Scritto per noi da
Paolo Lezziero
Sembrerebbe, dalla copertina, l’analisi di uno sport molto popolare, il pugilato,
perché il titolo del volume, “ Fuori i secondi”, edizioni La Vita Felice, settembre
2005, scritto da Corrado Bagnoli, con versione dialettale a fronte di Piero Marelli
e introduzione di Gabriela Fantato, è una terminologia classica dell’ambiente,
l’attimo più emozionante per un atleta, quando il massaggiatore e il preparatore
lasciano il quadrato portandosi via il secchio dell’acqua e tu sei solo.
“Ancora qualche secondo e sarebbe stato solo,
solo contro un altro che era solo contro di lui .”
In realtà il ring, il quadrato con le quattro corde che delimitano uno spazio
dove due pugili, due uomini, si affrontano per vincere o perdere in uno scontro
ad armi pari, dopo il colpo di gong, è solo uno spunto che nei versi dell’autore
si dilata fino a sopravanzare una semplice attività fisica e diventa una storia
di vita, la metafora del fuori, della società molto più dura e piena di trabocchetti,
infida.
L’ambiente, la palestra ricavata alla buona, gli spogliatoi, il pubblico paesano
hanno dentro una loro moralità, un loro rustico ma profondo insegnamento sociale.
“ Ti volti indietro e sai quello che hai fatto/ e quello che hai davanti non
ti può spaventare./ Tutt’al più potrebbe essere più forte, pensava/ lui: la vita
gli aveva già pestato duro il muso;/nessuno, invece, gli aveva fatto scricchiolare/
le ossa dentro al ring…che lo sport ti insegna / anche a perdere. E che era per
la vita…”
E’ la storia di Augusto, un giovane che cresce nella Brianza contadina degli
anni trenta e che trova, nel pugilato degli anni cinquanta, la strada per fuggire
da un lavoro, al macello comunale, pieno di sangue e di urla di maiali squartati,
futuri salami e pancette e prosciutti e carne buona da mangiare.
“ Fuori i secondi è un romanzo in versi”, come ci indica nella prefazione Gabriela
Fantato, …” con dentro un fulcro vivo e pulsante di eroismo minore”, con una lingua più dialettale che italiana.” Sul quadrato vicino agli spogliatoi
del cinema Aurora si svolgono i “mècc”, con un inglese storpiato dagli sportivi
della platea, con gli spogliatoi nei cessi del cinema Aurora, da dove …”il ring
si vedeva appena da lì: c’era molta gente,/ ognuno aveva già fumato il suo pacchetto
di sigarette…” “ tucc ‘vèven gemò brascà ‘ n pachetin de naziunaj…”
E’ il dialetto di allora, e per chi lo sa ancora parlare senza sporcarlo con
la lingua ufficiale è ancora quello di adesso, che traduce e rende la sostanza
popolana dei versi in lingua dell’autore . Piero Marelli, un poeta di notevole
livello in lingua e autore di libri dialettali, non va ridotto al rango di traduttore.
Il suo è un intervento creativo in coppia con Bagnoli; i versi dialettali sono
l’altra lingua che si inchioda alle radici del protagonista Augusto e della sua
famiglia, la mamma, suo padre, i fratelli, gli amici d’infanzia, il paese. “Il
dialetto,” dice il traduttore Marelli”, è la controstoria, quella dei contadini,
delle operaie, dei lavoratori: l’altra lingua vista come “giudice della storia
scritta sempre dai pochi altri padroni del latino e del linguaggio dei pochi.”
Sono gli anni di passaggio dalle stalle e dai campi e dalle poche tessiture alla
rivoluzione industriale che travolge Milano e il suo hinterland sradicando dalla
Brianza e poi da Bergamo e da Brescia e dal Veneto migliaia di operai. Una rivoluzione
che cambia abitudini di vita, allarga (anche troppo) gli orizzonti e i consumi,
spinge in giro la gente.
E Bagnoli “racconta” con versi che si dipanano in larghi tessuti annodati assieme
dall’uso armonico dei “che”. “Che pure, però, ci deve essere…che qualcosa si
allontani…che il tempo del gong sia nulla…”.Il suo è un costante e ansioso colloquiare
senza sosta, martellante sino alla fine, quasi ispirato dal ritmo dei giochi di
gambe e dai respiri profondi di Augusto sul quadrato.
