12/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le violenze che hanno scosso la Liberia è ricominciato il rientro dei profughi
Hanno ricominciato a tornare a casa. Alcuni di loro hanno atteso mesi, altri anni, altri oltre un decennio. A piccoli gruppi, timidamente, in punta di piedi, quasi per non farsi notare. Ad attenderli c’è un paese piegato in due da una guerra che si è appena conclusa, ma ancora privo di sicurezza e soprattutto molto povero.
Il rientro dei profughi liberiani in patria è lentamente ripreso, dopo gli scontri che a inizio di novembre avevano trasformato Monrovia in un campo di battaglia.
Nei giorni scorsi 308 persone hanno attraversato il confine tra Liberia e Guinea, dove vivevano da rifugiati, di fatto riaprendo il flusso migratorio di rientro.

Ancora violenze. I protagonisti delle violenze avvenute nella capitale, alcuni ex combattenti appartenenti alla popolazione Mandingo e ad altre popolazioni ad essa avverse, avevano fatto ripiombare sul paese l’incubo di una guerra civile che ha smesso di ruggire solo un anno fa, dopo aver seminato orrore per quattordici anni. Dopo tre giorni di scontri, i principali gruppi ribelli del paese, Model, Lurd ed ex combattenti del deposto dittatore Charles Taylor, hanno annunciato lo scioglimento. Un gesto significativo, anche se non basta ad appianare rancori e conti in sospeso. Allarmati per una possibile ricaduta in un conflitto e per un processo di disarmo delle parti ben avviato ma non del tutto concluso, le organizzazioni internazionali avevano temporaneamente bloccato il rientro delle migliaia di profughi rientranti dalla diaspora bellica liberiana: 360mila persone, distribuite in cinque paesi dell’Africa occidentale (Sierra Leone, Ghana, Nigeria, Guinea Conakry, Costa d’Avorio) che attendono di poter rientrare in patria e rifarsi una vita.
Un numero molto alto, soprattutto se ad essi si aggiungono 260mila sfollati che languono nei campi di accoglienza allestiti attorno ai centri urbani della Liberia nella speranza di tornare ai propri villaggi. Cosa che difficilmente avverrà a breve, considerando le pessime condizioni economiche e sociali in cui si trova la Liberia, un paese che necessita di una ricostruzione da cima a fondo. E che ha bisogno dei suoi cittadini, ma non sa dove metterli.

 
Un impegno difficile. Monrovia in fiamme in seguito agli scontri di inizio mese"Il rientro dei profughi dai paesi confinanti è un passo imnportante, ma estremamente difficile e problematico", spiega da Monrovia Golam Abbas, bengalese, coordinatore dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). "Questo paese è la loro casa, ma non è pronto a riceverli. Non c'è sicurezza in molte zone, non ci sono infrastrutture basilari, non c'è nulla. Per questo preferiamo non incoraggiare le famiglie a rientrare, nè possiamo e vogliamo impedirglielo. Ci limitiamo solamente ad aiutarle nel viaggio di rientro. Alcuni sono fuggiti quasi quindici anni fa, appena era scoppiata la guerra. Si sono rifugiati nei paesi vicini e appena la guerra è finita hanno cominciato a tornare. Finchè lo fanno in maniera regolare e organizzata siamo in grado di intervenire, offrendo loro un minimo di assistenza, che consiste nella distribuzione di kit di emergenza. Capita spesso, però, che gruppi di persone tentino di reintrare il Liberia clandestinamente. Le autorità li bloccano da qualche parte al confine, dove a noi tocca andarli a prendere".Abbas cita alcuni episodi che hanno creato non pochi grattacapi agli operatori dello Unhcr. "Mesi fa un gruppo di 400 persone partito dalla Nigeria ha attraversato ben quattro paesi a piedi - Benin, Burkina Faso, Mali e Guinea - nel tentativo di rientrare in Liberia. Le autorità di Conakry li hanno bloccati prima che riuscissero ad attraversare il confine e ci è toccato andarli a recuperare. Un'altra volta, altri 200 si sono messi in testa di raggiungere Monrovia via mare, sempre dalla Nigeria. Una follia solo a pensarci. Infatti l'imbarcazione su cui si trovavano ha avuto serie difficoltà, obbligandoci ad un intervento di emergenza. Casi come questi ve ne sono ogni giorno. Noi tentiamo in ogni modo di convincerli a rientrare secondo un programma prestabilito, ma non tutti ne sono al corrente".
E ci sono ancora più di 600mila persone da sistemare. Ma dove?

La testimonianza. "Prova a immaginartelo davanti, un numero così grande di disperati. Come ce lo fai stare in un paese che ha un governo ad interim ancora molto debole, migliaia di ex comnbattenti armati ancora in giro per villaggi e campagne, oltre alla mancanza di elettricità e acqua persino nei centri abitati, dove non c'è lavoro", commenta da Milano un richiedente asilo liberiano che preferisce restare anonimo. "E' vero, le Nazioni Unite cercano di dare un supporto ai profughi rientranti, ma una volta tornati a casa, cosa faranno? Non hanno soldi, non hanno una casa, una famiglia, qualcuno che li aiuti, solo mani vuote che non possono far altro che chiedere la carità".

 

Pablo Trincia

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