scritto per noi
da
Francesco Lembo

All’indomani del voto, si va delineando in Liberia uno scenario che in
molti avevano prospettato alla vigilia delle elezioni. Alta la percentuale dei
votanti, che si è attestata al 74%. Secondo i dati ufficiali il candidato del
Cdc, George Manneh Weah, ha raccolto il maggior numero dei consensi (32.2%),
distaccando nettamente la candidata dell’Unity Party, Ellen Johnson Sirleaf (18.6%).
Sorprende l’affermazione, in alcune contee, del candidato del Liberty Party
Charles Brumskine che, a livello nazionale, si posiziona terzo (10.6%).
Outsider. “E’ un buon leader”, afferma Terry Quoi, sacerdote
in River Cess. “A differenza di molti candidati, Brumskine si interessa della
povera gente. Lo ha dimostrato con il governo di Taylor, dal quale si è
dissociato durante la guerra fuggendo in America. Tra tutti i candidati è il più
credibile. Il suo principale impegno politico è quello di garantire a tutti i
cittadini liberiani il diritto all’educazione, svincolandola da tasse
governative e rendendola obbligatoria per tutti”. Inevitabile, a questo punto,
un ballottaggio, previsto per il giorno 8 novembre 2005, tra i primi due
candidati che otterranno il maggior numero dei voti.
Data storica. La comunità internazionale ha espresso la propria
soddisfazione per una tornata elettorale che si è svolta in un sostanziale
clima di calma e serenità. “L’11 ottobre”, afferma Ray Kennedy, direttore della
componente elettorale della missione Unmil, “sarà ricordato come una data
storica per la Liberia, dal momento che tutto il mondo ha potuto assistere a
libere e trasparenti elezioni. Il popolo liberiano si è alzato in piedi dopo 14
lunghi anni di guerra che lo avevano messo in ginocchio e ha dimostrato il
proprio impegno verso un credibile processo di pace da attuarsi mediante un
governo democraticamente eletto”.
Pace armata. Nessun incidente di rilievo è stato registrato. Alla
vigilia delle elezioni erano in molti a temere il verificarsi di scontri o
episodi di violenza tra i sostenitori dei vari gruppi politici. Soprattutto in
alcune zone vicino la capitale, dove vivono gli ex combattenti, come a Gotrish
Rubber Plantation, il clima pre-elettorale era teso. “La gente ha paura”, ci ha riferito prima
delle elezioni un locale che non vuole essere identificato per nome. “Molti tra
gli ex combattenti sono a favore della candidatura di Weah e sostengono di
essere pronti a riprendere le armi, nell’ipotesi in cui non vincesse le
elezioni”.
Il gran giorno. 11 ottobre, distretto di Morweh, contea di River
Cess. Prima mattinata, arriviamo a Bojeesay Town sulla nostra 4x4. Davanti al
seggio, un lungo serpentone di persone, in piedi, attende il proprio turno per
votare. Un’interminabile coda che procede lente. Entriamo nel seggio. Una
stanza minuscola, di ghiaia, improvvisata come sala elettorale. Due tavoli,
qualche sedia, una finestra da cui entra poca luce. L’odore forte, penetrante.
All’interno i membri del seggio, gli osservatori, i rappresentanti dei vari
partiti politici. Ci muoviamo a stento, quasi manca spazio anche per l’aria.
Gli elettori entrano uno alla volta, seguendo un percorso loro imposto:
verifica della tessera elettorale, consegna delle schede di voto, cabina, urna,
inchiostro indelebile. Monitoriamo il seggio per una decina di minuti. Le
persone indugiano nelle cabine. La coda, fuori, non si muove di un millimetro.
Voto poco segreto. “Molti”, ci racconta Topoh Sylvanus, “non sanno
come votare. Sanno a chi dare la preferenza, ma non sono in grado di
riconoscere il viso del proprio candidato stampato sulla scheda elettorale, né
leggerne il nome. In alcuni casi si vergognano a chiedere indicazioni ai membri
del seggio, così rimangono nella cabina dieci, talora venti minuti, fin quando
si rassegnano ad abbandonarla su invito del presidente del seggio. Questo è il
motivo di tante schede bianche. Molto spesso chiedono di avvalersi della procedura
del voto assistito. Riferiscono al presidente di seggio la persona cui
intendono accordare la propria preferenza e quest’ultimo marca la tessera
elettorale, si spera secondo le indicazioni dell’elettore. Soprattutto nei
centri rurali come questo, dove più alto è il livello di analfabetismo, la
maggior parte della gente ricorre al voto assistito con la conseguenza, ben
intuibile, che il voto perde una delle sue caratteristiche fondamentali: la
segretezza”.
Code
di speranza. Pomeriggio di pioggia. Ci spostiamo verso gli
altri centri del distretto: Gbarsleh Town, Kangbo Town, Debbah Town. Le stesse
scene si ripetono. Interminabili code all’entrata del seggio elettorale, stanze
senza luce adibite a seggio e quasi ogni elettore accompagnato dal presidente
nella cabina elettorale. Qualche osservatore ce lo fa notare, quasi
timidamente, per lo più rassegnato: “quale che sia il risultato finale di
questa tornata elettorale, la segretezza del voto è la vera sconfitta”. Fuori
la gente in fila si fa nervosa. La pioggia inizia a cadere più forte. L’orario
di chiusura dei seggi è previsto per le ore 18. Sono tuttavia ammesse al voto
tutte le persone che prima delle sei di sera si trovano in coda. A Kangbo Town,
l’ultima persona vota alle ore 22. Lo scrutinio termina alle cinque di mattina.
Inizia a intravedersi l’alba. E’ il 12 ottobre. E la Liberia è sulla strada verso
la democrazia.