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Comunicare con Nalchik, capitale della repubblica russa di Cabardino-Balcaria
è quasi impossibile. Le linee telefoniche sono fuori uso. Dopo vari tentativi
siamo riusciti a parlare con Zalina, impiegata trentenne del locale ufficio della
Croce Rossa Internazionale. “Non possiamo rilasciare dichiarazioni ufficiali,
ma posso dire che adesso (le 10:30 in Italia) si sentono ancora spari in alcuni
quartieri della città e le strade sono piene di soldati e poliziotti. Nulla di
confrontabile con quello che è successo stamattina alle 9, quando è iniziato l’attacco
dei terroristi. Non abbiamo notizie sul numero delle vittime. Per ora sappiamo
poco anche noi perché la televisione locale non dice nulla, non dà particolari,
ha dato solo la notizia dell’attacco”.
Teatro di guerra. Secondo le notizie riportate alle agenzie russe da giornalisti locali, sopra
la città di Nalchik ci sono nuvole di fumo nero. Le forze speciali dell’esercito
russo con blindati ed elicotteri da combattimento hanno chiuso le strade di accesso
alla città e stanno combattendo per le vie di Nalchik per eliminare il gruppo
di oltre 200 guerriglieri che questa mattina hanno assaltato l’ufficio della polizia,
prendendo i fucili dall’armeria. I miliziani, così armati, hanno poi preso di
mira altri uffici governativi. Nelle prima fasi dell’azione, sembra che una decina
di attaccanti siano stati uccisi dalla polizia. Le ultime notizie parlano di almeno
50 guerriglieri morti, e di vari soldati uccisi. Anche una dozzina di civili avrebbero
perso la vita negli scontri a fuoco.
Il gruppo Yarmuk. In Cabardino-Balcaria è attivo da due anni il gruppo armato islamico Yarmuk,
che già lo scorso dicembre assaltò gli uffici della polizia anti-droga di Nalchik.
In quell’azione i guerriglieri uccisero quattro agenti e sottrassero dall’armeria
un'ottantina di fucili mitragliatori, centottanta pistole e molte casse di munizioni,
prima di dare alle fiamme l'edificio. In quell’occasione il gruppo rivendicò l’azione
con un comunicato in cui si affermava: "Non è un segreto che il commercio della
droga nella nostra repubblica sia gestito, non combattuto, dall’amministrazione
locale con la copertura dei servizi segreti russi. Quest’attività criminale sta
favorendo la tossicodipendenza tra la nostra gente. E soprattutto tra i nostri
giovani. Per la sharìa i trafficanti di droga vanno puniti con la pena di morte".
Jihad dall'agosto 2004. Questo gruppo aveva annunciato nell’agosto 2004 l'inizio della jihad contro il "tirannico e corrotto regime fantoccio" della Cabardino-Balcaria accusandolo
di essere nient’altro che un'organizzazione che "opprime, intimidisce e sfrutta
la popolazione per i propri interessi criminali", facendo crescere "povertà, disoccupazione,
alcolismo, tossicodipendenza, criminalità, prostituzione e depravazione" nella
repubblica, e portando avanti una brutale politica di repressione della religione
islamica, con la persecuzione poliziesca dei fedeli islamici e con la chiusura
delle moschee.
Reazione alla repressione. Un quadro, purtroppo, non distante dalla drammatica realtà socio-economica della
Cabardino-Balcaria, dove i giovani disoccupati che non si danno alla droga e all'alcol
diventano facile preda della crescente propaganda del radicalismo islamico di
matrice wahabita. Un radicalismo estraneo alla tradizione sufi e moderata dell’Islam
caucasico, ma sempre più diffuso tra le nuove generazioni afflitte dalla povertà.
Un fenomeno al quale le autorità locali, su ordine di Mosca, reagiscono solo con
una repressione durissima che non ha altro effetto se non quello di alimentare
il fuoco dell'estremismo.
A caccia di Basayev. Tutto è cominciato nell'estate del 2003, quando nella repubblica si diffuse
la
voce che il famigerato signore della guerra ceceno, Shamil Basayev, si era nascosto
a Baksan, un piccolo villaggio nella foresta. Quando, il 24 agosto 2003, la polizia
andò a controllare, venne attaccata da un gruppo di guerriglieri, uno dei quali
si fece saltare in aria con una carica esplosiva.
La chiusura delle moschee. "Il 14 settembre la polizia fece irruzione nella nostra moschea, dopo la preghiera",
racconta Valery Gutov, 38 anni, assistente di un imam di Nalchik. "Ci hanno ammanettati
tutti e portati alla stazione di polizia. Lì ci hanno fatto mettere in fila, faccia
al muro e poi hanno cominciato a picchiarci con i bastoni e i calci dei fucili.
Poi ci hanno costretto a firmare dei fogli in cui ci accusavano di aver opposto
resistenza all’arresto e, con questa imputazione, ci hanno condannato a dieci
giorni di prigione. Una volta usciti, quei pochi di noi che avevano un lavoro
sono stati licenziati".
Arresti di massa, pestaggi e torture. "Anche mio figlio era stato arrestato in quei giorni", racconta Aminat Kardanova.
"Aveva solo vent’anni. Lo hanno picchiato brutalmente. Era solo uno studente,
e andava in moschea di rado. Purtroppo, perché ora non ci va più: sta tutto il
giorno in strada, e ha anche cominciato a drogarsi".
L'Emirato del Caucaso del Nord. Da allora, nonostante la chiusura delle moschee e l'incarcerazione di molti
leader
islamici locali, l'estremismo anti-governativo non ha fatto che aumentare. Lo
Yarmuk ha evidentemente fatto proseliti. E ora ha fatto anche scorta di armi,
ed è pronto per varcare un nuovo Yarmuk, lanciandosi alla conquista di un'altra
provincia da inglobare nell' Emirato islamico del Caucaso settentrionale sognato da Shamil Basayev. Ma rischiando solo di trasformare la Cabardino-Balcaria
in una nuova Cecenia. Enrico Piovesana