Houzan Mahmud è la responsabile della sezione britannica di
The Organization of Women's Freedom in Iraq. Da quanto è nata l’organizzazione, il suo compito è stato quello di far conoscere
e raccontare al mondo i problemi e le esigenze della popolazione irachena, con
particolare attenzione, ovviamente, alla condizione femminile. È iniziata così
una serie di viaggi, conferenze, incontri e dibattiti, che hanno portato l’attivista
irachena in diversi paesi del mondo: dove non è arrivata fisicamente, Houzan è
arrivata con le parole, attraverso i numerosi articoli scritti per alcune importanti
testate britanniche. A meno di una settimana dal Referendum sulla Costituzione
in Iraq, vi proponiamo un nuovo capitolo di questo racconto.
D - Ci può spiegare di che cosa si occupa, quando e perché è nata la sua organizzazione?
R - L’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq è stata fondata il 22 giugno del 2003, a soli due mesi dall'invasione dell’Iraq
guidata dagli Stati Uniti. L'idea che sta dietro alla fondazione di un'organizzazione
di donne, è quella di difendere i diritti delle irachene e di far conoscere le
violazioni da esse subite sia per mano delle forze occupanti, sia ad opera dei
gruppi islamici. Questi estremisti religiosi sono arrivati in Iraq dopo lo scoppio
della guerra per terrorizzare le persone e in particolare le donne. Per ucciderle,
impaurirle e per mettere loro il velo. I fondamentalisti vogliono imporre uno
stile di vita islamico alle irachene: la nostra organizzazione lotta invece per
la separazione tra Stato e religione, in primo luogo per quanto riguarda il sistema
dell'istruzione. Noi vogliamo libertà e uguaglianza, vogliamo che le donne abbiano
la possibilità di partecipare alla vita sociale a tutti i livelli, economico,
politico e civile.
D - Com'era la vita delle donne sotto il regime di Saddam Hussein? Come potrebbe
cambiare la condizione femminile nel suo paese se in occasione del Referendum
del 15 ottobre fosse approvata la nuova Costituzione?
R - Sotto il regime di Saddam Hussein ovviamente non avevamo molta libertà: il
Rais era il dittatore di uno stato totalitario e quindi c'erano moltissime violazioni
dal punto di vista dei diritti. Ad esempio non c'era la possibilità di creare
gruppi organizzati indipendenti dal controllo dello Stato: c'erano associazioni
di donne o sindacati, ma erano completamente controllate dal partito Ba’ath e in realtà non avevano molto a che fare con i diritti delle donne e dei lavoratori.
Va comunque sottolineato che l'Iraq ha una lunga storia di movimenti di lotta,
portati avanti sia dalle donne che dai lavoratori. Le irachene nel corso della
loro storia hanno fatto numerose battaglie e sono quindi riuscite a conquistare
alcuni diritti fondamentali. Nemmeno il regime di Saddam è riuscito a togliere
loro queste conquiste: il diritto all'istruzione e quello al lavoro, la facoltà
di contrarre matrimoni civili e di chiedere il divorzio, la possibilità di ottenere
la custodia dei propri figli. Le donne potevano diventare giudici, insegnanti,
scienziati e andare ovunque. Saddam sotto il suo regime aveva mantenuto alcuni
dei vecchi valori religiosi, l'approccio della dittatura alle questioni femminili
era certamente antiquato e conservatore: anche se una donna ricopriva posizioni
di rilievo sul piano della professione, quando tornava a casa era comunque costretta
a sbrigare le faccende domestiche, a lavare, a pulire, ma non era poi così male.
Con la nuova Costituzione, invece, la donna verrebbe ridotta in condizioni di
schiavitù, come un essere miserabile. Vogliono introdurre la Sharia, e tutti sappiamo cosa prevede la legge islamica per le donne: lapidazione in
pubblico per le adultere, dimezzamento dell'eredità, ingiustizie di ogni tipo.
Vogliono riportare le donne indietro di 100 anni invece di farci fare un passo
in avanti. Per questo motivo l'Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq ha combattuto contro questo nuovo testo con un'intensa campagna. Noi vogliamo
una costituzione equa, laica, socialista che garantisca l'uguaglianza per le
donne.
D - Gli Stati Uniti sostengono che se la costituzione sarà bocciata, il paese
piomberà nella guerra civile. Lei è d'accordo?
