Weah potrebbe segnare il gol più importante. Diventando presidente della Liberia
Scritto per noi da
Emilio Manfredi

Monrovia, Warren Street. Una ragazzina si aggira tra la folla, i vestiti bucati
e sporchi. Offre uova sode alle persone che si assiepano intorno ad uno spiazzo
di terra battuta, che vorrebbe essere un campo da calcio. Le porte costruite con
pezzi di legno di fortuna e avanzi di zanzariere, le divise di gioco a scimmiottare
i colori del Milan e del Chelsea. Ma i ragazzini in campo ci credono davvero.
Giocare a pallone per dimenticare i problemi quotidiani propri e di un Paese che
cerca faticosamente di uscire da 14 anni di guerra civile, con il sogno di ripetere
le gesta dell'eroe nazionale della Liberia, George “Oppong” Manneh Weah.
King George. Partire dalla strada e diventare un campione conosciuto in tutto il mondo. Indossare
davvero la maglia del Milan o del Chelsea. Vincere il Pallone d'Oro, primo calciatore
d'Africa. Essere ricco. E un giorno, addirittura, presentarsi alle elezioni, per
farsi eleggere presidente della propria nazione. “Ancora non ci credo, ma tra
pochi giorni andremo a votare e George Weah diventerà il nuovo presidente della
Liberia. A quel punto sarà tutto vero, e Oppong ricostruirà il Paese. Ci saranno
elettricità e acqua corrente, scuole e ospedali, e dimenticheremo la sofferenza”,
urla Jumama, mostrando orgogliosa la t-shirt con la faccia del suo idolo.
Guerra e distruzione. Nella capitale, come in tutta la Liberia, cresce l'eccitazione per l'approssimarsi
delle elezioni presidenziali, che si terranno l'11 ottobre. Ventidue candidati
tra cui i liberiani dovranno scegliere la persona che cercherà di traghettare
il piccolo Stato affacciato sull'Oceano Atlantico fuori da una crisi iniziata
25 anni fa, con il golpe guidato dal sergente Samuel Doe. Da allora il primo Stato
indipendente dell'Africa, fondato nel 1847 da un gruppo di schiavi liberati provenienti
dagli Stati Uniti, non conosce stabilità politica: nove anni di regime militare,
rovesciato dai ribelli del Npfl (Fronte Patriottico Nazionale liberiano) guidati
da Charles Taylor , che avrebbe poi controllato il Paese sino al 2003, facendolo
precipitare in un sanguinoso conflitto intestino costato almeno duecentomila morti
e un milione e mezzo tra sfollati e profughi (quasi metà dell'intera popolazione),
estesosi poi anche alla vicina Sierra Leone.
Tutti per Weah. I segni della guerra sono evidenti, camminando per la città. Sono pochi gli edifici
che non presentano i segni dei combattimenti. Su Broad Street, una via trafficata
nel centro città, un cartello semidistrutto indica il Museo Nazionale della Liberia.
È un palazzotto diroccato e fatiscente, intorno a cui si aggirano masse di ragazzini
disperati. Tutto intorno, palazzi semidistrutti, senza porte né finestre. Poco
più avanti, al termine di una strada in salita fatta di detriti e immondizia,
in quel che resta di una stanza, vive e lavora Frank. Di mestiere fa il sarto.
O meglio, per pochi dollari liberiani rappezza i vestiti lisi dei suoi vicini.
“Spero che dopo queste elezioni la nostra vita inizi a migliorare. Abbiamo bisogno
di tutto, sono anni che viviamo in condizioni disperate. In quasi tutte le abitazioni
non c'è acqua corrente, non c'è igiene. Un generatore per permettersi alcune ore
di elettricità è un lusso per pochi”, dice Frank, mentre cerca di riparare un
pantalone a brandelli. “Io voterò Weah. È una brava persona, è sempre stato vicino
alla sua gente. È l'unico fra i principali candidati che non ha mai avuto nulla
a che fare con la guerra”.
