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Difficile eredità. La prima, banale considerazione da fare è che
dieci anni di guerra civile non si cancellano con un colpo di spugna. Le
immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo, che immortalavano la
guerra per le strade di Freetown e le mutilazioni sui civili diventate una
sorta di “marchio di fabbrica” dei ribelli del Ruf (Revolutionary United
Front), risalgono a pochi anni fa. Ma il conflitto non ha lasciato solamente
cicatrici profonde nella popolazione: l’economia è stagnante, mancano le
infrastrutture basilari e la corruzione, favorita dal redditizio contrabbando
dei diamanti, è una piaga nazionale. I risultato di un simile sfacelo è
immaginabile: secondo gli ultimi dati dell’Onu, la Sierra Leone è all’ultimo
posto nell’indice mondiale di sviluppo umano, superata perfino dal Niger.
Niente più armi. Non
manca tuttavia qualche aspetto positivo. Dal punto di vista della
sicurezza, per esempio, la situazione è sotto
controllo: l’Unamsil è riuscita a smobilitare 72.000 combattenti, e
negli
ultimi anni non ci sono stati più scontri armati. “Almeno su questo
siamo
tranquilli” conferma Giuliano “ma il futuro è ancora pieno di sfide:
stiamo
riuscendo a raggiungere con le scuole buona parte dei ragazzi, e ci
siamo
impegnati al recupero dei bambini-soldato. La comunità risponde bene,
parecchi
ex-combattenti ora hanno un lavoro e sono stati riaccolti nei loro
villaggi. L'impegno più grosso riguarda però le ragazze: per le
violenze che hanno subito servono
programmi speciali di supporto psicologico e su questo bisogna ancora
fare
tanta strada. Senza contare il problema dei mutilati, a cui cerchiamo
di
offrire un livello di istruzione più alto della media perché non
possono più
svolgere lavori manuali.”
Un filo
di speranza. La
speranza in un avvenire migliore è racchiusa tutta
nell’ultima considerazione di padre Giuliano. “Se ripenso a quello che
questa gente ha passato, e come sia riuscita nonostante tutto a
rialzarsi, rimboccarsi le maniche e ricominciare a vivere non posso che
essere
ottimista. Non so quanti ci sarebbero riusciti. Il loro entusiasmo mi
dà
un’enorme carica per andare avanti.” La strada per cancellare le
cicatrici
della guerra è ancora lunga, ma la Sierra Leone è già in viaggio. Matteo Fagotto