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L'accordo, proprio sul filo di lana, è stato trovato. I sunniti prenderanno parte al referendum per la Costituzione e non boicotteranno il voto, come accadde per le elezioni del gennaio 2005.
Jalal Talabani, Presidente della Repubblica irachena, ha dichiarato: “E' la vittoria per il popolo, finalmente abbiamo trovato un primo accordo con i fratelli sunniti”. Il Parlamento ha approvato nella notte di ieri il documento e così, sabato prossimo, il referendum costituzionale potrà tenersi regolarmente. Come voleva il governo di transizione iracheno e come voleva il governo Usa. Ma nello specifico, cosa comporta questa decisione?
Gioco diplomatico. Per cominciare va ricordato che, come detto, sabato 15 ottobre la popolazione
irachena è chiamata alle urne per esprimere il proprio parere sul testo che diventerà
la Costituzione dell'Iraq post-Saddam. Gli iracheni devono esprimere un 'sì' o
un 'no' rispetto al documento al quale ha lavorato, negli ultimi 2 mesi, la Commissione
Redattrice composta da una delegazione dei deputati eletti durante le elezioni
del gennaio 2005. Una corsa contro il tempo e una corsa a ostacoli. Le divergenze
erano numerose, ma una volta trovato l'accordo tra curdi e sciiti il gioco era
fatto. Solo che, come era successo con le elezioni del gennaio scorso, lasciare
fuori i sunniti non era una buona idea, visto che la violenza non accenna a diminuire
nel Paese che appare tutt'altro che pacificato. Uno degli imperativi della politica
statunitense in Iraq è quello di coinvolgere sempre più i sunniti nel quadro politico
iracheno del futuro. I problemi principali che dividono i sunniti dai curdi e
dagli sciiti sono tre.
Rimandare i problemi. La decisione presa è quella di votare la Costituzione così com'è. A quel punto,
una volta approvata la nuova legge fondamentale irachena, il popolo iracheno tornerà
alle urne entro il 15 dicembre 2005 per eleggere non più un'Assemblea Costituente
ma un Parlamento nel pieno dei suoi poteri politici. Quest'ultimo nominerà una
Commissione parlamentare che studierà le modifiche necessarie sui temi cari ai
sunniti. Quello che viene chiesto in cambio di questa concessione ai sunniti è
un appello affinchè quest'ultima comunità partecipi al processo referendario.
La preoccupazione è fondata. Stando alla legge irachena che governa il Paese in
attesa del referendum, se in tre province irachene almeno due terzi della popolazione
boccia la Costituzione, questa è da considerarsi abrogata. Tenuto conto che almeno
quattro delle province irachene sono a maggioranza sunnita e che tra queste c'è
quella di al-Anbar (la più grande provincia irachena), il rischio che la Costituzione
venga respinta è alto. Un rischio che né il governo iracheno né tantomeno il governo
Usa possono permettersi il lusso di correre. Il governo iracheno ha tentato di
cambiare in extremis le regole del voto, annullando la possibilità di bocciare
la Costituzione. Ma le Nazioni Unite hanno minacciato di ritirare l'appoggio al
referendum se le regole fossero state cambiate. Quindi i sunniti sono stati accontentati
e, subito dopo l'elezione del nuovo Parlamento, potranno lavorare alle modifiche
costituzionali che desiderano.
Un testo a tempo. La domanda, a questo punto, viene spontanea. Ma allora, 15
milioni di iracheni,
sabato prossimo, cosa voteranno? Un testo che, distribuito in milioni di copie
in tutto il Paese, può essere modificato? Certo, l'eventuale modifica sarà apportata
da deputati liberamente eletti dal popolo iracheno, ma il referendum esprimerà
un assenso o un diniego su un testo che a questo punto è temporaneo. Che senso
ha votare? Inoltre, nonostante le espressioni di giubilo di Talabani, non è che
proprio tutti i sunniti siano scesi ieri sera in piazza a festeggiare l'accordo.
In realtà l’ha fatto solo il Partito Islamico, che rappresenta una delle formazioni
politiche sunnite più importanti, ma che non è certo la voce riconosciuta della
comunità. “Il Partito Islamico ha accettato la proposta senza consultare gli altri
gruppi sunniti. Chi vota a favore di questa Costituzione legittima l'occupazione
dell'Iraq”. Questo il pesante commento di al-Kubaissi, portavoce del Consiglio
degli Ulema che riunisce i principali esponenti della teocrazia sunnita in Iraq.
Altre formazioni hanno invece sottolineato come, tra due mesi, i curdi e gli sciiti
faranno muro contro le pretese sunnite avendo ormai incassato il sì al referendum
e ai sunniti non resterà più alcuna carta diplomatica da spendere. Il 15 ottobre
si vedrà, ma intanto anche la guerriglia ha salutato ieri a modo suo l'accordo:
più di 50 morti in due attentati.Christian Elia