12/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Guatemala, la testimonianza di chi ha visto il Paese piegarsi sotto il fango
Foto delle tracimazioni in Guatemala. Fabrizio RescalliIl Guatemala è in ginocchio. Il passaggio dell’uragano Stan ha provocato una serie di piogge torrenziali che hanno causato frane e smottamenti e riempito di fango case e campi coltivati. Si parla di oltre duemila morti. Più di cinquecento i dispersi. Ma il bilancio sembra destinato a salire ancora. Il presidente Oscar Berger, dopo aver dichiarato lo stato di emergenza nazionale, ha chiesto aiuti alla comunità internazionale. Ventidue milioni di dollari sono arrivati dalle Nazioni Unite. Mancano acqua e cibo. Centotrentamila persone stanno soffrendo di stenti. Novanta comunità sono isolate. Alcuni villaggi sembrano addirittura essere stati sepolti, per sempre. E' il caso di Panabaj, che con con il paesino di Tzanchaj era considerato la culla dei paesi maya della zona del lago Atitlán, la più colpita. Tutti i suoi 1.400 abitanti sono morti, sepolti vivi. A raccontarci cosa sta accadendo è Fabrizio Rescalli, coordinatore dei progetti della ong italiana Coopi in Guatemala.
 
Foto di un edificio in Guatemala, circondato di fango e sovrastato da nuvole minacciose. Fabrizio RescalliLa testimonianza. "La zona occidentale, dove sono io adesso, ha subito gravi danni economici, ma fortunatamente la gente si è salvata", racconta Rescalli, raggiunto al telefono nelle primissime ore del mattino, appena prima di uscire diretto all’università San Carlo, centro di coordinamento degli aiuti della zona ovest del Paese. "Essendo stato un nubifragio progressivo, non improvviso, le persone hanno avuto, almeno qua, il tempo di capire e di spostarsi, annusando il pericolo. Sono fuggiti, mettendosi in salvo. Le conseguenze, dunque, non sono state così gravi come avrebbero potuto. La stessa cosa è accaduta nella zona sud-ovest, lungo la costa. I danni economici sono stati ancora più gravi, ma anche lì la gente ha avuto modo di rendersi conto pian piano della gravità della situazione. Ci sono stati 4-5 giorni di pioggia ininterrotta – prosegue Rescalli - che hanno preannunciato il peggio, quindi interi villaggi sono stati evacuati in tempo. Tutt’altra storia, invece, per la zona del lago Atitlán. Qui è stata una vera e propria tragedia, la cui gravità è ancora tutta da scoprire. Durante i giorni di pioggia nessuno si è mosso dal lago, perché la situazione sembrava abbastanza tranquilla. Poi il peggio: alcune scosse sismiche, benché di poca rilevanza, hanno peggiorato l’effetto pioggia, intensificando smottamenti e frane. Le baracche, spesso fatte di lamiera, sono state travolte. Ogni via di comunicazione cancellata. E la gente rimasta viva è tuttora isolata. Non abbiamo nemmeno informazioni attendibili. Quindi, mentre qua sulla costa e sulla parte occidentale possiamo intervenire, i villaggi sul lago sono totalmente tagliati fuori".
 