R - Non sono affatto d'accordo. Si tratta di una contraddizione bella e buona
perché proprio questa costituzione farà piombare la società irachena nella guerra
civile. Si tratta di un testo di impronta federalista che divide la popolazione
tra sunniti, sciiti e curdi, creando attriti, istituzionalizzando l'odio nella
società irachena e dividendola secondo queste linee. Per questo noi ci siamo opposti
alla nuova Costituzione, perché è appunto federalista, perché vuole introdurre
la legge islamica ed è misogina. Non penso che questo testo porterà gli iracheni
da nessuna parte, se non sull'orlo della guerra civile. Questa costituzione e
questo governo sono stati calati e imposti dall'alto: le persone dovrebbero essere
coinvolte nel processo di sviluppo politico e istituzionale del paese, attraverso
una corretta informazione e dando loro la possibilità di eleggere i rappresentanti
che poi dovranno proporre un testo costituzionale. Questo non è accaduto in Iraq:
adesso si pretende che tutti vadano a votare, ma molti iracheni non sono stati
per nulla informati su quello che sta accadendo intorno a loro. Quindi, anche
se il governo riuscirà a portare alle urne parte della popolazione (come i membri
dei partiti al potere e i loro sostenitori), questo non significherà affatto che
gli iracheni hanno votato né che quanto sta accadendo è quello che vogliono gli
cittadini. La nostra storia, le nostre battaglie e la nostra vita quotidiana dimostrano
infatti che vogliamo tutt'altro.
D - In che modo l’occupazione statunitense ha influito e sta influendo nel processo
di rinnovamento politico e istituzionale in corso nel suo paese?
R - Quella che vediamo all'opera oggi in Iraq è una tirannia religiosa imposta
dall’alto. Gli Stati Uniti hanno dato potere a gruppi politici di stampo islamico
che hanno così preso il controllo di questo ‘Parlamento’ attingendo anche dalla
rete terroristica islamica. Da al-Qaeda alle fazioni riconducibili ad al Zarqawi e Moqtada al Sadr, nel paese ci sono
diversi gruppi che si auto-definiscono ‘di resistenza’ ma che secondo noi non
sono altro che terroristi a cui non interessa affatto combattere per la libertà
degli iracheni. La vera resistenza è quella portata avanti dai movimenti civili:
nella nostra lotta siamo affiancate anche da altre realtà come le associazioni
sindacali, il partito comunista dei lavoratori e da tutte le organizzazioni che
hanno contribuito a fondare il Congresso per la Libertà dell’Iraq. Questi movimenti
civili si prodigano per la costituzione, nel nostro paese, di uno stato laico,
progressista ed egualitario, l’esatto contrario di quello che stanno costruendo
gli americani. Ma gli Stati Uniti non si sono limitati a mettere il loro “governo
fantoccio” alla guida dell’Iraq: hanno fatto anche di peggio. I militari statunitensi,
infatti, hanno incarcerato nella prigione di Abu Ghraib diverse donne con la giustificazione
che si trattava delle mogli, delle figlie, delle sorelle dei gerarchi del Partito
Ba’ath. In realtà ci sono molti esponenti dell'attuale governo, ministri e personaggi
al vertice della politica irachena come Iyad Allawi (Premier iracheno durante
il governo di transizione ndr), che facevano parte della vecchia élite Ba’ath al potere con Saddam Hussein. Perché non mettono loro in prigione invece delle
donne? Perché le stanno violentando, torturando e maltrattando per avere informazioni?
Anche se fossero veramente le mogli, le sorelle o le figlie dei vecchi gerarchi,
nessuno dà il diritto ai militari Usa di togliere loro la dignità e di trattarle
in modo disumano solo per avere informazioni. Quelli a cui ricorrono gli statunitensi
sono gli stessi identici metodi adottati da Saddam Hussein per combattere i dissidenti
politici.
D - Cosa significa essere una donna nell'Iraq di oggi, avere un figlio o un marito?
Come vanno le cose per quanto riguarda ad esempio l'istruzione o il sistema sanitario?
R - La vita, per la maggior parte degli iracheni è un vero e
proprio inferno. I servizi basilari non sono ancora stati ripristinati,
nonostante siano ormai passati due anni e mezzo dall'invasione. Mancano
i medicinali, le scuole sono ancora chiuse e non si riesce a garantire
un livello minimo di sicurezza. Le necessità basilari per la
sopravvivenza degli esseri umani non sono assolutamente
soddisfatte. Quello della sicurezza, ad esempio, è un problema
enorme: la vita quotidiana è, in pratica, una lotta per la
sopravvivenza. Anche se non teniamo conto degli attacchi
terroristici, degli scontri, degli orrori e degli spargimenti di
sangue, lo scenario quotidiano dell’Iraq resta drammatico. Migliaia di
persone sono senza lavoro, la povertà dilaga, moltissime irachene sono
state costrette a prostituirsi e sta sorgendo una vera e propria tratta
delle schiave con i paesi vicini. È veramente doloroso vedere
quanto sta accadendo oggi nel mio paese.
