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Hanno ricominciato a tornare a casa. Alcuni di loro hanno atteso mesi, altri
anni, altri oltre un decennio. A piccoli gruppi, timidamente, in punta di piedi,
quasi per non farsi notare. Ad attenderli c’è un paese piegato in due da una guerra
che si è appena conclusa, ma ancora privo di sicurezza e soprattutto molto povero.
"Il rientro dei profughi dai paesi confinanti è un passo imnportante, ma estremamente
difficile e problematico", spiega da Monrovia Golam Abbas, bengalese, coordinatore
dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). "Questo paese
è la loro casa, ma non è pronto a riceverli. Non c'è sicurezza in molte zone,
non ci sono infrastrutture basilari, non c'è nulla. Per questo preferiamo non
incoraggiare le famiglie a rientrare, nè possiamo e vogliamo impedirglielo. Ci
limitiamo solamente ad aiutarle nel viaggio di rientro. Alcuni sono fuggiti quasi
quindici anni fa, appena era scoppiata la guerra. Si sono rifugiati nei paesi
vicini e appena la guerra è finita hanno cominciato a tornare. Finchè lo fanno
in maniera regolare e organizzata siamo in grado di intervenire, offrendo loro
un minimo di assistenza, che consiste nella distribuzione di kit di emergenza.
Capita spesso, però, che gruppi di persone tentino di reintrare il Liberia clandestinamente.
Le autorità li bloccano da qualche parte al confine, dove a noi tocca andarli
a prendere".Abbas cita alcuni episodi che hanno creato non pochi grattacapi agli
operatori dello Unhcr. "Mesi fa un gruppo di 400 persone partito dalla Nigeria
ha attraversato ben quattro paesi a piedi - Benin, Burkina Faso, Mali e Guinea
- nel tentativo di rientrare in Liberia. Le autorità di Conakry li hanno bloccati
prima che riuscissero ad attraversare il confine e ci è toccato andarli a recuperare.
Un'altra volta, altri 200 si sono messi in testa di raggiungere Monrovia via mare,
sempre dalla Nigeria. Una follia solo a pensarci. Infatti l'imbarcazione su cui
si trovavano ha avuto serie difficoltà, obbligandoci ad un intervento di emergenza.
Casi come questi ve ne sono ogni giorno. Noi tentiamo in ogni modo di convincerli
a rientrare secondo un programma prestabilito, ma non tutti ne sono al corrente".
La testimonianza. "Prova a immaginartelo davanti, un numero così grande di disperati. Come ce lo fai stare in un paese che ha un governo ad interim ancora molto debole, migliaia di ex comnbattenti armati ancora in giro per villaggi e campagne, oltre alla mancanza di elettricità e acqua persino nei centri abitati, dove non c'è lavoro", commenta da Milano un richiedente asilo liberiano che preferisce restare anonimo. "E' vero, le Nazioni Unite cercano di dare un supporto ai profughi rientranti, ma una volta tornati a casa, cosa faranno? Non hanno soldi, non hanno una casa, una famiglia, qualcuno che li aiuti, solo mani vuote che non possono far altro che chiedere la carità".
Pablo Trincia