Il campo profughi di San Pedro Pohlo, dove più di 8mila indigeni sopravvivono.
Dal nostro inviato a San Cristobal de Las Casas (Chiapas) - La comunita' di San Pedro Polho e' forse il municipio zapatista autonomo piu'
esteso del Chiapas; lo si raggiunge in un'ora e mezza circa da San Cristobal (che
fu nel gennaio 1994 l'epicentro della giusta ribellione dell'esercito zapatista
di liberazione nazionale all'oppressione del governo socialista di Zedillo) percorrendo
la strada in direzione della cittadina di Pantelho'. All'arrivo si notano immediatamente
i cartelloni celebrativi dell'autorita' ribelle della comunita' che delimitano
il territorio autonomo zapatista, esteso tra palafitte e case basse d'assi di
legno sparse a singhiozzo tra la foresta fino ad un piccolo fiume. Per quanto
in questi utimi tempi si respiri un'aria di quieta calma, gli sguardi da dietro
i passamontagna che ci accolgono all'ingresso sono sempre all'erta; due giovani
sentinelle appuntano meticolosamente il passaggio di tutti i mezzi militari diretti
ad un insiediamento militare che, costruito su d'un promontorio poco distante,
domina la comunita'.
La Storia di questa comunita' indigena e' strettamente intrecciata al massacro
compiuto dai paramilitari filogovernativi nella chiesa del villaggio di Acteal
il 22 dicembre del 1997; da quel giorno furono 6.300 gli indigeni (nella maggioranza
donne e bambini) che in pochi mesi si rifugiarono lungo le pendici che circondavano
un villaggio, allora, di 300 famiglie. La mancanza di ogni genere di sostentamento
e l'insorgere di numerose epidemie tra i rifugiati fecero precipitare la situazione
in breve tempo, costringendo la Croce Rossa Internazionale a garantire sul territorio
(ininterrottamente fino al primo gennaio di quest'anno) la propria attivita' di
soccorso alla
popolazione. Ma da quei mesi disperati, grazie all'incessante lavoro di grandi
e piccole ONG, di volontari simpatizzanti della lotta zapatista provenienti da
tutto il mondo calati nella veste improvvisata d'osservatori per il rispetto dei
diritti umani, la situazione e' migliorata notevolmente. Per quanto siano ancora
molti i disagi che la vasta popolazione della comunita' (si stima siano ormai
piu' di ottomila i rifugiati) deve sopportare (ad esempio un terreno scosceso
poco adatto alla coltivazione che si traduce in un'alimentazione povera, la scarsa
erogazione d'acqua potabile, l'impossibilita' di raggiungere dal "centro" gli
accampamenti quando piove perche' i sentieri si trasformano in ripidi fiumi di
fango, la mancanza d'un assistenza medica d'urgenza unita alla mancanza di medicinali
fondamentali per il trattamento delle piu' comuni patologie...), si respira un'aria
di nuova speranza tra la gente di Polho.
Prima di tutto la comunita' oggi si governa autonomamente attraverso i rappresentanti
che, collegialmente eletti, assolvono ora le fuonzioni di polizia, di tesoreria,
di segreteria ecc... Oltre alla Presidenza, nella quale si riunisce l'autorita'
autonoma municipale, sono attive, grazie al continuo contributo di numerosi attivisti
volontari (testimoniato anche dalla presenza sul territorio autonomo d'un dormitorio
e da una cucina riservati agli "accampamentisti di pace"), una scuola primaria
autonoma ed una biblioteca dove e' innincessante l'opera di recupero delle tradizioni
culturi indigene. Non manca inoltre la "tienda" della cooperitava, dove attraverso
la vendita di alimentari e artigianato locale, la comunita' trova una forma autonoma
di sostentamento collettivizzando tra tutti i propri ricavi. Sta lentamente organizzandosi,
inoltre, la clinica Emiliano Zapata, sovvenzionata da un progetto di cooperazione
dell'ONG "Medici del Mondo", mentre un primo vagito di tessuto sociale lo si puo'
intravedere tra le numerose botteghe sorte a ridosso del "centro" della comunita'
e
tra le incessanti partite di basket che animano i giovani della comunita'.
Gran parte dei muri degli edifici del municipio raccontano, attraverso i suoi
murales dai colori vivi e dal grande potere simbolico, la storia della lotta zapatista
per la dignita' del popolo indigeno, animando il paesaggio dei visi ora di Emiliano
Zapata, ora del Che, ora del Sub Comandante Marcos.
La mattina, inaspettatamente, tra la nebbia che dal fiume sale aggrappandosi
alla foresta, si sente anche risuonare la banda di San Pedro Pohlo, coperta solo
dagli scrosci della pioggia o dalle grida dei ragazzi che, senza sosta, rincorrono
una palla e la speranza d'una vita dignitosa sul campo da basket.
Ivan Tresoldi