Non si tratta però di facili bozzetti paesani o di folklore, ma sono storie
di vita che si leggono con poche soste e molte pause di riflessione, perché penetranti,
e da noi già sentite o vissute e quindi emozionanti, a volte drammatiche (il suicidio
dell’amico, la scelta del Collegio).
Al contrario, il ring è invece il luogo dove “ lì le regole sono chiare
, i confini segnati e ci sali/soltanto quando sei pronto e ti sei
preparato e lo sai/ cosa ti aspetta, che puoi vincere o perdere/ma non
ci sono magie e i colpi bassi o segreti sono vietati.”/
In questo volume lingua e dialetto si intrecciano e si accoppiano come prodotti
mai ibridi e sterili. La parlata delle corti (chi può dimenticare il teatro de
“ I Legnanesi”), ricche di animali e di luoghi segreti per i ragazzi e dei sentieri
di campagna, innerva e rinsangua un italiano che parla di lavoro e di sopravvivenza,
con case e camere divise fra loro da tende, o situate dall’altra parte della
ringhiera.
Personaggi femminili si stagliano quasi sempre un po’ appartati, ma decisivi
nel rotolare dei giorni e degli avvenimenti.. Agnese , la madre, che media sempre
e risolve l’irruenza di Augusto, la forza che mette nelle sue situazioni di vita
e di lavoro; Maria la sua ragazza, che insegue con la sua moto rumorosa usata
come arma di seduzione, che lui sceglie fra le fila delle operaie che vanno
a piedi in fabbrica, e che lo accetta perché capisce che è un buono e uno serio
che la vuole sposare, anche se pratica uno sport il pugilato che a lei sembra
violento. Ma Augusto con lei , è sempre di una grande dolcezza, e ha paura di
toccarla, e di farle del male. . E poi il matrimonio, un altro “ mécc difficile”,
pensa il Pino (il suo allenatore) e…” Fuori i secondi, quando lo fa scendere/
dalla macchina davanti alla gradinata della chiesa:/…Augusto guarda dritto davanti
e cerca di ascoltare/ i passi di Maria, lo ssccsssscc del suo abito bianco/ sulla
passatoia rossa; crede di sentirlo, lo sente dentro la testa…”
Anche lui e Maria mettono al mondo figli, lascia finalmente lo scannatoio dove
lavorava, apre un negozio, e dopo aver vissuto i primi anni con Maria in casa
dei suoi, finalmente cambia la casa e cambia la sua vita, lascia il pugilato.
Il ring si è ormai allargato a un recinto molto più grande, il paese, la casa
il lavoro i figli da tirar su, Viola, Marco, Enrico. Coi loro problemi, con Viola
che ha la testa di Augusto e fa quello che decide di fare, e si stacca dalla
famiglia pronta a lanciarsi in una società cambiata, con Enrico che si ribella
al padre e ruba ore al negozio per studiare, e poi se ne va con la sua donna;
Marco, anche lui andato.
Non è finita, però per Augusto e la sua tranquillità di anziano ormai un po’
ingrassato, spariti i muscoli e arrivata la pancia. I muri del suo negozio attirano
la speculazione edilizia, “ C’è un denaro infido e sporco. Una cosa che ti può
tagliare le gambe…e uno sfratto”. ..
E
il suo paese svapora
nell’aria. Lui stringe Maria
quando abbassa la saracinesca per l’ultima volta
e un buco nero si allarga nello stomaco. E si ricorda
tutti
gli altri rumori che quel buco hanno cominciato
a scavare. Era l’ultima cosa che aveva, così credevo io.
Adesso Augusto sulla porta di casa aspetta i figli e i loro figli …” che apre
le braccia, che li solleva uno ad uno…Adesso che ha le braccia / larghe, che sembra
il Cristo del cimitero che Ciccio (il suo nome da ragazzo) aveva fatto cadere.
Una saga familiare rappresentata dal grande tavolo intorno a cui i figli e i
figli dei figli stanno seduti a mangiare. “ Forse è per questo che Augusto e Maria
si guardano ancora così”.