Scritto per noi da
Saverio Ojetti
“La violenza dell’acqua che spazza via ogni cosa ed ogni
cosa inghiotte e trascina con sé sin nel profondo dell’abisso del suo ventre
ingordo. E’ questa l’immagine che mi tormenta ancora dopo sette mesi più di
ogni altra, e non riesco a togliermela dalla testa”. Sam ha perduto una moglie ed un fratello
nello tsunami, vive in un rifugio temporaneo, la sua casa è stata totalmente
distrutta. Aspetta i fondi necessari per cominciare una ricostruzione. “Il
governo promette, la gente di fuori promette, quelli come te che vengono qui
promettono, ma noi siamo ancora senza casa. Quello che ci serve sono regole,
chiare e non soldi. Sam guida il suo taxi che scivola lento lungo la strada che
dalla capitale Colombo porta a sud.
Il pomeriggio del 26 Dicembre scorso lo Sri Lanka cominciava
a contare i propri morti. Dando peso alle ultime stime ufficiali del governo
cingalese: 30.957 risultano ad oggi le vite strappate alla terra dalla furia
dell’acqua. 5.637, sarebbero ancora considerate disperse mentre 578.224
sarebbero gli sfollati, i senza casa, i profughi silenziosi del loro stesso
paese.
Hikkaduwa. “Guarda.
Quella era la vecchia ferrovia – indica Sam - le onde si sono trascinate via i
vagoni come fossero sacchi di sabbia. Le rotaie si sono letteralmente spezzate
e le traverse in cemento sradicate dal terreno”. Una massa di rotaie rosse di
ruggine,
contorta dalla forza delle acque, appare in tutta la sua violenza come a voler
testimoniare
il passaggio della creatura ribelle che si è confusa nella schiuma della propria
follia. Decine di persone morirono in quel tratto.
Hikkaduwa è un piccolo villaggio costiero a poco più di un
centinaio di chilometri a sud della capitale con una lunga striscia stretta di
sabbia dorata, orlata da una infinità di palme da cocco. Per 180 gradi la vista
si perde in tanta bellezza e novità, ma un girare di sguardo appena, riporta
subito ad una realtà viva ma surreale, attiva ma persa.
La costa da una parte, con le sue lunghe spiagge ripide e
strette e l’interno a pochi passi che tutto lascia immaginare fuorché il mare.
A separare le due realtà tropicali la strada, che letteralmente ne spezza la
vita, con la sua lunga e continua fila di costruzioni ammassate a destra e a
sinistra come a volerla proteggere dalla foresta che avanza e dall’imprevedibilità
di quel mare mosso nel suo moto continuo. Il maremoto dello scorso Dicembre ha
avvicinato, quasi per un attimo fuso assieme le due anime. E’ impressionante
considerarlo, ma la vita è ripresa e lo ha fatto sorridendo, nonostante la
tristezza del ricordo vibri ancora umida nelle pupille dilatate della gente che
vive lungo la strada principale che porta a Sud.
Unawatuna. All’apparenza
un villaggio popolato da anime morte, ma poi a guardare bene è pieno di vivi.
Più cerco più ne appaiono, brulicando tra le architetture cariate, a centinaia.
Il villaggio in rovina è corroso dai segni del passaggio
della grande onda, dall’oceano non ancora stanco e dal sole. Tutto è puntellato
da travi. A volte cede un balcone, a volte un davanzale. Rumori sinistri sotto
un cielo scuro ed afoso.
“Ero seduto su quella sedia, nella veranda a pochi passi dal
mare quando ho visto arrivare la prima onda di tsunami. Ho trascinato con me
quello che ho potuto e ho cominciato a correre verso l’interno. Il maremoto si
è
portato via mia madre e quattro persone che lavoravano per me”, racconta Sunil,
anziano proprietario di una guest house lungo la spiaggia di Unawatuna. Il suo
edificio è crollato, perché la struttura in cemento non ha resistito alla
violenza dell’acqua. Ora è tutto ripreso, alcune stanze sono state già
ristrutturate, alcune persone lavorano rumorosamente per montare le ultime
finestre e assestare alcune travi sul tetto. “Ho rischiato di perdere
l’attività, ma ho trovato la forza per ricominciare. Non vivo più nell’incubo
ma mi nutro di speranza”, ha poi aggiunto Sunil, chiuso dietro a un sorriso quasi
minaccioso, mentre un uomo curvo rastrellava la spiaggia. I detriti sono gli
stessi che il mare ha trascinato qui con sé sette mesi fa. Bottiglie di
plastica, corde lacere di reti da pesca, pezzi di ebano e tronchi fradici di
palma, schegge di barca, cartoni e tessuti di ogni genere.
“Ho perduto mio padre e mio fratello nel maremoto. Stavano
riparando la barca a poche decine di metri dalla costa quando sono stati travolti
dalla forza delle onde”. Suresh, autista di un rumoroso tuk-tuk non ha potuto
seppellire i suoi morti vicino casa, “il mare gli ha trascinati con sé sino ad
inghiottirli, non sono più riuscito a trovare i loro corpi”.
Da queste parti le onde di maremoto non sono arrivate
direttamente, ma hanno dovuto fare una leggera rotazione attorno alla costa
sud-ovest dell’isola. La forza di propagazione delle acque pare però non aver
perduto l’infame potenza.
Il dolore dei
ricordi. Unawatuna è un villaggio a circa 180 chilometri a sud di Colombo.
Circa 150 persone sono morte qui durante lo tsunami, tra turisti stranieri e
gente del luogo. La vita è ripresa ma negli occhi della gente intanto continuano
violenti a bruciare ricordi. Dalle loro bocche scure, suoni che diventano
storie, che riflettono sempre con la stessa luce negli sguardi umidi di chi le
racconta.
