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Il Guatemala è in ginocchio. Il passaggio dell’uragano
Stan ha provocato una serie di piogge torrenziali che hanno causato
frane e
smottamenti e riempito di fango case e campi coltivati. Si parla di
oltre duemila morti. Più di cinquecento i dispersi. Ma
il bilancio sembra destinato a salire ancora. Il presidente Oscar
Berger, dopo aver
dichiarato lo stato di emergenza nazionale, ha chiesto aiuti alla comunità internazionale.
Ventidue milioni
di dollari sono arrivati dalle Nazioni Unite. Mancano acqua e cibo.
Centotrentamila persone stanno soffrendo di stenti. Novanta comunità sono
isolate.
Alcuni villaggi sembrano addirittura essere stati sepolti, per sempre. E' il
caso di Panabaj, che con con il paesino di Tzanchaj era considerato la
culla
dei paesi maya della zona del lago Atitlán, la più colpita. Tutti i
suoi 1.400 abitanti sono morti, sepolti vivi. A raccontarci cosa
sta accadendo è Fabrizio Rescalli, coordinatore dei progetti della ong italiana Coopi in
Guatemala.
La testimonianza. "La zona occidentale, dove sono
io adesso, ha subito gravi danni economici, ma fortunatamente la gente
si è
salvata", racconta Rescalli, raggiunto al telefono nelle primissime ore
del mattino,
appena
prima di uscire diretto all’università San Carlo, centro di
coordinamento degli
aiuti della zona ovest del Paese. "Essendo stato un nubifragio
progressivo, non
improvviso, le persone hanno avuto, almeno qua, il tempo di capire e di
spostarsi, annusando il pericolo. Sono fuggiti, mettendosi in salvo. Le
conseguenze, dunque, non sono state così gravi come avrebbero potuto.
La stessa
cosa è accaduta nella zona sud-ovest, lungo la costa. I danni economici
sono
stati ancora più gravi, ma anche lì la gente ha avuto modo di rendersi
conto pian piano della gravità della situazione. Ci sono stati 4-5
giorni di
pioggia ininterrotta – prosegue Rescalli - che hanno preannunciato il
peggio,
quindi interi villaggi sono stati evacuati in tempo. Tutt’altra storia,
invece,
per la zona del lago Atitlán. Qui è stata una vera e propria tragedia,
la cui
gravità è ancora tutta da scoprire. Durante i giorni di pioggia
nessuno si è mosso dal lago, perché la situazione sembrava abbastanza
tranquilla. Poi il peggio: alcune scosse sismiche, benché di poca
rilevanza, hanno peggiorato l’effetto pioggia, intensificando
smottamenti e frane. Le
baracche, spesso fatte di lamiera, sono state travolte. Ogni via di
comunicazione cancellata. E la gente rimasta viva è tuttora isolata.
Non
abbiamo nemmeno informazioni attendibili. Quindi, mentre qua sulla
costa e
sulla parte occidentale possiamo intervenire, i villaggi sul lago sono
totalmente tagliati fuori".
Aiuti difficili. "A
raggiungerli ci sta provando la protezione civile del Guatemala con quei pochi
elicotteri che
hanno a disposizione e con gli aerei, tanto per provvedere con i primi
soccorsi, ma la situazione è pesante. Si tratta di zone a prevalenza
indigena.
Sono aree Maya, zone povere, dove si vive in misere capanne e si campa
con
quello che l’agricoltura offre. Loro rimarranno sotto il fango, per
sempre. Il sospetto è, infatti, che non sia un solo villaggio a
essere stato spazzato via. Ho paura che siano tante le comunità a
essere state
travolte. Sono comunità a strapiombo sul lago. Il lago è vulcanico. I
pendii
ripidi. Qualunque frana arriva direttamente in acqua. Il bilancio
salirà. Senza
dubbio".
Vista da dentro. "Vista dalla città, c’è da dire che nessuno si aspettava
tutto questo. Non si è visto l’uragano che spazza via tutto e tutti: era tanta,
tanta acqua. Poi è venuta a mancare l’energia elettrica, quindi l’acqua
potabile, la benzina, i rifornimenti alimentari. L’emergenza nei centri urbani
è comunque durata non più di cinque giorni. Già da adesso la situazione sta
tornando alla normalità. Alcune strade sono state danneggiate, ma pian piano
stanno tornando a funzionare. La vera emergenza non è qui, ripeto, è nei
villaggi intorno al lago.
Un no incomprensibile. "La nota dolente è che noi potevamo almeno iniziare il
nostro intervento già cinque giorni fa. Io ero qui per un altro progetto e
potevamo benissimo investire nell’impellente emergenza i fondi che abbiamo a
disposizione, eppure mi è stato detto di no. 'Non ce ne sono a sufficienza' mi
è stato risposto dalla cooperazione italiana e io ho avuto le mani legate. E'
disdicevole. Mi è stato risposto che i fondi in loco non c’erano e che non era
possibile fare altro se non raccolte di vestiti, acqua e beni di prima
necessità nella capitale. E per farci che cosa? E' completamente insensato. La capitale è a 350
chilometri da qua e la strada è interrotta in tre punti. Quindi come arrivavano
gli aiuti a destinazione? E purtroppo senza soldi, dove andavo? Intanto si
sarebbe potuto comprare in loco, beni di prima necessità e darli alla gente che
viveva nelle zone più impervie, ma mi è stato detto di non far nulla. Si è
perso tempo prezioso. Per cinque giorni a mani in mano. E adesso si deve agire
sul latte versato. C’è da dire che, effettivamente, il presidente Oscar Berger
non è stato molto tempestivo nel chiedere gli aiuti internazionali e quindi la
mia fretta di agire non ha trovato riscontro immediato nell’atteggiamento
ufficiale, ma sono molto arrabbiato. Restare impotenti a vedere la gente
soffrire, quando si potrebbe darle una mano è assurdo. Si sarebbe potuto
quantomeno alleviare la loro sofferenza. Almeno quello".Stella Spinelli