24/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I caschi blu lasciano la Sierra Leone: un bilancio a quattro anni dalla fine della guerra
Il momento tanto temuto è arrivato: a fine anno i caschi blu dell’Unamsil, la missione Onu in Sierra Leone, lasceranno definitivamente il paese, che dovrà dimostrare di poter camminare con le proprie gambe. Dopo quattro anni di pace, le prospettive di uno dei paesi più martoriati dell’Africa restano ancora molto problematiche
 
La guerra in Sierra Leone ha provocato più di 100 mila mortiDifficile eredità. La prima, banale considerazione da fare è che dieci anni di guerra civile non si cancellano con un colpo di spugna. Le immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo, che immortalavano la guerra per le strade di Freetown e le mutilazioni sui civili diventate una sorta di “marchio di fabbrica” dei ribelli del Ruf (Revolutionary United Front), risalgono a pochi anni fa. Ma il conflitto non ha lasciato solamente cicatrici profonde nella popolazione: l’economia è stagnante, mancano le infrastrutture basilari e la corruzione, favorita dal redditizio contrabbando dei diamanti, è una piaga nazionale. I risultato di un simile sfacelo è immaginabile: secondo gli ultimi dati dell’Onu, la Sierra Leone è all’ultimo posto nell’indice mondiale di sviluppo umano, superata perfino dal Niger.
 
Delusioni e corruzione. In una situazione così disastrata, quali sono le prospettive per il futuro? PeaceReporter ne ha parlato con padre Giuliano Pini, preside di un istituto professionale a 115 km dalla capitale Freetown e missionario nel paese da 18 anni. Giuliano ha vissuto i momenti più duri della guerra, venendo anche rapito dai ribelli nel 1999. “Non posso nascondere la mia delusione” attacca subito padre Giuliano “condivisa dalla maggior parte della popolazione. Ci si aspettava di più da questa amministrazione (il presidente Kabbah è stato rieletto alla presidenza nel 2002), ma è stato fatto molto poco per venire incontro ai bisogni della gente. La maggior parte degli aiuti è andata a finanziare le case di lusso dei politici, che spuntano come funghi sulle colline attorno a Freetown. Il governo ha ammesso che il 50% delle entrare provenienti dal commercio dei diamanti viene assorbito dal contrabbando, ma la percentuale è anche maggiore. E la corruzione è talmente diffusa che alla Sierra Leone è stata negata la riduzione del debito.”
 
L'Unamsil è stata giudicata la migliore missione dell'Onu in AfricaNiente più armi. Non manca tuttavia qualche aspetto positivo. Dal punto di vista della sicurezza, per esempio, la situazione è sotto controllo: l’Unamsil è riuscita a smobilitare 72.000 combattenti, e negli ultimi anni non ci sono stati più scontri armati. “Almeno su questo siamo tranquilli” conferma Giuliano “ma il futuro è ancora pieno di sfide: stiamo riuscendo a raggiungere con le scuole buona parte dei ragazzi, e ci siamo impegnati al recupero dei bambini-soldato. La comunità risponde bene, parecchi ex-combattenti ora hanno un lavoro e sono stati riaccolti nei loro villaggi. L'impegno più grosso riguarda però le ragazze: per le violenze che hanno subito servono programmi speciali di supporto psicologico e su questo bisogna ancora fare tanta strada. Senza contare il problema dei mutilati, a cui cerchiamo di offrire un livello di istruzione più alto della media perché non possono più svolgere lavori manuali.”
 
L’esperienza Emergency. La scuola non è l’unico settore da sviluppare, anche nella sanità la situazione non è rosea, come conferma Andrea Bellardinelli, impiegato nel centro chirurgico di Emergency di Goderich, a 20 km da Freetown. “Operiamo in condizioni molto difficili: mancano luce e acqua, un paradosso per uno dei paesi a più alta piovosità del mondo. Le strutture sanitarie non raggiungono tutta la popolazione, e quello di Emergency è uno dei pochi centri che offre assistenza gratuita.” Eppure anche in questo caso non mancano i lati positivi. “La nostra attività è molto apprezzata” continua Andrea “sia dalla popolazione che dalle autorità. E senza la collaborazione dei locali non sarebbe possibile portare avanti e far crescere questo centro, la loro voglia di fare è il miglior viatico per il futuro.”
 
Una strada di FreetownUn filo di speranza. La speranza in un avvenire migliore è racchiusa tutta nell’ultima considerazione di padre Giuliano. “Se ripenso a quello che questa gente ha passato, e come sia riuscita nonostante tutto a rialzarsi, rimboccarsi le maniche e ricominciare a vivere non posso che essere ottimista. Non so quanti ci sarebbero riusciti. Il loro entusiasmo mi dà un’enorme carica per andare avanti.” La strada per cancellare le cicatrici della guerra è ancora lunga, ma la Sierra Leone è già in viaggio. 

Matteo Fagotto

Pubblicità
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità