14/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Colombia, il 1°coltivatore di coca, 1° produttore di cocaina e 3° di eroina
scritto per noi da
Cristiano Morsolin 
 
Coltivazione di cocaArriva dalla Colombia la droga dei vip. Maggiore coltivatore mondiale di coca, primo produttore di cocaina e terzo di eroina, il Paese andino riesce a mantenere alto il valore dei pesos grazie anche al traffico illegale, che, oltre ad arricchire i potenti cartelli, alimenta anche il conflitto interno del Paese. Da un lato i gruppi paramilitari delle Auc (Autodifese Unite della Colombia), dall'altro i guerriglieri marxisti delle Farc (Forze Rivoluzionarie della Colombia) e dell'Eln (Esercito di liberazione nazionale): tutti, in misure diverse, ammettono di servirsi del commercio illegale di coca per le proprie cause.
L’Ufficio contro la Droga delle Nazioni Unite calcola che esistano 80 mila ettari coltivati a coca.
 
Campagna di fumigazioneLe fumigazioni. Sabato 24 settembre, una commissione internazionale di verifica dell’impatto delle fumigazioni delle coltivazioni illegali è giunta nella regione del Magdalena Medio, valle del Rio Cimitarra, nel centro-nord della Colombia. Una delegazione di attivisti statunitensi e canadesi membri della Equipe cristiana di azione per la pace (Ecap) ha iniziato il monitoraggio fin dall’aereoporto civile di Yarigues de Barrancabermeja, che il Plan Colombia - piano orchestrato dalla Casa Bianca che in sei anni (2000-2005) ha sborsato la mastodontica cifra di 4.000 milioni di dollari – ha convertito nella più grande bottega di prodotti chimici, di piccoli velivoli per le fumigazioni e di elicotteri militari. Eppure la regione è attanagliata da povertà e crisi alimentare, ma le risorse del governo statunitense vengono utilizzate soltanto per la guerra alla droga dichiarata dal governo di Uribe.
Ad accogliere i visitatori ufficiali, un gruppo di contadini con manifesti dal messaggio chiaro: “Sì allo sviluppo, all’autogestione e alla vita; no ai dollari Usa per armi e fumigazioni” a sottolineare che questo tipo di pratica è un attentato contro le comunità rurali e contro l’ambiente. Utilizzando erbicidi e funghi tossici considerati illegali negli Usa, non solo distruggono le piantagioni illegali di coca, ma provocano gravi conseguenze sulle coltivazioni di sussistenza (banano, yuca, mais, riso); avvelenano gli animali domestici, i pesci, contaminano le risorse naturali di cui i contadini hanno bisogno per vivere, e intossicano la popolazione locale, causando problemi respiratori e dermatologici. E inoltre, quando le piantagioni di coca vengono bruciate con i glifosfati - venduti dall’impresa Monsanto, esperta anche di transgenetici - i contadini sono costretti ad addentrarsi nella selva, bruciando vari ettari di bosco per racimolare nuove coltivazioni.
Dal 2002 l’Ambasciata Usa a Bogotá ha archiviato ben 8mila denunce per danni a persone e alle coltivazioni  provocati dalle fumigazioni con glifosfato; nel 2004 solo cinque casi hanno ricevuto un indennizzo.
Ecco spiegato come i contadini si trovino sotto un fuoco incrociato: vittime del narcotraffico che lascia solo le briciole dei guadagni (2-3 per cento); e vittime della politica di sradicamento della coca, visto che gli aiuti previsti per chi ne abbandona la coltivazione non arrivano mai e i giovani, senza lavoro né cibo, aumentano le file della guerriglia o dei desplazados.
Il Plan Colombia sta provocando massicci esodi, che provocano inquietudine nei paesi limitrofi come Ecuador e Perù.
 