D - Nelle scorse settimane il Sottosegretario di Stato Usa Karen Hughes è stato
impegnato in un viaggio attraverso il Medio Oriente finalizzato alla promozione
dell'immagine del suo paese nell'area. La Huges ha incontrato molte donne, cercando
di convincerle dei vantaggi dello stile di vita occidentale, trovando però una
netta opposizione. Secondo lei è possibile pensare a un movimento di donne mediorientali
che porti avanti la lotta per i diritti con i “propri” mezzi, secondo la propria
cultura e indipendentemente da quanto cerca di imporre l'occidente?
R - C'è sempre stato un enorme potenziale in Medio Oriente per la
nascita di un movimento laico, socialista e progressista, e non solo di
impronta femminista. Gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno
sempre fatto però di tutto per ostacolarli, sostenendo i movimenti
religiosi estremisti, favorendo l'islamizzazione della politica e
mettendo al potere i partiti musulmani. Questo è quanto è successo in
Afghanistan con i Talebani, voluti dagli Stati Uniti per combattere i
comunisti. Oppure in Iran dove, nel 1979 c'era un forte movimento
di sinistra: la rivoluzione allora fu fatta per rovesciare lo Scià non
certo per mettere al potere Khomeini e introdurre la sharia. Quel regime fu imposto alla popolazione contro la volontà di tutti quegli
iraniani che chiedevano uno stato progressista e laico.
Lo stesso sta accadendo oggi in Iraq: non abbiamo mai avuto una storia di barbarie
a sfondo religioso, nel nostro paese non è mai stata instaurata la sharia e nemmeno Saddam Hussein nonostante tutta la violenza del suo regime ha mai
osato introdurla. Ora gli Stati Uniti lo stanno facendo, affermando per di più
che sarebbe la gente a volerlo. Ma non è affatto così. È l'imperialismo statunitense
che promuove da sempre i regimi religiosi e conservatori, in modo da tenere il
Medio Oriente in uno stato di arretratezza. L'Iraq ha una storia recente che
può vantare un alto livello di istruzione tra le donne. Per molti anni le donne
hanno occupato posti di lavoro di prestigio e si sono rese indipendenti a livello
economico proprio perché era garantito loro il diritto all'istruzione. Questo
da solo però non è sufficiente: dobbiamo cambiare l'approccio generale sulle questioni
legate alla condizione della donna e per farlo è necessario cambiare i governi
e gli stati. In Medio Oriente, infatti, l'oppressione della donna non è parte
di una tradizione, non appartiene agli usi e costumi locali ma viene imposta dall'alto,
è promossa e supportata dai governi nazionali, insieme all'islamizzazione. Per
questo dobbiamo combatterli.
D - Pensa che in occidente ci sia una corretta percezione della condizione della
donna mediorientale?
R - Il ritratto che propongono i media occidentali non è affatto corretto. Si
parla sempre di donne con il velo, ignoranti e senza cultura, di donne passive
che subiscono tutto quello che gli uomini impongono loro, ma ciò non è assolutamente
vero. Centinaia di donne vengono uccise perché combattono per i loro diritti:
ad esempio la Sharia vieta alle donne di avere rapporti sessuali prima del matrimonio, ma molte donne
lo fanno ugualmente e per questo vengono uccise. Questo atteggiamento è già di
per sé un tipo di resistenza: con il loro comportamento queste donne impediscono
che l'Islam detti le regole della loro vita personale e sociale. Ci sono dei movimenti
decisamente progressisti portati avanti da donne che lottano per l'uguaglianza
in Iraq, in Iran, Afghanistan e in altri stati. Proprio i governi di quelle nazioni,
insieme con alcuni paesi occidentali, non vogliono che questa immagine progressista
arrivi al resto del mondo. Quello che è importante ricordare è che non ci sono
differenze tra le donne: indipendentemente dalla loro provenienza tutte hanno
gli stessi diritti. Noi come movimento progressista universale per i diritti delle
donne dobbiamo lottare a livello globale, senza auto-segregarci. Ad esempio il
movimento delle donne irachene è forte e quindi riceve molta attenzione a livello
internazionale: per questo possiamo essere fonte di ispirazione per molte donne
nel mondo, proprio perché riusciamo a portare avanti la nostra battaglia nonostante
tutte le difficoltà che sta vivendo il nostro paese, nonostante in questo momento la religione stia condizionando in modo pesante
la nostra società. Le donne irachene non sono isolate ma sono parte di un movimento internazionale.
intervista a cura di
Cinzia Chiappini e Mario Baccigalupi di Contattoradio