorno del sisma - dediti all’insurrezione contro l’esercito indiano per l’indipendenza del Kashmir e oggi convertiti, almeno temporaneamente, a una nuova jihad: quella per salvare le vittime del disastro naturale che ha colpito la loro terra. “Jihad significa molte cose. Non solo prendere in mano un fucile, ma anche aiuto, passione, mettersi al servizio di chi ha bisogno”, dice all’AFP Yawa Saleem, ribelle islamico di soli 22 anni.
 
Inverno alle porte. Intanto anche alcuni operatori umanitari stranieri sono costretti a raggiungere i luoghi del disastro a piedi: il medico britannico Sean Keogh dopo aver camminato per tre giorni attraverso la valle del fiume Neelum, nel Kashmir pachistano, e dopo aver incontrato 2mila persone bisognose d’aiuto, ha dichiarato a un reporter del Times of India:“Ci saranno molti altri morti”. Un rischio tangibile se si conta che molti feriti non sono stati ancora curati e almeno tre milioni di sfollati dovranno affrontare l’inverno himalayano ormai alle porte.
 
Bambini, Kashmir pachistano - copyright Save the ChildrenOrfani. Wazim Bhat ci spiega al telefono che la sua Ong sta portando cibo e coperte ai più vulnerabili: “I bambini colpiti dal terremoto nel Kashmir indiano sono oltre 10mila e molti di loro hanno perso la madre, il padre o entrambi i genitori”. Difficile dire chi si prenderà cura di loro. In Pakistan, il presidente Pervez Musharraf ha bloccato le adozioni, spiegando che il governo stesso provvederà ai piccoli orfani. 
Bhat dipinge un quadro desolante della sua terra: “Distruzione lungo la Linea di Controllo – il confine militarizzato che divide il Kashmir indiano da quello pachistano -, fino al distretto di Tandar e tutto intorno a Srinagar per un raggio di cento chilometri”. L’operatore umanitario spiega poi che “in un’area così vasta (comprese le regioni pachistane, ndr) è molto difficile allestire dei campi. Per ora le persone sono rimaste nei loro villaggi distrutti, in alcuni casi – i più fortunati – trasformati in tendopoli”.
 
La guerra continua. E mentre le organizzazioni non governative cercano a fatica di coordinare i lavori per non sovrapporsi negli aiuti, India e Pakistan – che hanno impegnato i loro soldati nei soccorsi – non hanno ancora raggiunto un accordo di collaborazione. La contesa del Kashmir, spaccato in due dal 1948, dopo la proclamazione di indipendenza dell’India, brucia ancora. Finora le due potenze hanno combattuto due guerre e solo da alcuni mesi hanno avviato i negoziati di pace. Trattative che, tra l’altro, non hanno saputo fermare l’insurrezione dei ribelli islamici contro le truppe di Nuova Dheli, in corso dal 1989. Nello stillicidio di un conflitto che sembra non avere fine, ieri è caduto anche il ministro dell’educazione del Kashmir indiano, Ghulam Nabi Lone: i militanti gli hanno teso un agguato nella sua dimora, in una delle aree ”ad alta sicurezza di Srinagar”. La jihad  - che uccide - continua anche nella tragedia e un cessate il fuoco, come quello proclamato nella provincia indonesiana dell’Aceh dopo lo tsunami, sembra una chimera.

Francesca Lancini

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