Circa
10 milioni di cittadini hanno votato sabato 15 ottobre, secondo i primi
dati diffusi dalla Commissione Elettorale irachena, per il
referendum per
approvare o respingere la nuova Costituzione. Se i dati venissero
confermati, l’affluenza alle urne sarebbe stata del 65 percento degli
aventi
diritto. Una percentuale più alta del 58 percento delle elezioni del 30
gennaio 2005, quelle che avevano eletto il Parlamento provvisorio
incaricato di
scrivere il testo che sabato è stato sottoposto agli iracheni.
Una lunga
giornata. Il giorno tanto atteso era cominciato nel peggiore dei modi possibili
per il governo iracheno e per quello statunitense, che puntavano entrambi a un
successo del ‘sì’ al referendum e in un buon ritorno d’immagine. La capitale
Baghdad si è svegliata al buio sabato mattina. La guerriglia aveva
fatto saltare nella notte un traliccio dell’alta tensione lasciando senza
corrente elettrica la città. Centinaia di operai erano stati precettati e la corrente
è stata ripristinata. Così i circa 6mila seggi potevano essere aperti, dalle
7 alle 17 ora locale, in tutto il Paese. Le misure di sicurezza sono state quelle
delle grandi occasioni per il voto che in molti definivano storico. Il divieto di circolazione, imposto per
limitare il rischio di attentati, creava un clima surreale per un Paese che ha
un numero impressionante di veicoli che congestionano il traffico.
Ma gli iracheni, almeno quelli di origine sciita e curda, a votare ci
sono andati. L’affluenza alle urne ha segnato una forbice tra il 33 percento e
il 66 percento degli aventi diritto e, attraverso le fredde statistiche, si può
disegnare una mappa dell’Iraq di oggi: i cittadini del sud e del nord del
Paese, rispettivamente a maggioranza sciita e curda, hanno votato in massa,
mentre nelle province a maggioranza sunnita l’affluenza è stata la più bassa di
tutto l’Iraq.
Pochi incidenti. Rispetto al 30
gennaio, quando ci furono 100 attacchi in tutto il Paese e morirono non meno di
40
persone, il referendum di sabato è stato caratterizzato da poche azioni di
guerriglia. A Ramadi, in zona sunnita, cinque soldati
americani sono stati uccisi dall'esplosione di una mina, mentre la Zona Verde,
simbolo del vecchio
e del nuovo potere, è stata bersaglio di un lancio di proiettili di mortaio che
non hanno causato vittime. Una bomba nascosta sul ciglio della strada ha ucciso
un militare iracheno e ne ha feriti altri tre vicino a Baquba. Tutti i militari
facevano parte di una pattuglia che trasportava urne elettorali. Insorti iracheni hanno rapito 10 impiegati
della Commissione Elettorale nella provincia di Al Anbar, in Iraq. Un altro
funzionario elettorale e' stato ferito nel sobborgo di Abu Ghraib, vicino a
Baghdad, in un attacco contro il centro elettorale dopo la chiusura dei seggi.
Altri sequestri di funzionari addetti ai seggi elettorali sono avvenuti a
Jalidiya e ad Al Yazira, due localita' della provincia di Al Anbar, vicino alla
frontiera siriana. Un gruppo di uomini armati ha fatto
irruzione in un seggio elettorale di Abu Ghraib, alla periferia nord-ovest di
Baghdad, e si e' impadronito di cinque urne. Alla rapina hanno assistito
Osservatori dell'associazione indipendente irachena
Aiun che avevano seguito le operazioni di voto nel seggio. A Baghdad alcuni uomini
armati hanno
aperto il fuoco contro una scuola adibita a seggio di voto. Ancora a Baghdad un
poliziotto e' rimasto
ferito a causa di un'esplosione non lontano da un seggio. Scontri a fuoco tra
le forze dell'ordine e gruppetti di guerriglieri hanno caratterizzato tutta la
giornata a Ramadi e a Bassora.
Una lunga attesa. Adesso non resta
che attendere i risultati. La Commissione Elettorale ha fatto sapere che un
primo spoglio, dopo che tutti i cittadini avranno modo di presentare eventuali
reclami, è atteso per giovedì 20 ottobre, ma che i risultati definitivi si
avranno solo il 24 ottobre. La costituzione verrà ratificata se la maggioranza
del 50 percento più uno degli aventi diritto (15 milioni e mezzo d’iracheni in
totale) ha detto ‘si’e se i due terzi degli elettori, in almeno tre province su
18, non avranno detto ‘no’.
Nessuno si sbilancia sull’esito finale, visto che sono almeno quattro le
province dell’Iraq a maggioranza sunnita. Inoltre la situazione del voto è
stata molto differente nelle varie aree del Paese. A Mosul, città ricca di
petrolio e contesa tra i sunniti e i curdi, l’affluenza è stata scarsa. Anche perché il voto è stato
preceduto da un volantinaggio minaccioso che vietava alla gente di andare a
votare. A Ramadi, dov’è avvenuto il maggior numero di attacchi alle forze
armate irachene e statunitensi, l’affluenza è stata scarsissima e l’attenzione
è stata rubata da un bombardamento del governatorato locale con colpi
di mortaio, razzi e raffiche di mitragliatrice.
A Falluja, città martire dell’occupazione delle truppe della
Coalizione,
hanno votato quasi tutti i cittadini, segnando un’affluenza record. Ma
secondo
i primi dati hanno votato tutti ‘no’ alla nuova Costituzione. Se la
costituzione sarà approvata gli iracheni torneranno alle urne entro il
15
dicembre per eleggere un Parlamento in carica per 4 anni. Se vince il
‘no’ si
rifà la Costituente. Ma i potenti della terra sembrano avere pochi
dubbi circa
il risultato finale del referendum. Condoleeza Rice, segretario di
Stato Usa,
si è detta certa della vittoria del ‘si’ sottolineando come “gli
iracheni hanno
investito sul loro futuro”. Il presidente degli Stati Uniti George W.
Bush ha
affermato che “gli iracheni hanno compiuto un passo molto difficile
nella
marcia dell’Iraq verso la democrazia” e il Segretario Generale delle Nazioni Unite
Kofi Annan ha sottolineato
come “per
la seconda volta quest’anno il popolo iracheno ha superato le
difficoltà e la
paura e ha esercitato democraticamente il suo diritto di voto”. Tutto
come
previsto insomma, come se il ‘no’ non potesse vincere. Come se si
sapesse tutto
fin dal principio. E soprattutto neanche una parola sull'accordo fatto
con i sunniti del Partito Islamico che prevede, entro due mesi, la
possibilità di modificare il testo della Costituzione. Non è quindi
chiaro per cosa abbiano rischiato la pelle milioni d'iracheni, ma
questo non fa parte del copione previsto per sabato 15 ottobre dai potenti della
terra.