Mugna Cdc.Sono proprio queste alcune delle parole d'ordine della campagna elettorale dell'ex-campione
del Milan. Frasi semplici e slogan infiammano da mesi i suoi sostenitori, che
lo seguono nei suoi comizi in giro per la città cantando e ballando come ad una
partita di calcio. “Dunque io vi dico, votate per me. Sono uno di voi, conosco
le vostre esigenze.” Ha la voce roca George, mentre urla in un microfono, al calar
della sera, nell'ultimo comizio della giornata, nel popolare mercato di Duala,
non lontano da West Point, uno dei ghetti più disperati della capitale. Intorno
a lui, migliaia di persone ascoltano annuendo ad ogni sua parola, pronte a scoppiare
in grida ed applausi quando The King
(uno dei suoi tanti soprannomi) finisce di promettere un futuro migliore. “Io
sono un professionista, lo sono stato come calciatore, ora lo sono come uomo d'affari.
Ho molti soldi, soldi miei. Non sarò un presidente corrotto, semplicemente perchè
non ne ho bisogno. Con i soldi pubblici, darò ai liberiani strade, istruzione
e sanità gratuite, acqua pulita e corrente elettrica. Mugna mugna Cdc mugna!”,
grida infine nel microfono. La folla ripete lo slogan del suo partito, il Congresso
per il cambiamento democratico, inventato pochi mesi fa su misura del suo leader.
Poi
The King saluta, sale in auto protetto dai numerosi uomini della sua sicurezza
personale, e si allontana in direzione della sua villa, situata sulla strada che
va all'aeroporto. Un viaggio verso casa che dura un paio d'ore, l'auto a passo
d'uomo costantemente circondata da una folla impazzita.
Gli avversari. Weah pare favorito per la vittoria. Potrebbe essere il primo presidente liberiano
indigeno democraticamente eletto. L'unico a non far parte della piccolissima
minoranza di americo-liberiani che da sempre detiene il potere politico ed economico
del Paese. Ad osteggiarlo, solo la candidatura di Ellen Sirleaf-Johnson. Economista,
già amica di Taylor e, secondo i suoi detrattori, diverse volte coinvolta nelle
vicende violente del Paese, se la Johnson vincesse diventerebbe la prima presidente
donna nella storia dell'Africa. Lei sembra crederci, e, come
molti altri candidati, attacca Weah, puntando l'indice contro la mancanza di cultura e la sua totale
impreparazione politica.
“Da molte parti sento dire che non sarò un buon presidente perchè non sono laureato
e non ho fatto politica prima d'ora. Ma se si guarda al passato della Liberia,
si noterà che chi ha guidato il Paese fino ad ora aveva titoli accademici, ma
non ha fatto altro che rubare risorse allo Stato per proprio interesse personale,
e insanguinare la nostra terra. Io non ho mai ucciso, né armato nessuno.”
Un gol per la speranza. E' pacato e cordiale, George, mentre discute con i giornalisti nel salotto della
sua villa. Camicia bianca con la sua faccia e l'invito a votare per lui, jeans
e ciabatte, si offre alle domande con semplicità. “Ricostruirò la Liberia. Mi
prenderò cura degli ex-combattenti, dei bambini di strada, di chi vive in condizioni
precarie.” Fuori dalla finestra, nel cortile della sua residenza, uomini della
sicurezza, amici e fans, attendono di accompagnarlo verso la prossima adunata
di popolo. Nell'attesa, qualcuno gioca una partita a basket nel campo dove Weah
si allena la domenica mattina, due galli si beccano animatamente, mentre Papi,
amico fraterno e suo primo allenatore, lava i panni in secchio di ferro. Impossibile
strappare all’ex Pallone d’Oro informazioni più dettagliate sull'attuazione del
proprio programma, ma i sostenitori sembrano credergli sulla fiducia. Sono convinti
che “Oppong” sarà in grado di reinserire nella società gli oltre centomila ex-miliziani
che hanno riconsegnato le armi e, sbandati, drogati e senza un tetto, sperano
in un lavoro che li tenga lontani dalle sirene di una nuova guerra. Una bella
sfida, cambiare la rotta ad una Nazione dove l'età media è 18 anni, l'85% della
popolazione è analfabeta e la mortalità infantile altissima.
“Sono un grande tifoso di calcio da sempre”, dice Moses, una vita di stenti spesa
con la famiglia al secondo piano di una casa diroccata. “Dopo tutto quello che
abbiamo passato, dobbiamo sperare che qualcuno ci aiuti.” Accanto a lui, tra l'immondizia,
una pentola piena d'acqua da bere e per cucinare presa dal canale di scolo. A
pochi passi, l'Oceano.