Comunità si desplazados: San Jose de ApartadoSfollati interni. Il numero dei desplazados in Colombia oscilla tra il milione e 700mila e i due milioni, tutti contadini costretti alla fuga dalle violenze e dai massacri, attuati per l'80 percento dai gruppi paramilitari, per il resto dalle guerriglie.
"Le comunità contadine vengono massacrate dai paramilitari (1500 sono i dirigenti contadini assassinati). Sono presi di mira soprattutto i leader al fine di disgregarle. I contadini vengono cacciati per prendere le terre - i latifondisti sono i narcotrafficanti maggiori - o per consentire alle multinazionali di estrarre petrolio e minerali", spiega Gilma Benite, dirigente del Consiglio nazionale dei contadini e di Anuc UR.
“I movimenti campesinos e indigeni rifiutano i programmi geopolitici e militari come il Plan Colombia, che l’impero statunitense vuole imporre usando come pretesto il narcotraffico. Rifiutiamo i programmi di sradicamento forzato della coca che distruggono la nostra Madre Terra e violentano i diritti umani dei popoli. Rivendichiamo il consumo tradizionale e ancestrale della foglia di coca, ma rigettiamo fermamente le mafie dei narcotrafficanti organizzati dai grandi centri di consumo di cocaina dei paesi sviluppati del Nord del Mondo”, conclude la combattiva dirigente contadina.
 
Pianta di oppioPer un pugno di coca. La concentrazione delle terre in Colombia è impressionante, anche per le medie dell'America latina: l'1,5 percento dei proprietari possiede l'80 percento delle terre. Di questi, il 42 percento di quelle coltivabili è stato sottratto ai contadini negli ultimi 15 anni. E' un processo di appropriazione esploso negli anni '80, con la crescita dei gruppi paramilitari finanziati dal capo del narcotraffico Pablo Escobar e dai grandi latifondisti, per acquisire terre per la coca e difendere il traffico di droga. I paramilitari buttano fuori dalle loro terre i contadini, li massacrano nei modi più atroci - la motosega è l'arma preferita - controllano le spedizioni di droga, combattono la guerriglia, che nelle campagne ha il suo retroterra, e si preoccupano di azzittire le voci del dissenso, per esempio perseguitando i difensori dei diritti umani. "Ripulire" i villaggi dai sostenitori della guerriglia, è al primo posto dell'agenda dei paramilitari, un'armata di oltre 10mila soldati delegata a vincere la guerra contro le Farc (Forze armate rivoluzionarie di Colombia) e l'Eln (Esercito di liberazione nazionale), finora perduta dall'esercito, nonostante l'addestramento che ben 13.300 militari colombiani hanno ricevuto a Fort Benning, nella Georgia, nella famosa “Scuola delle Americhe” (che ha formato i torturatori nelle dittature di Pinochet, di Videla, di Strossner, espressione di quel coordinamento criminale che fu il “Plan Condor” con l’appoggio USA).
I legami tra militari e squadroni della morte sono stati denunciati più volte dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani. Questa complicità viene garantita dall’appoggio dello Stato attraverso l’approvazione nel giugno scorso della legge “Pace e Giustizia” che prevede la smobilitazione dei paramilitari che, se confessano i loro crimini di lesa umanità, possono subire una condanna massima di soli sei anni.
Agli inizi di agosto Human Rights Watch (come in seguito Amnesty International, Federazione Internazionale dei diritti umani FIDH e Commissione Internazionale di Giuristi CIJ) ha diffuso un inquietante rapporto dal titolo “Las apariencias engañan. La desmovilización de grupos paramilitares en Colombia” : dal 2003 sono quasi 6.000 i paramilitati smobilitati; fino all’aprile di quest’anno solo 25 di questi sono detenuti per le atrocità commesse. Questa politica del Governo Uribe ha provocato la decisa opposizione di 158 ONG e organizzazioni della società civile europea e colombiana che hanno scritto una lettera aperta per chiedere all’Unione Europea di non appoggiare l’attuale processo di smobilitazione dei gruppi paramilitari colombiani nell’ambito del dibattito in Commissione dell’Unione Europea per l’America Latina, che si è concluso a Strasburgo il 6 ottobre citando critiche e riserve “annotando le preoccupazioni espresse dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani relative al fatto che la legge approvata non tiene in sufficiente considerazione i principi di verità, giustizia e riparazione in accordo agli standard internazionali”.
 
