Pioggia e freddo rendono ancora più precarie le condizioni delle popolazioni
colpite dal terremoto di sabato 8 ottobre che ha causato, tra morti accertati
e dispersi ancora sotto le macerie, almeno 40mila vittime. Gli aiuti tardano ad
arrivare e molte regioni rimangono isolate. “Portare soccorso in queste zone himalayane
è molto difficile”, dichiara a PeaceReporter Gianfranco De Maio, responsabile
medico della sezione italiana di
Medici senza frontiere (Msf). “Nelle zone colpite
dallo tsunami gli sfollati potevano rimanere all’aperto, qui invece rischiano
di ammalarsi di infezioni respiratorie. Bisogna agire in fretta, portando vestiti
e coperte”. Intanto diversi superstiti, già estremamente poveri, si sono trasformati
in saccheggiatori ed entrano nelle case rimaste in piedi rubando ogni cosa. A
Muzaffarabad, capoluogo del Kashmir pachistano, regna il disordine. A Uri, invece,
nella parte indiana della regione, dove hanno perso la vita 1.300 persone, Wasim
Bhat di
Save the Children riferisce che "i bambini vagano per le strade come se
ci fosse stata la fine del mondo. Le scuole non esistono più, così come gli asili
e i centri di assistenza sanitaria e alimentare. Centinaia di persone sono sedute
sulle rovine delle proprie case e molte donne piangono. C’è un immediato bisogno
di cibo e acqua e di una qualche forma di riparo”. Mentre gli operatori di Msf
stanno arrivando sul posto, De Maio ci spiega come si deve intervenire.
Il terremoto in Pakistan è il più grave nella regione dell’ultimo secolo. Come
si affronta una tragedia di tali proporzioni?
Nelle emergenze la prima cosa da fare è una valutazione non teorica e di quantità,
ma sul tipo di bisogni, diversi in base ai soggetti colpiti (bambini, adulti…)
e al luogo in cui è avvenuta la catastrofe. Quest’ultimo terremoto ha colpito
zone montagnose, quindi la situazione è molto diversa da quella del dopo tsunami.
Quali sono le principali differenze?
Innanzitutto la geografia è più difficile. Nella provincia indonesiana dell’Aceh,
devastata il 26 dicembre 2004, era difficile raggiungere le zone dell’interno,
ma c’era una possibilità di attracco e di movimento. Lo tsunami ha colpito soprattutto
le coste e le persone hanno potuto trovare riparo nell’entroterra. Qui, invece,
abbiamo a che fare con l’Himalaya. L’accesso è difficilissimo e non ci sono piste
aeroportuali. Per ora si riesce a raggiungere solo i capoluoghi, come Muzaffarabad
e Uri, dove tra l’altro la pregressa situazione militare ha fatto in modo che
ci fossero basi dell'esercito attrezzate. A nord non sappiamo ancora cosa troveremo
e dove la gente sia andata a rifugiarsi.
Il freddo himalayano trasforma l’intervento in una lotta contro il tempo?
Sì. Nelle regioni colpite dallo tsunami gli sfollati potevano passare la notte
all’aperto, qui no. C’è il rischio di epidemie dovute alle temperature rigide,
come infezioni respiratorie, polmoniti e diarrea.
La gente, quindi, ha bisogno di vestiti e - come stanno dicendo le Nazioni Unite
- di coperte. In questo caso il primo problema è quello del riparo, per evitare
che i sopravvissuti si ammalino o addirittura muoiano.
Msf come si sta muovendo?
In quanto organizzazione di soccorso medico, monteremo tende da campo che adibiremo
a cliniche. Avevamo già lì uno staff piuttosto limitato che adesso sarà rafforzato.
In che modo?
Mobilitando le risorse locali, ovvero operatori sanitari, costruttori, idraulici.
Persone che, come accade sempre nelle emergenze, magari hanno perso tutto ed è
importante che recuperino la loro arte. I locali devono lavorare con noi anche
perché conoscono le dinamiche sociali e sono essenziali affinché l’intervento
non sia astratto e al peggio fallimentare.
Una volta arrivati lì, quali sono le prime cose che farete?
Le cose più semplici e pratiche: disegneremo una mappa della zona, stabiliremo
i luoghi da raggiungere, cercheremo di affittare dei camion, verificheremo se
c’è energia elettrica e ci informeremo su dove fare gli acquisti. A livello medico,
invece, chiederemo se è stata fatta una campagna di vaccinazione contro il morbillo.
C’è il rischio che molte zone difficilmente accessibili non siano raggiunte dagli
aiuti?
Sì. Accade sempre che la maggior parte delle organizzazioni vadano solo nei luoghi
accessibili.
In queste zone, inoltre, non erano già presenti molte Ong a causa della guerra….
Il Kashmir è stato off limit per molto tempo e solo da qualche mese, dopo il
riavvicinamento tra India e Pakistan, c’è stata un’apertura. Come per l’Aceh,
quando una nostra squadra è arrivata nel Kashmir pachistano si è trovata di fronte
a una situazione poco nota e ha dovuto fare delle valutazioni.