
Il
territorio indigeno
Sarayaku, situato nel cuore della foresta amazzonica dell'Ecuador,
è disseminato di
esplosivo. Si tratta della dinamite lasciata dalla Compagnia generale
dei combustibili argentina (Cgc), che ha occupato per anni parte del territorio
ancestrale indios per crivellarlo ed estrarne petrolio.
Dopo
aver ignorato per anni la strenua opposizione delle popolazioni che vivono
quest’area da sempre e che da millenni rispettano la terra con la stessa
sacralità con la quale trattano ogni vita umana, la Cgc ha dovuto cedere e se
n’è andata. Ma ha lasciato, qua e là, mucchi di trappole
mortali, pronte a esplodere.
Ripicche ufficiali. Non sono bastati gli appelli della Corte Interamericana dei
diritti umani che, nel condannare la violazione dei diritti del popolo indigeno
e nell’ordinare allo Stato ecuadoriano di proteggerne “la vita, l’intergità
personale e la libera circolazione”, aveva imposto l’immediato ritiro del
materiale esplosivo sistemato per le esplorazioni geologiche. I 1433 chili sono
ancora lì, pronti a esplodere. Secondo la Subsecretaría de protección ambiental
del ministero dell’Energia, sono 476 le zone minate di esplosivi
dai tre ai
cinque chilogrammi l'uno. E anzi, quando il ministero ha chiesto di
presentare
una mappa del tracciato delle linee esplosive, la Cgc non ha
collaborato e, per tutta risposta, ha denunciato il furto di una gran
quantità di
esplosivo, incolpando apertamente i Sarayaku.
Una tensione che ha origini lontane. I Sarayaku hanno alle spalle una lunga
storia di lotta e opposizione contro lo sfruttamento petrolifero e il
grave impatto ambientale e sociale che sempre ne consegue. Il conflitto con la
Compagnia generale dei combustibili
dell’Argentina è iniziato nel 1996, quando questa ha sottoscritto con il
governo ecuadoriano un accordo per trivellare il sottosuolo nel “blocco 23”,
circa 200mila ettari, per la maggior parte territorio indigeno.
E il tutto senza consultarne gli abitanti, che da subito si opposero, con
ogni
mezzo.
Questo costrinse i signori del petrolio ha cercare una strategia
per arginare il problema e, in un primo
momento, venne scelto di tentare la ricerca del consenso. In ogni modo,
tentarono di accaparrarsi l’appoggio proprio dei Sarayaku, ovvera la
comunità
più
popolosa del “blocco”, e per farlo offrirono loro soldi e
infrastrutture. Un
modus operandi
che inizialmente risultò vincente e che convinse Telmo Gualinga,
presidente dei Sarayaku dal 1997 al 1999, ad accettare un contratto
che gli permise di costruire un sistema di acqua potabile nel quartiere
della
sua comunità. Un cedimento temporaneo, che però convinse la Cgc a
pensare
che i
Sarayaku si sarebbero piegati ai loro progetti. Cosa che non
avvenne. I presidenti successivi a Gualinga non accettarono
più
regali o contropartite e dal 2000, la Compagnia
cambiò registro. Cominciò così una vera e propria guerra di calunnie,
col fine
di destabilizzare la struttura ancestrale della comunità, distruggendo
il legame
di fiducia fra la
base e i
dirigenti, fondamentale per la vita stessa del popolo. Un
ennesimo buco nell’acqua, che convinse la Cgc a provarci con altre
comunità indigene
più piccole, anch’esse
abitanti nel blocco 23. Per attirare i capi dalla loro parte,
ricominciò il gioco delle ricompense e dei regali, che a lungo andare
non ha portato loro che
nuove sconfitte. Numerose anche le azioni violente commesse dagli
addetti
della Compagnia. Indigeni minacciati e picchiati; vie di comunicazione
bloccate; perquisizioni sommarie, aggressioni, pestaggi. Gli
interventi della Corte interamericana dei diritti umani, la resistenza
e le
continue denuncie dei Sarayaku, la loro determinazione nel difendere la
Madre Terra, ha avuto però la meglio. E adesso, nonostante il contratto
stipulato con lo Stato ecuadoriano, sono stati costretti a uscire dal
blocco
23.
Ma le mine restano. Da
tempo la popolazione
chiede che il terreno torni a essere libero e pulito. I Sarayaku
vogliono poter percorrere i sentieri della selva amazzonica senza paura
di saltare
in aria. Questa gente vuol tornare a vivere. Per questo chiedono la
formazione
di un gruppo tecnico specializzato, supervisionato da una Commissione
di
organizzazioni per i diritti umani e da rappresentanti delle Nazioni
Unite.
“Non vogliamo che un solo grammo di esplosivo resti nel nostro
territorio”,
ripetono, ma non vogliono nemmeno permettere che la Cgc rimetta piede
in casa
loro, neanche per togliere le mine. “Sarebbe come ridare a un criminale
la
pistola con la quale è entrato in casa nostra a rubare. Insistiamo: gli
esplosivi devono essere tolti, ma vorremmo affidarci alle
organizzazioni
specializzate”.