Bambina piange. Accante un soldatoLa risposta della società civile colombiana. A fine giugno 2005 a Bogotà è nato il movimento nazionale delle vittime dei crimini di Stato con la partecipazione di 800 delegati provenienti da tutta la Colombia. Si tratta della risposta organizzata delle vittime delle gravi violazioni dei diritti umani e del genocidio che attanaglia il paese dopo oltre 50 anni di guerra, segregando la popolazione in un sorta di militarizzazione permanente della società.
La società civile sopravissuta alla feroce repressione e alla criminalizzazione dei movimenti sociali (basta ricordare i 1.500 sindacalisti uccisi e i 6.000 militanti della Unione Patriottica UP) osa dare una risposta a un processo di “paramilitarizzazione della società” che ha precise responsabilità e si attiene a un sanguinario disegno politico con l’avvallo della Casa Bianca: una sorte di missione comune per vincere con il potere della verità, la prepotenza delle menzogne e delle armi.
Il 9 agosto il Movimento nazionale delle vittime di Stato ha presentato al vice-presidente della Repubblica Francisco Santos una denuncia di “incostituzionalità” della legge n. 975/2005 (appunto la “Giustizia e pace”) perché “è di fatto una legge dell’impunità che rende possibile ai persecutori di continuare a coprire i crimini, li protegge dalla galera e proibisce alle vittime di partecipare alla fase decisionale sui procedimenti per la riparazione integrale”.
In uno stato di falsa democrazia, con la stampa imbavagliata e censurata (come denunciato dai rapporti di “Giornalisti senza Frontiere”) con la sovranità limitata dalle presenza di truppe antiterrorismo per le strade delle città, il governo del presidente Uribe non riconosce l’esistenza di un conflitto interno, ma solo di terrorismo, però non spiega perché, da agosto 2002 al giugno 2004, cioè nei primi due anni del suo governo, sia aumentato il numero di persone che hanno perso la vita a causa della violenza socio-politica in Colombia, fino ad arrivare a 10.586 assassinati, secondo la Corte Interamericana per i diritti umani.
 
Bambino sfollatoLa posizione dell’Unione Europea. L’Unione Europea ha espresso la sua contrarietà al Plan Colombia fin dal 2001. In particolare il Presidente della Commissione del Parlamento Europeo per le relazioni con i paesi Andini, Alain Lipietz ha evidenziato l’importanza “che l’Europa realizzi un cambiamento di politiche sulle coltivazioni tradizionali considerate illecite, come la foglia di coca, per frenare la repressione che si produce non solo contro le persone ma anche contro l’ambiente. Le stesse fumigazioni e la massiccia presenza militare sono un’aggressione all’ambiente (come documentato dal Transnational Institute Tni di Amsterdam)”.
Va sottolineato il forte contenuto controcorrente della nuova strategia antidroga dell’Unione Europea. E si tratta delle stesse linee guida che animano il cammino di “storiche” organizzazioni della società civile anche in Italia, come per esempio il Coordinamento Nazionale delle Comunità d’accoglienza (Cnca), che dal 1983 si occupa di tossicodipendenze e riduzione del danno - e della rete di “Libera, nomi e gruppi contro la mafia” (www.libera.it ), che da un decennio si occupa di educazione alla legalità, alla cittadinanza attiva, contro il crimine organizzato transnazionale, le mafie e il narcotraffico e che proprio in questi giorni sta realizzando la carovana antimafia che percorrerà tutta l’Italia ma anche Albania, Serbia e Bosnia, Francia e Magreb: “Quest’anno la carovana ha rafforzato ulteriormente il suo carattere internazionale, per potenziare relazioni tra storie e culture diverse, per determinare condizioni di co-sviluppo, per tutelare i diritti e la democrazia in alternativa ai processi di corruzione e alla violenza delle mafie internazionalizzate” ha dichiarato don Luigi Ciotti, presidente di Libera.
 
Categoria: Guerra
Luogo: Colombia
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