scritto per noi da
Cristiano Morsolin

Arriva
dalla Colombia la droga dei vip. Maggiore coltivatore mondiale di coca, primo
produttore di cocaina e terzo di eroina, il Paese andino riesce a mantenere
alto il valore dei pesos grazie anche al traffico illegale, che, oltre ad
arricchire i potenti cartelli, alimenta anche il conflitto interno del Paese.
Da un lato i gruppi paramilitari delle Auc (Autodifese Unite della Colombia),
dall'altro i guerriglieri marxisti delle Farc (Forze Rivoluzionarie della
Colombia) e dell'Eln (Esercito di liberazione nazionale): tutti, in misure
diverse, ammettono di servirsi del commercio illegale di coca per le proprie
cause.
L’Ufficio contro la Droga
delle Nazioni Unite calcola che esistano 80 mila ettari coltivati a coca.
Le fumigazioni. Sabato 24 settembre, una commissione internazionale di
verifica dell’impatto delle fumigazioni delle coltivazioni illegali è giunta
nella regione del Magdalena Medio, valle del Rio Cimitarra, nel centro-nord
della Colombia. Una delegazione di attivisti statunitensi e canadesi membri
della Equipe cristiana di azione per la pace (Ecap) ha iniziato il monitoraggio
fin dall’aereoporto civile di Yarigues de Barrancabermeja, che il Plan Colombia
- piano orchestrato dalla Casa Bianca che in sei anni (2000-2005) ha sborsato
la mastodontica cifra di 4.000 milioni di dollari – ha convertito nella più
grande bottega di prodotti chimici, di piccoli velivoli per le fumigazioni e di
elicotteri militari. Eppure la regione è attanagliata da povertà e crisi
alimentare, ma le risorse del governo statunitense vengono utilizzate soltanto
per la guerra alla droga dichiarata dal governo di Uribe.
Ad accogliere i visitatori ufficiali, un gruppo di contadini con manifesti
dal messaggio chiaro: “Sì allo
sviluppo, all’autogestione e alla vita; no ai dollari Usa per armi e fumigazioni”
a sottolineare che questo tipo di pratica è un attentato contro le comunità
rurali e contro l’ambiente. Utilizzando erbicidi e funghi tossici considerati
illegali negli Usa, non solo distruggono le piantagioni illegali di coca, ma
provocano gravi conseguenze sulle coltivazioni di sussistenza (banano, yuca,
mais, riso); avvelenano gli animali domestici, i pesci, contaminano le risorse
naturali di cui i contadini hanno bisogno per vivere, e intossicano la
popolazione locale, causando problemi respiratori e dermatologici. E inoltre,
quando le piantagioni di coca vengono bruciate con i glifosfati - venduti
dall’impresa Monsanto, esperta anche di transgenetici - i contadini sono
costretti ad addentrarsi nella selva, bruciando vari ettari di bosco per
racimolare nuove coltivazioni.
Dal 2002 l’Ambasciata Usa a Bogotá ha archiviato ben 8mila denunce per
danni a persone e alle coltivazioni
provocati dalle fumigazioni con glifosfato; nel 2004 solo cinque casi
hanno ricevuto un indennizzo.
Ecco spiegato come i
contadini si trovino sotto un fuoco incrociato: vittime del narcotraffico che
lascia solo le briciole dei guadagni (2-3 per cento); e vittime della politica
di sradicamento della coca, visto che gli aiuti previsti per chi ne abbandona
la coltivazione non arrivano mai e i giovani, senza lavoro né cibo, aumentano
le file della guerriglia o dei desplazados.
Il Plan Colombia sta
provocando massicci esodi, che provocano inquietudine nei paesi limitrofi come
Ecuador e Perù.
Sfollati interni. Il numero dei
desplazados
in Colombia oscilla tra il milione e 700mila e i due milioni, tutti contadini
costretti alla fuga dalle violenze e dai massacri, attuati per l'80 percento
dai gruppi paramilitari, per il resto dalle guerriglie.