Alberi trascinati via da un fiume di fango. Guatemala. Foto di Fabrizio RescalliAiuti difficili. "A raggiungerli ci sta provando la protezione civile del Guatemala con quei pochi elicotteri che hanno a disposizione e con gli aerei, tanto per provvedere con i primi soccorsi, ma la situazione è pesante. Si tratta di zone a prevalenza indigena. Sono aree Maya, zone povere, dove si vive in misere capanne e si campa con quello che l’agricoltura offre. Loro rimarranno sotto il fango, per sempre. Il sospetto è, infatti, che non sia un solo villaggio a essere stato spazzato via. Ho paura che siano tante le comunità a essere state travolte. Sono comunità a strapiombo sul lago. Il lago è vulcanico. I pendii ripidi. Qualunque frana arriva direttamente in acqua. Il bilancio salirà. Senza dubbio".
E per assurdo, questo mare di fango in movimento mentre da una parte ha sepolto per sempre delle vite, dall’altra ha portato allo scoperto morti rimasti ignoti per anni. "Stanno infatti venendo fuori fosse comuni risalenti alla guerra civile" riprende il cooperante. "Orrori del genocidio subito dai maya: resti di cadaveri affiorano, tra uno smottamento e l’altro. Questo disastro è la conseguenza del disboscamento selvaggio, e dell’altrettanto selvaggia struttura urbanistica del Guatemala. Sono tanti gli agglomerati nati senza rispettare né piani regolatori né norme geologiche o edilizie. Immani gli ettari senza più alberi. Tante le casette costruite a precipizio sull’acqua, appiccicate alle colline e lasciate lì, senza che nessuno intervenga. Tracimazioni, slavine di terra. Montagne di fango che hanno ricoperto uomini e campi coltivati. Là dove la gente si è salvata, infatti, ci sono ettari ed ettari di colture sotterrate. E quindi tutto è da rifare. Tutto da riseminare. E non dimentichiamo che il Guatemala è un Paese prevalentemente agricolo. Ad essere colpite sono perlopiù le zone coltivate a mais. Quelle cafetalere sono state risparmiate".
 
Fiume di fango travolge tutto. Guatemala. Foto di Fabrizio RescalliVista da dentro. "Vista dalla città, c’è da dire che nessuno si aspettava tutto questo. Non si è visto l’uragano che spazza via tutto e tutti: era tanta, tanta acqua. Poi è venuta a mancare l’energia elettrica, quindi l’acqua potabile, la benzina, i rifornimenti alimentari. L’emergenza nei centri urbani è comunque durata non più di cinque giorni. Già da adesso la situazione sta tornando alla normalità. Alcune strade sono state danneggiate, ma pian piano stanno tornando a funzionare. La vera emergenza non è qui, ripeto, è nei villaggi intorno al lago.
Abbiamo già avviato un’analisi approfondita con l’università San Carlo per quantificare i danni reali e quindi procedere con gli aiuti in ogni parte del Paese. Poi ci muoveremo su tutto il territorio, battendo zona per zona, per toccare con mano cosa sia effettivamente accaduto. Ma purtroppo dobbiamo aspettare. Per ora abbiamo poche e frammentarie notizie. Siamo riusciti a consegnare alcuni formulari da compilare ai pompieri, per cominciare in qualche modo a costruire il puzzle di cosa serva urgentemente a questa gente. E si lavora sodo. Le aule universitarie sono state trasformate in centri di smistamento e di raccolta di informazioni oltre che in centro logistico. Ci sono dagli otto ai dodici pick up che vanno ogni mattina, carichi di viveri, nelle zone raggiungibili più colpite".
 
Fiume di fango travolge case e auto. Guatemala. Foto di Fabrizio RescalliUn no incomprensibile. "La nota dolente è che noi potevamo almeno iniziare il nostro intervento già cinque giorni fa. Io ero qui per un altro progetto e potevamo benissimo investire nell’impellente emergenza i fondi che abbiamo a disposizione, eppure mi è stato detto di no. 'Non ce ne sono a sufficienza' mi è stato risposto dalla cooperazione italiana e io ho avuto le mani legate. E' disdicevole. Mi è stato risposto che i fondi in loco non c’erano e che non era possibile fare altro se non raccolte di vestiti, acqua e beni di prima necessità nella capitale. E per farci che cosa? E'  completamente insensato. La capitale è a 350 chilometri da qua e la strada è interrotta in tre punti. Quindi come arrivavano gli aiuti a destinazione? E purtroppo senza soldi, dove andavo? Intanto si sarebbe potuto comprare in loco, beni di prima necessità e darli alla gente che viveva nelle zone più impervie, ma mi è stato detto di non far nulla. Si è perso tempo prezioso. Per cinque giorni a mani in mano. E adesso si deve agire sul latte versato. C’è da dire che, effettivamente, il presidente Oscar Berger non è stato molto tempestivo nel chiedere gli aiuti internazionali e quindi la mia fretta di agire non ha trovato riscontro immediato nell’atteggiamento ufficiale, ma sono molto arrabbiato. Restare impotenti a vedere la gente soffrire, quando si potrebbe darle una mano è assurdo. Si sarebbe potuto quantomeno alleviare la loro sofferenza. Almeno quello".

Stella Spinelli

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