Oltre alla guerra, il terremoto. Un operatore di Save the children parla dal Kashmir indiano
Dopo il terremoto gli
abitanti del Kashmir pachistano e di quello indiano, regioni divise per oltre
mezzo secolo da una frontiera tra le più militarizzate al mondo, chiedono
disperatamente di raggiungere i loro cari oltre confine. Finora, dal giorno del
sisma, solo sei famiglie, cinque di parte indiana e una di parte pachistana, hanno
potuto attraversare la Linea di controllo, come viene chiamato il “muro
kashmiro”. Un piccola concessione simbolica da parte delle autorità che fa per
ora solo sperare in un riavvicinamento tra Nuova Dheli e Islamabad,
impegnate nei negoziati di pace da diversi mesi. Un servizio autobus tra
Muzaffarabad - ormai ridotta a un cumulo di macerie - e Srinagar, le due
capitali delle regioni kashmire, era stato inaugurato in aprile: la prima
apertura dopo tanti anni di guerra. Ora però è interrotto, perché la strada di
collegamento tra le due città è diventata inaccessibile.
La testimonianza da Srinagar. La catastrofe nella regione himalayana del
Kashmir divide e unisce. Proprio ieri l’India ha inviato in Pakistan il primo
aereo di aiuti, mentre “il conflitto continua e si vive in una totale
incertezza”, dice Deen Khan di
Save the children da Srinagar. “Nel Kashmir
indiano - dove dal 1989 è in corso l’insurrezione dei militanti islamici contro
l’esercito indiano - non si può mai sapere cosa succederà”, spiega l’operatore
umanitario. Gli attentati dei ribelli –
in gran parte filo-pachistani - sono all’ordine del giorno, come le azioni dei
soldati indiani per stanarli. La guerra non si ferma, nonostante la tragedia
che ha colpito “soprattutto i distretti di Baramulla, Kupawra, Uri e Tandar”,
prosegue
Khan. “Ma anche nel Jammu e in alcune zone intorno a Rajouri ci sono stati
gravi danni”.
Per la prima volta dalla
divisione del Kashmir, a fine anni Quaranta, diverse organizzazioni
internazionali sono arrivate in questi giorni nella parte indiana per lavorare
insieme con l’esercito e le Ong locali. “Il nostro obiettivo è raggiungere
tutte le zone colpite, ma le condizioni meteorologiche stanno rallentando i
soccorsi”, continua l’operatore di Save the children. “A Tandar ieri nevicava
e
ovunque fa molto freddo. Di giorno ci sono in media 0 gradi e gli sfollati
hanno bisogno di un riparo. Il governo indiano ha fornito solo tende e non sono
stati creati campi”, aggiunge Khan. “Il nostro team sta distribuendo cibo e
vestiti ai bambini, i più vulnerabili. Finora non si sono verificate epidemie,
ma a causa del freddo è molto alto il rischio di contrarre infezioni
respiratorie”.
A Srinagar Save the
children ha inviato 4 camion carichi di maglioni, coperte, riso, legumi e acqua
potabile, per 5mila persone, pari a circa 600 famiglie. Il convoglio si dirigerà
presto a Shalkot, un piccolo villaggio nella regione di Rafiabad a 30
chilometri da Baramulla e Uri, dove c'è un disperato bisogno di aiuti. Sono già
arrivati
a Muzaffarabad, invece, due
convogli carichi di coperte, latte, biscotti ad alto contenuto proteico, succhi
di frutta e 1.500 teli di plastica.