"Le
comunità contadine vengono massacrate dai paramilitari (1500 sono i dirigenti
contadini assassinati). Sono presi di mira soprattutto i leader al fine di
disgregarle. I contadini vengono cacciati per prendere le terre - i
latifondisti sono i narcotrafficanti maggiori - o per consentire alle
multinazionali di estrarre petrolio e minerali", spiega Gilma Benite, dirigente
del Consiglio nazionale dei contadini e di Anuc UR.
“I
movimenti campesinos e indigeni rifiutano i programmi geopolitici e militari
come il Plan Colombia, che l’impero statunitense vuole imporre usando come
pretesto il narcotraffico. Rifiutiamo i programmi di sradicamento forzato della
coca che distruggono la nostra Madre Terra e violentano i diritti umani dei
popoli. Rivendichiamo il consumo tradizionale e ancestrale della foglia di
coca, ma rigettiamo fermamente le mafie dei narcotrafficanti organizzati dai
grandi centri di consumo di cocaina dei paesi sviluppati del Nord del Mondo”,
conclude la combattiva dirigente contadina.
Per un pugno di coca. La
concentrazione delle terre in Colombia è impressionante, anche per le medie
dell'America latina: l'1,5 percento dei proprietari possiede l'80 percento
delle terre. Di questi, il 42 percento di quelle coltivabili è stato sottratto
ai contadini negli ultimi 15 anni. E' un processo di appropriazione esploso
negli anni '80, con la crescita dei gruppi paramilitari finanziati dal capo del
narcotraffico Pablo Escobar e dai grandi latifondisti, per acquisire terre per
la coca e difendere il traffico di droga. I paramilitari buttano fuori dalle
loro terre i contadini, li massacrano nei modi più atroci - la motosega è
l'arma preferita - controllano le spedizioni di droga, combattono la
guerriglia, che nelle campagne ha il suo retroterra, e si preoccupano di
azzittire le voci del dissenso, per esempio perseguitando i difensori dei
diritti umani. "Ripulire" i villaggi dai sostenitori della
guerriglia, è al primo posto
dell'agenda dei paramilitari, un'armata di oltre 10mila soldati delegata a
vincere la guerra contro le
Farc (Forze armate rivoluzionarie di
Colombia) e l'
Eln (Esercito di liberazione nazionale), finora perduta
dall'esercito, nonostante l'addestramento che ben 13.300 militari colombiani
hanno ricevuto a Fort Benning, nella Georgia, nella famosa “Scuola delle
Americhe” (che ha formato i torturatori nelle dittature di Pinochet, di Videla,
di Strossner, espressione di quel coordinamento criminale che fu il “Plan
Condor” con l’appoggio USA).
I
legami tra militari e squadroni della morte sono stati denunciati più volte
dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Questa complicità
viene garantita dall’appoggio dello Stato attraverso l’approvazione nel giugno
scorso della legge “Pace e Giustizia” che prevede la smobilitazione dei
paramilitari che, se confessano i loro crimini di lesa umanità, possono subire
una condanna massima di soli sei anni.
Agli inizi di agosto Human Rights Watch (come in seguito Amnesty International,
Federazione Internazionale dei
diritti umani FIDH e Commissione Internazionale di Giuristi CIJ) ha diffuso un
inquietante rapporto dal titolo “Las apariencias engañan. La desmovilización
de grupos paramilitares en Colombia” : dal 2003 sono quasi 6.000 i
paramilitati smobilitati; fino all’aprile di quest’anno solo 25 di questi sono
detenuti per le atrocità commesse. Questa politica del Governo Uribe ha
provocato la decisa opposizione di 158 ONG e organizzazioni della società
civile europea e colombiana che hanno scritto una lettera aperta per chiedere
all’Unione
Europea di non appoggiare l’attuale processo di smobilitazione dei gruppi
paramilitari colombiani nell’ambito del dibattito in Commissione dell’Unione
Europea per l’America Latina, che si è concluso a Strasburgo il 6
ottobre citando critiche e riserve “annotando le preoccupazioni espresse
dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani relative al
fatto che la legge approvata non tiene in sufficiente considerazione i principi
di verità, giustizia e riparazione in accordo agli standard internazionali”.
