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La storia dei primi coloni americani è quasi rassicurante: erano anglo-sassoni
che cercavano fortuna, a volte in fuga dalle persecuzioni in patria, e grazie
ai loro sforzi nacque l’America di oggi. Un’avventura piena di tribolazioni, ma
a lieto fine. Non sempre però è andata così. La maggioranza dei pionieri era sì
bianca, cristiana, nordeuropea. Ma proprio per questo nel nuovo mondo trovarono
posto anche vecchie discriminazioni. In una società in formazione, che nel corso
dei secoli ha inglobato immigrati di ogni continente, il diverso è stato emarginato
sistematicamente. La segregazione dei neri è conosciuta. Quella dei “diversi”
che non erano catalogabili negli schemi razziali, meno. Non era evidente come
le altre. Non colpiva lo stesso numero di persone. Ma non per questo è stata meno
crudele. E ancora oggi, in una sperduta zona dei monti Appalachi che si espande
tra Tennessee orientale, Kentucky e Virginia, c’è chi può raccontarla.
Rompere un tabù. Wayne Winkler, Melungeon da parte di madre, è l’uomo che da dieci anni si impegna
per reclamare un’identità negata per oltre due secoli. Sfidando la diffidenza
degli anziani – “Se aveste sofferto anche voi le stesse discriminazioni, oggi
non sareste così orgogliosi”, dicono ai più giovani – nel 1995 Winkler ha fondato
la Melungeon Heritage Association. Lo stesso anno organizzò un raduno di chi aveva le sue stesse origini. “Mi
aspettavo una cinquantina di persone, ne arrivarono seicento. L’anno dopo, duemila”.
Winkler ricorda la prima volta che sentì la parola maledetta. “Avevo 12 anni,
ero in un negozio con mio fratello e mia nonna, una Melungeon. A un certo punto
un cliente la chiamò ‘squaw negra’, un doppio dispregiativo perché chiamare ‘squaw’
una donna indiana era come darle della prostituta. Quella sera chiesi a mio padre
cosa voleva dire Melungeon, lui mi prese da parte e me lo spiego. Ma l’argomento
era tabù in famiglia”.
Da dove vengono. Le origini dei Melungeons rimangono oscure. L’unica cosa certa, ha scoperto
Winkler, è che il primo uso documentato di questo nome risale al 1813. Il termine
potrebbe avere sei significati differenti, nessuno positivo. C’è la possibilità
che derivi dal francese mélange, miscuglio. Dal greco melos, nero. Dal portoghese melungo, marinaio. Dall’arabo melunjinn o dal turco meluncan, “anima dannata”. O dall’inglese antico melengine, maligno. Parole di provenienze diverse, che ognuno porta a sostegno della sua
teoria. Winkler, che ha scritto un libro sull’argomento, crede che i primi Melungeons
furono marinai portoghesi dell’epoca dei grandi esploratori (e quindi anche nordafricani,
indiani). Un altro autore Melungeon, Brent Kennedy, nei suoi due volumi sulle
origini della comunità guarda verso l’Anatolia. Ma si parla del tardo Cinquecento,
del Seicento. Non esistono documenti che consentano un’identificazione precisa.
L’unico fatto accertato è che, da dovunque venissero, questi pionieri si insediarono
nelle povere zone rurali degli Appalachi – una terra adatta solo per il piccolo
allevamento e l’agricoltura di sussistenza, non certo per le piantagioni – e qui
si integrarono più facilmente con gli altri “diversi”: gli schiavi neri, i nativi
americani. Una sorta di comunanza tra emarginati. Ne nacque un miscuglio che Winkler
e Kennedy chiamano “trirazziale”.Alessandro Ursic