“Ho perduto la casa. Quando l’onda è arrivata sono corso
verso l’interno con la mia bambina di pochi mesi in braccio. Mia moglie era con
me. Mia figlia di sette anni era lontana da casa, era sulla spiaggia. La
chiamavo, la chiamavo con tutta la forza che avevo in corpo, ma poi l’onda è
arrivata e non ne ho avuto più notizie.” Jaya è un massaggiatore e cultore
della medicina ayurvedica di 50 anni, per ora vive in pochi metri sotto una
tenda ben ancorata alle fondamenta lisce della sua vecchia casa, per non voler
abbandonare la sorgente della sua vecchia vita. Poco più in là, le mucche pascolano
venerate tra le lapidi che segnano la poca distanza tra la vita e la morte.
Alcuni rifugi temporanei sono costruiti in lamiera, altre in
legno ma con tetti in metallo. Il sole quando buca le nuvole infuoca e la gente
ha difficoltà a restare chiusa in casa, sguscia fuori, avvolta nelle sua
lenzuola colorate, a cercare il riparo di una tenda. Per i più fortunati case
di legno e coperture “alternative”, che assicurano un riscaldamento
dell’ambiente meno violento.
Tangalla. Nel villaggio
a circa 200 chilometri a sud ovest di Colombo, incontriamo Satir. Durante lo
tsunami è salito sul tetto con i suoi tre figli e la moglie. “Le onde
distruggevano tutto quello che incontravano. E’ stato terribile. Mia madre era
a pochi passi da me, l’acqua l’ha spazzata via come un frutto marcio, per lei
non c’è stato nulla da fare”, racconta commosso.
Qui sono morte 78 persone. “Una donna tedesca era uscita da
poco per andare in spiaggia. Erano le 9:26 di mattina, non se ne è saputo più
nulla”, Satir continua a raccontare mimando la violenza dell’acqua. La zona che
affaccia sul mare per circa un paio di chilometri è stata completamente distrutta.
Poche strutture si sono salvate. Qui le onde di maremoto hanno battuto sulla
costa con tutta la loro forza perché il mare è aperto, nessuna barriera
naturale poteva evitare il disastro.
La strada che da Matara prosegue lungo la costa passando per
Tangalla, ha subito seri danni, così bisogna fare qualche deviazione
all’interno. Più si continua a scendere verso sud-est, più le deviazioni
divengono ordinarie. Molti villaggi lungo la costa sono ancora irraggiungibili
con la viabilità ordinaria.
“Ho perduto i miei
due figli – racconta Deelep, mostrando la foto di una splendida bambina e
facendo fatica a trattenere le lacrime. – Lei è Sarah, ha due anni, è dispersa
da sette mesi, ma non posso accettare l’idea di averla perduta per sempre”.
Deelep ha perduto anche la madre nello tsunami, non ha più la casa e vive da
Satir, il giovane gestore di una guest house che ha da poco riaperto le sue
prime stanze. Deelep è pescatore. Oltre i familiari ha perduto anche la barca.
A casa di Satir una moltitudine di bambini riaccende le speranze, ma non
stempera i ricordi. Nei loro occhi disillusione, sanno che la vita è cambiata
ma anche che presto tornerà alla normalità.
“Alcune barche sono arrivate grazie ai donatori e agli
interventi del governo. Ma molti pescatori sono ancora senza. Così non possiamo
andare avanti per molto”, aggiunge Deelep, teso in un sorriso scuro dietro i
suoi baffi fini.
Il villaggio di Tangalla pare spezzato da una linea d’ombra
proprio all’altezza della laguna. Negozi, mercato, traffico di mezzi e di
uomini lungo la strada esterna di collegamento al villaggio e poi il non luogo.
La negazione reale di una esistenza che prima brulicava lungo le strette vie
nelle boscaglia che portano fino al mare. “Oltre
alle nostre vite, le onde si sono trascinate via le nostre speranze.
Ricominciare è per noi questione di orgoglio e di necessità, di rivincita, per
dare un senso a quello che ci è stato portato via”, aggiunge Satir nel suo
volto scuro che vibra alla luce della candela.
L’est tamil. In
un autobus rigonfio di gente e di miseria, lasciamo la città del Sacro Dente
alla volta dell’est. Il villaggio di Trincomalee è al confine del territorio
nord-est dell’isola sotto il controllo Tamil. Check point e uomini dell’esercito
si fanno sempre più numerosi a sorvegliare le strade. Raggiungiamo Uppaveli, a
circa 15 chilometri a nord del villaggio portuale.
Si sentono alcuni spari in lontananza. Fuori sulla strada,
un check point ogni 50 metri, il resto sembra una continua trincea in un
territorio dove lo tsunami ha strappato alla vita più di 300 persone,
distruggendo migliaia di case. Restano i bambini a correre sulle strade tra le
carcasse delle vacche al sole. Il rumore di martello che sbatte su chiodi che
andranno a sorreggere la nuova vita che ricomincia è continuo e non si lascia
confondere. Gamin lavora in Italia e guadagna bene. Quando è qui vive con il
padre, la madre e suoi quattro fratelli sotto un tetto di paglia e basse mura.
Manda i soldi a casa. Sta costruendo una nuova abitazione per la sua famiglia.
Lo
tsunami gli ha distrutto la vecchia. “Aspettare l’intervento del governo
significherebbe aspettare per anni. Non voglio veder morire mio padre sotto un
tetto di paglia”, ci dice Gamin dando peso a tutta la sua determinazione.