
Mancano medici in Pakistan: accanto alla necessità di acqua
pulita e di coperte, l’
Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sottolinea
quella di raddoppiare il numero di operatori sanitari.
Il terremoto, insieme con le case, ha spazzato via gli
ospedali (ben 26 crollati o inagibili) e gli ambulatori (la maggior
parte dei 600 esistenti è distrutta), e con loro le persone che vi
lavoravano. Gli ultimi conteggi dell’Oms indicano 22mila
morti, un milione di persone che richiedono assistenza umanitaria sui
quattro milioni colpiti dal terremoto, decine di migliaia che hanno
bisogno di cure sanitarie per fratture, traumi cranici e spinali,
ferite aperte. Se non si interviene in tempo altre persone perderanno
la vita o avranno bisogno di amputazioni degli arti, che li renderanno
invalidi. Mancano anestetici, antibiotici, liquidi per infusioni
endovena, antidolorifici di base, strumenti per il supporto
respiratorio, bende ma anche insulina per i diabetici, che non trovano
più i farmaci necessari per curarsi.
PeaceReporter ha raggiunto al telefono Sergio Cecchini,
dell’organizzazione non governativa
Medici senza frontiere (
Msf),
impegnata nella corsa contro il tempo nel portare assistenza sanitaria.
Arrivato da appena un quarto d’ora a Muzzaffarabad, dopo un viaggio di
sette ore di macchina da Islamabad, sottolinea subito un primo ostacolo
agli aiuti: “Il tratto di strada che ho percorso fa capire il problema
di tutta la regione colpita dal terremoto: la percorribilità delle
strade. La via da Islamabad, riaperta solo l’altro ieri, era
interrotta in più punti da frane o smottamenti di terra: per fare tre
chilometri abbiamo impiegato quaranta minuti. Ed è la strada
principale: ci sono altre zone praticamente irraggiungibili via
macchina. Quindi un’altra volta, come è stato per lo tsunami di
dicembre del 2004, sono necessari elicotteri per
raggiungere le aree più remote”.
Rimangono quindi ancora zone non raggiunte dai soccorsi?
Assolutamente sì. Un gruppo di Msf andrà con un elicottero a Bagh, dove, in base
alle
informazioni che abbiamo ricevuto, il 90 percento della città è stato
distrutto e ci sarebbero almeno tremila morti. Le autorità pakistane
hanno dato la disponibilità di tutti gli elicotteri e dell’esercito, ma
sicuramente si pone la stessa situazione avuto a Banda Aceh dopo lo
tsunami. Muzzafarabad è l’unico posto a oggi raggiungibile via
macchina: bisogna evitare che vi si concentrino tutte le agenzie e
organizzazioni umanitarie e si perda tempo a raggiungere le zone più
lontane o più difficilmente accessibili. Dopo lo tsunami, a Banda Aceh
nel giro di una settimana c’erano gli ingorghi di traffico perché tutti
arrivavano lì ma non riuscivano poi a raggiungere le zone remote.
L’affollamento in un solo punto rende la vita ancora più difficile per
l’approvvigionamento e per le vie di trasporto.
Stanno quindi arrivando diverse organizzazioni sul posto? C’è un
coordinamento in questo momento fra le varie offerte di aiuto?
Ne stanno arrivando diverse e c’è un coordinamento quotidiano a
Islamabad. Noi rimarremo con la clinica mobile a Muzzafarabad fino a
quando le necessità mediche di base saranno adeguatamente soddisfatte,
poi ci sposteremo su altre zone. Stiamo ripristinando una chirurgia,
perché gli unici tre ospedali che esistevano sono stati rasi al suolo e
probabilmente la situazione è analoga negli altri siti colpiti dal
terremoto. La
priorità è offrire alla popolazione l’assistenza primaria di base:
mancano non solo le strutture sanitarie ma anche il personale: a quello
che sappiamo, poiché il terremoto è avvenuto in pieno giorno il
personale medico è rimasto sotto le macerie.
Quali sono le principali emergenze sanitarie cui bisogna far fronte?
Il rischio maggiore è rappresentato dal freddo: siamo a più di
duemila metri di altezza, con un’escursione termica molto alta tra il
giorno e la notte. Questo rende la popolazione più vulnerabile alle
malattie. Sono persone che hanno perso tutto e se sono fortunate hanno
una tenda; sono indebolite dalla difficoltà di reperire cibo e
psicologicamente. Sicuramente le fasce più deboli sono i bambini
sotto i cinque anni. L’escursione termica rappresenta un grave
problema, per cui una delle prime necessità è procurare al maggior
numero di persone possibile coperte, tende e tutto il necessario per
poter affrontare la notte. Questo è anche un lavoro di prevenzione
importante, perché finora vi sono stati due giorni di pioggia, ma sono
previste le prime nevicate fra tre settimane. Sul versante malattie, un
primo aspetto riguarda le ferite, sulle quali bisogna agire prima che
si infettino, e i traumi. Con noi vi è un gruppo di nefrologi,
per il rischio molto alto di insufficienza renale: la
compressione dei tessuti nella persona che ha subito un trauma libera
nel circolo sanguigno tossine, che possono causare
un danno renale. Da un punto di vista medico è la conseguenza diretta
più grave del terremoto. Non bisogna però dimenticare le patologie
normali, non legate al terremoto, che in questo momento non trovano
nessuna risposta sanitaria: infezioni respiratorie, diarree o altre
malattie croniche.
E sul versante epidemie e loro prevenzione?
Come sempre le fonti d’acqua sono importanti, per il rischio di diarree da acqua
infetta. Quindi si inizia un lavoro sui pozzi,
di verifica delle fonti di acqua potabile disponibile, di stabilizzazione
delle condizioni di igiene (fornendo anche saponi, per garantire
condizioni igieniche minime accettabili), e si ripristina il più presto
possibile un sistema di sorveglianza epidemiologica. Anche il
morbillo rappresenta un rischio. Non ho ancora visto come sono
stati sistemati i sopravvissuti, ma in condizioni di sovraffollamento è
la malattia con la più alta velocità di propagazione.