14/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Indios ecuadoriani: "Via le mine delle compagnie petrolifere"
Pericolo esplosivi. Non fumareIl territorio indigeno Sarayaku, situato nel cuore della foresta amazzonica dell'Ecuador, è disseminato di esplosivo. Si tratta della dinamite lasciata dalla Compagnia generale dei combustibili argentina (Cgc), che ha occupato per anni parte del territorio ancestrale indios per crivellarlo ed estrarne petrolio.
Dopo aver ignorato per anni la strenua opposizione delle popolazioni che vivono quest’area da sempre e che da millenni rispettano la terra con la stessa sacralità con la quale trattano ogni vita umana, la Cgc ha dovuto cedere e se n’è andata. Ma ha lasciato, qua e là, mucchi di trappole mortali, pronte a esplodere. 
 
Ripicche ufficiali. Non sono bastati gli appelli della Corte Interamericana dei diritti umani che, nel condannare la violazione dei diritti del popolo indigeno e nell’ordinare allo Stato ecuadoriano di proteggerne “la vita, l’intergità personale e la libera circolazione”, aveva imposto l’immediato ritiro del materiale esplosivo sistemato per le esplorazioni geologiche. I 1433 chili sono ancora lì, pronti a esplodere. Secondo la Subsecretaría de protección ambiental del ministero dell’Energia, sono 476 le zone minate di esplosivi dai tre ai cinque chilogrammi l'uno. E anzi, quando il ministero ha chiesto di presentare una mappa del tracciato delle linee esplosive, la Cgc non ha collaborato e, per tutta risposta, ha denunciato il furto di una gran quantità di esplosivo, incolpando apertamente i Sarayaku.
 
Via fluvialeUna tensione che ha origini lontane. I Sarayaku hanno alle spalle una lunga storia di lotta e opposizione contro lo sfruttamento petrolifero e il grave impatto ambientale e sociale che sempre ne consegue. Il conflitto con la Compagnia generale dei combustibili dell’Argentina è iniziato nel 1996, quando questa ha sottoscritto con il governo ecuadoriano un accordo per trivellare il sottosuolo nel “blocco 23”, circa 200mila ettari, per la maggior parte territorio indigeno. E il tutto senza consultarne gli abitanti, che da subito si opposero, con ogni mezzo.
Questo costrinse i signori del petrolio ha cercare una strategia per arginare il problema e, in un primo momento, venne scelto di tentare la ricerca del consenso. In ogni modo, tentarono di accaparrarsi l’appoggio proprio dei Sarayaku, ovvera la comunità più popolosa del “blocco”, e per farlo offrirono loro soldi e infrastrutture. Un modus operandi che inizialmente risultò vincente e che convinse Telmo Gualinga, presidente dei Sarayaku dal 1997 al 1999, ad accettare un contratto che gli permise di costruire un sistema di acqua potabile nel quartiere della sua comunità. Un cedimento temporaneo, che però convinse la Cgc a pensare che i Sarayaku si sarebbero piegati ai loro progetti. Cosa che non avvenne. I presidenti successivi a Gualinga non accettarono più regali o contropartite e dal 2000, la Compagnia cambiò registro. Cominciò così una vera e propria guerra di calunnie, col fine di destabilizzare la struttura ancestrale della comunità, distruggendo il legame di fiducia fra la base e i dirigenti, fondamentale per la vita stessa del popolo. Un ennesimo buco nell’acqua, che convinse la Cgc a provarci con altre comunità indigene più piccole, anch’esse abitanti nel blocco 23. Per attirare i capi dalla loro parte, ricominciò il gioco delle ricompense e dei regali, che a lungo andare non ha portato loro che nuove sconfitte. Numerose anche le azioni violente commesse dagli addetti della Compagnia. Indigeni minacciati e picchiati; vie di comunicazione bloccate; perquisizioni sommarie, aggressioni, pestaggi. Gli interventi della Corte interamericana dei diritti umani, la resistenza e le continue denuncie dei Sarayaku, la loro determinazione nel difendere la Madre Terra, ha avuto però la meglio. E adesso, nonostante il contratto stipulato con lo Stato ecuadoriano, sono stati costretti a uscire dal blocco 23.
 
Selva con capanneMa le mine restano. Da tempo la popolazione chiede che il terreno torni a essere libero e pulito. I Sarayaku vogliono poter percorrere i sentieri della selva amazzonica senza paura di saltare in aria. Questa gente vuol tornare a vivere. Per questo chiedono la formazione di un gruppo tecnico specializzato, supervisionato da una Commissione di organizzazioni per i diritti umani e da rappresentanti delle Nazioni Unite. “Non vogliamo che un solo grammo di esplosivo resti nel nostro territorio”, ripetono, ma non vogliono nemmeno permettere che la Cgc rimetta piede in casa loro, neanche per togliere le mine. “Sarebbe come ridare a un criminale la pistola con la quale è entrato in casa nostra a rubare. Insistiamo: gli esplosivi devono essere tolti, ma vorremmo affidarci alle organizzazioni specializzate”.

Stella Spinelli

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