19/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio nella terra dei Melungeons, una comunità discriminata per secoli
Foto di classe negli anni Trenta, nell'unica scuola che accettava i MelungeonsLa storia dei primi coloni americani è quasi rassicurante: erano anglo-sassoni che cercavano fortuna, a volte in fuga dalle persecuzioni in patria, e grazie ai loro sforzi nacque l’America di oggi. Un’avventura piena di tribolazioni, ma a lieto fine. Non sempre però è andata così. La maggioranza dei pionieri era sì bianca, cristiana, nordeuropea. Ma proprio per questo nel nuovo mondo trovarono posto anche vecchie discriminazioni. In una società in formazione, che nel corso dei secoli ha inglobato immigrati di ogni continente, il diverso è stato emarginato sistematicamente. La segregazione dei neri è conosciuta. Quella dei “diversi” che non erano catalogabili negli schemi razziali, meno. Non era evidente come le altre. Non colpiva lo stesso numero di persone. Ma non per questo è stata meno crudele. E ancora oggi, in una sperduta zona dei monti Appalachi che si espande tra Tennessee orientale, Kentucky e Virginia, c’è chi può raccontarla.
 
Le origini del nome. Melungeons. Parola di etimologia bastarda, impura, come le origini di chi è stato etichettato così. E’ il nome con cui fu battezzata una piccola comunità di agricoltori, che nessuno – neanche loro stessi – sapeva da dove veniva. Bianchi ma olivastri, non certo White Anglo-Saxon Protestant. Turchi? Forse. Discendenti di marinai portoghesi e nordafricani? Può essere. Europei mescolati con gli schiavi neri e le tribù di nativi americani? Molto probabile. Nella rigida separazione razziale tra bianchi e neri di inizio Ottocento, i Melungeons erano indecifrabili. Erano una comunità chiusa, ancora oggi i loro discendenti si chiamano tutti con gli stessi cognomi: Collins, Mullins, Gibson, Goins. Non avevano gli stessi diritti dei bianchi. Non volevano essere accomunati con i neri. Finì che diventarono una specie di “zingari d’America”. Visti come loschi, infidi, non assimilabili. “Se non fai il bravo, vengono i Melungeons e ti portano via”, dicevano le mamme bianche ai bambini capricciosi.
 
Wayne Winkler, fondatore dell'associazione che riunisce i Melungeons di oggi, indica la valle da dove i primi Melungeons approdarono in TennesseeRompere un tabù. Wayne Winkler, Melungeon da parte di madre, è l’uomo che da dieci anni si impegna per reclamare un’identità negata per oltre due secoli. Sfidando la diffidenza degli anziani – “Se aveste sofferto anche voi le stesse discriminazioni, oggi non sareste così orgogliosi”, dicono ai più giovani – nel 1995 Winkler ha fondato la Melungeon Heritage Association. Lo stesso anno organizzò un raduno di chi aveva le sue stesse origini. “Mi aspettavo una cinquantina di persone, ne arrivarono seicento. L’anno dopo, duemila”. Winkler ricorda la prima volta che sentì la parola maledetta. “Avevo 12 anni, ero in un negozio con mio fratello e mia nonna, una Melungeon. A un certo punto un cliente la chiamò ‘squaw negra’, un doppio dispregiativo perché chiamare ‘squaw’ una donna indiana era come darle della prostituta. Quella sera chiesi a mio padre cosa voleva dire Melungeon, lui mi prese da parte e me lo spiego. Ma l’argomento era tabù in famiglia”.
 
La diffidenza degli abitanti. La curiosità di Winkler è oggi quella degli altri migliaia di membri della sua associazione. Voglia di capire, di scavare nel proprio passato. Tutto tranne che un compito facile: per gli anziani la parola Melungeon rimane un insulto. Non se ne parla volentieri. Per questo motivo i giornalisti che negli ultimi decenni sono calati nella contea di Hancock in Tennessee, cinquemila abitanti quasi tutti con origini Melungeon, hanno avuto l’impressione di un luogo inospitale e impenetrabile. Bussare alle porte delle sparse casette della zona per chiedere “Scusi, per caso lei è un Melungeon?” è come andare a casa di un vecchio afro-americano dell’Alabama e domandargli “Per caso lei è un negro?”.
 
DruAnna Williams, Melungeon da parte di madre, mostra una foto della nonna Da dove vengono. Le origini dei Melungeons rimangono oscure. L’unica cosa certa, ha scoperto Winkler, è che il primo uso documentato di questo nome risale al 1813. Il termine potrebbe avere sei significati differenti, nessuno positivo. C’è la possibilità che derivi dal francese mélange, miscuglio. Dal greco melos, nero. Dal portoghese melungo, marinaio. Dall’arabo melunjinn o dal turco meluncan, “anima dannata”. O dall’inglese antico melengine, maligno. Parole di provenienze diverse, che ognuno porta a sostegno della sua teoria. Winkler, che ha scritto un libro sull’argomento, crede che i primi Melungeons furono marinai portoghesi dell’epoca dei grandi esploratori (e quindi anche nordafricani, indiani). Un altro autore Melungeon, Brent Kennedy, nei suoi due volumi sulle origini della comunità guarda verso l’Anatolia. Ma si parla del tardo Cinquecento, del Seicento. Non esistono documenti che consentano un’identificazione precisa. L’unico fatto accertato è che, da dovunque venissero, questi pionieri si insediarono nelle povere zone rurali degli Appalachi – una terra adatta solo per il piccolo allevamento e l’agricoltura di sussistenza, non certo per le piantagioni – e qui si integrarono più facilmente con gli altri “diversi”: gli schiavi neri, i nativi americani. Una sorta di comunanza tra emarginati. Ne nacque un miscuglio che Winkler e Kennedy chiamano “trirazziale”.
 
(1. continua domani)

Alessandro Ursic

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