13/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Portare assistenza ai feriti ma anche ai malati cronici
Mancano medici in Pakistan: accanto alla necessità di acqua pulita e di coperte, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sottolinea quella di raddoppiare il numero di operatori sanitari. Il terremoto, insieme con le case, ha spazzato via gli ospedali (ben 26 crollati o inagibili) e gli ambulatori (la maggior parte dei 600 esistenti è distrutta), e con loro le persone che vi lavoravano. Gli ultimi conteggi dell’Oms indicano 22mila morti, un milione di persone che richiedono assistenza umanitaria sui quattro milioni colpiti dal terremoto, decine di migliaia che hanno bisogno di cure sanitarie per fratture, traumi cranici e spinali, ferite aperte. Se non si interviene in tempo altre persone perderanno la vita o avranno bisogno di amputazioni degli arti, che li renderanno invalidi. Mancano anestetici, antibiotici, liquidi per infusioni endovena, antidolorifici di base, strumenti per il supporto respiratorio, bende ma anche insulina per i diabetici, che non trovano più i farmaci necessari per curarsi. PeaceReporter ha raggiunto al telefono Sergio Cecchini, dell’organizzazione non governativa Medici senza frontiere (Msf), impegnata nella corsa contro il tempo nel portare assistenza sanitaria. Arrivato da appena un quarto d’ora a Muzzaffarabad, dopo un viaggio di sette ore di macchina da Islamabad, sottolinea subito un primo ostacolo agli aiuti: “Il tratto di strada che ho percorso fa capire il problema di tutta la regione colpita dal terremoto: la percorribilità delle strade. La via da Islamabad, riaperta solo l’altro ieri, era interrotta in più punti da frane o smottamenti di terra: per fare tre chilometri abbiamo impiegato quaranta minuti. Ed è la strada principale: ci sono altre zone praticamente irraggiungibili via macchina. Quindi un’altra volta, come è stato per lo tsunami di dicembre del 2004, sono necessari elicotteri per raggiungere le aree più remote”.

Rimangono quindi ancora zone non raggiunte dai soccorsi?
Assolutamente sì. Un gruppo di Msf andrà con un elicottero a Bagh, dove, in base alle informazioni che abbiamo ricevuto, il 90 percento della città è stato distrutto e ci sarebbero almeno tremila morti. Le autorità pakistane hanno dato la disponibilità di tutti gli elicotteri e dell’esercito, ma sicuramente si pone la stessa situazione avuto a Banda Aceh dopo lo tsunami. Muzzafarabad è l’unico posto a oggi raggiungibile via macchina: bisogna evitare che vi si concentrino tutte le agenzie e organizzazioni umanitarie e si perda tempo a raggiungere le zone più lontane o più difficilmente accessibili. Dopo lo tsunami, a Banda Aceh nel giro di una settimana c’erano gli ingorghi di traffico perché tutti arrivavano lì ma non riuscivano poi a raggiungere le zone remote. L’affollamento in un solo punto rende la vita ancora più difficile per l’approvvigionamento e per le vie di trasporto.

Copyright Thomas Kemmere (Msf) Stanno quindi arrivando diverse organizzazioni sul posto? C’è un coordinamento in questo momento fra le varie offerte di aiuto?
Ne stanno arrivando diverse e c’è un coordinamento quotidiano a Islamabad. Noi rimarremo con la clinica mobile a Muzzafarabad fino a quando le necessità mediche di base saranno adeguatamente soddisfatte, poi ci sposteremo su altre zone. Stiamo ripristinando una chirurgia, perché gli unici tre ospedali che esistevano sono stati rasi al suolo e probabilmente la situazione è analoga negli altri siti colpiti dal terremoto. La priorità è offrire alla popolazione l’assistenza primaria di base: mancano non solo le strutture sanitarie ma anche il personale: a quello che sappiamo, poiché il terremoto è avvenuto in pieno giorno il personale medico è rimasto sotto le macerie.

Quali sono le principali emergenze sanitarie cui bisogna far fronte?
Il rischio maggiore è rappresentato dal freddo: siamo a più di duemila metri di altezza, con un’escursione termica molto alta tra il giorno e la notte. Questo rende la popolazione più vulnerabile alle malattie. Sono persone che hanno perso tutto e se sono fortunate hanno una tenda; sono indebolite dalla difficoltà di reperire cibo e psicologicamente. Sicuramente le fasce più deboli sono i bambini sotto i cinque anni. L’escursione termica rappresenta un grave problema, per cui una delle prime necessità è procurare al maggior numero di persone possibile coperte, tende e tutto il necessario per poter affrontare la notte. Questo è anche un lavoro di prevenzione importante, perché finora vi sono stati due giorni di pioggia, ma sono previste le prime nevicate fra tre settimane. Sul versante malattie, un primo aspetto riguarda le ferite, sulle quali bisogna agire prima che si infettino, e i traumi. Con noi vi è un gruppo di nefrologi, per il rischio molto alto di insufficienza renale: la compressione dei tessuti nella persona che ha subito un trauma libera nel circolo sanguigno tossine, che possono causare un danno renale. Da un punto di vista medico è la conseguenza diretta più grave del terremoto. Non bisogna però dimenticare le patologie normali, non legate al terremoto, che in questo momento non trovano nessuna risposta sanitaria: infezioni respiratorie, diarree o altre malattie croniche.

Copyright Thomas Kemmere (Msf) E sul versante epidemie e loro prevenzione?
Come sempre le fonti d’acqua sono importanti, per il rischio di diarree da acqua infetta. Quindi si inizia un lavoro sui pozzi, di verifica delle fonti di acqua potabile disponibile, di stabilizzazione delle condizioni di igiene (fornendo anche saponi, per garantire condizioni igieniche minime accettabili), e si ripristina il più presto possibile un sistema di sorveglianza epidemiologica. Anche il morbillo rappresenta un rischio. Non ho ancora visto come sono stati sistemati i sopravvissuti, ma in condizioni di sovraffollamento è la malattia con la più alta velocità di propagazione.

 

Valeria Confalonieri

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