La risposta della società
civile colombiana. A fine giugno 2005 a Bogotà è nato il movimento
nazionale delle vittime dei crimini di Stato con la partecipazione di 800
delegati provenienti da tutta la Colombia. Si tratta della risposta organizzata
delle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani e del genocidio che
attanaglia il paese dopo oltre 50 anni di guerra, segregando la popolazione in
un sorta di militarizzazione permanente della società.
La società civile sopravissuta alla feroce
repressione e alla criminalizzazione dei movimenti sociali (basta ricordare i
1.500 sindacalisti uccisi e i 6.000 militanti della Unione Patriottica UP) osa
dare una risposta a un processo di “paramilitarizzazione della società” che ha
precise responsabilità e si attiene a un sanguinario disegno politico con
l’avvallo della Casa Bianca: una sorte di missione comune per vincere con il
potere della verità, la prepotenza delle menzogne e delle armi.
Il 9 agosto il
Movimento nazionale delle vittime di Stato ha presentato al vice-presidente
della Repubblica Francisco Santos una denuncia di “incostituzionalità” della
legge n. 975/2005 (appunto la “Giustizia e pace”) perché “è di fatto una legge
dell’impunità che rende possibile ai persecutori di continuare a coprire i
crimini, li protegge dalla galera e proibisce alle vittime di partecipare alla
fase decisionale sui procedimenti per la riparazione integrale”.
In
uno stato di falsa democrazia, con la stampa imbavagliata e censurata (come
denunciato dai rapporti di “Giornalisti senza Frontiere”) con la sovranità
limitata dalle presenza di truppe antiterrorismo per le strade delle città, il
governo del presidente Uribe non riconosce l’esistenza di un conflitto interno,
ma solo di terrorismo, però non spiega perché, da
agosto 2002 al giugno 2004, cioè nei primi due anni del suo governo, sia
aumentato il numero di persone che hanno perso la vita a causa della violenza
socio-politica in Colombia, fino ad arrivare a 10.586 assassinati, secondo la
Corte Interamericana per i diritti
umani.
La
posizione dell’Unione Europea. L’Unione
Europea ha espresso la sua contrarietà al Plan Colombia fin dal 2001. In particolare
il Presidente della Commissione del Parlamento Europeo per le relazioni con
i paesi Andini, Alain Lipietz
ha evidenziato l’importanza “che l’Europa realizzi un cambiamento di
politiche sulle coltivazioni tradizionali considerate illecite, come la foglia
di coca, per frenare la repressione che si produce non solo contro le persone
ma anche contro l’ambiente. Le stesse fumigazioni e la massiccia presenza
militare sono un’aggressione all’ambiente (come documentato dal
Transnational
Institute Tni di Amsterdam)”.
Va
sottolineato il forte contenuto controcorrente della nuova strategia antidroga
dell’Unione Europea. E si tratta delle stesse linee guida che animano il
cammino di “storiche” organizzazioni della società civile anche in Italia, come
per esempio il
Coordinamento Nazionale delle Comunità d’accoglienza (Cnca), che dal 1983 si occupa di
tossicodipendenze e riduzione del danno - e della rete di “
Libera, nomi e
gruppi contro la mafia” (
www.libera.it
), che da un decennio si occupa di educazione alla legalità, alla cittadinanza
attiva, contro il crimine organizzato transnazionale, le mafie e il
narcotraffico e che proprio in questi giorni sta realizzando la carovana
antimafia che percorrerà tutta l’Italia ma anche Albania, Serbia e Bosnia,
Francia e Magreb: “Quest’anno la carovana ha rafforzato ulteriormente il suo
carattere internazionale, per potenziare relazioni tra storie e culture
diverse, per determinare condizioni di co-sviluppo, per tutelare i diritti e la
democrazia in alternativa ai processi di corruzione e alla violenza delle mafie
internazionalizzate” ha dichiarato don Luigi Ciotti, presidente di Libera.