11/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Molte delle autobombe esplose in Iraq risultano rubate negli Usa
Prima della guerra in Iraq, secondo dati della motorizzazione di Baghdad, in tutto il Paese circolavano circa 350 mila automobili. Oggi la situazione è radicalmente mutata: il numero dei veicoli circolanti è triplicato. Negli ultimi due anni, ben 900 mila auto, provenienti da tutto il mondo, sono state registrate nel Paese. Tra i modelli maggiormente richiesti, le europee come le Bmw, le Jeep giapponesi e i Suv americani.
 
Più automobili per tutti. Il governo ad interim, spiega Beth Potter dell’United Press International, ha cercato di incentivare il fenomeno, vietando l’ingresso nel paese di auto prodotte prima del 2000. Così facendo ha messo in crisi la rete del commercio di auto usate che passava per Siria e Giordania. Non solo, sotto Saddam le auto erano un genere molto tassato, mentre oggi non sono sottoposte ad alcuna tassazione. È un mercato in pieno boom, che in un contesto come quello iracheno, offre numerose possibilità di guadagno anche alla criminalità, sia quella comune che quella organizzata nelle milizie ribelli del fantomatico al Zarqawi. Oggi, secondo le interviste raccolte a Baghdad da Beth Potter, il numero dei veicoli rubati in Europa e in paesi del Golfo che finiscono sulle strade irachene, è in continuo aumento. Una delle rotte più battute è quella che porta le automobili rubate fin negli Emirati Arabi Uniti, diventati una specie di territorio franco dove è possibile falsificare documenti e numeri di serie. Molte auto vengono anche dagli Stati Uniti: imbarcate clandestinamente nei porti merci di Los Angeles, Seattle e Huston, e trasportate nei cargo fino in Siria o in Arabia Saudita.
 
Un'inchiesta in corso. Il 18 novembre 2004, una brigata dell’esercito Usa in Iraq scopriva a Falluja un rifugio e una fabbrica di bombe dei combattenti vicini ad Abu Mussab al Zarqawi. All’interno, i soldati trovarono numerosi pacchi di materiale esplosivo e un’autobomba in preparazione. Si trattava di un Suv (Sport Utility Vagon), un ingombrante fuoristrada, americano. Il veicolo risultava rubato in Texas, negli Stati Uniti. Non aveva targa ma al suo interno vennero trovate quindici placche identificative pronte per essere applicate su altre macchine rubate. L’inattesa scoperta spinse l’Fbi ad aprire un’inchiesta, ancora in corso, che sta mettendo a nudo tutta una rete di attività criminali che riforniscono, tra l'altro, anche le casse dei miliziani iracheni. Bryan Bender, autore di un articolo d’inchiesta pubblicato dal Boston Globe, ha interpellato alcuni specialisti dell’antiterrorismo, i quali gli avrebbero spiegato che le auto americane rubate sono le preferite dai miliziani, perché sono più grandi della norma, e soprattutto si mimetizzano molto bene in mezzo ai convogli delle truppe della coalizione e ai veicoli dei contractors privati.
 
Le rotte dell’”usato”. L’ispettore John Lewis, del dipartimento antiterrorismo dell’Fbi, ha confermato che il fenomeno delle auto rubate negli Stati Uniti che riappaiono, imbottite di esplosivo, sulle strade irachene, non è stato un caso isolato. “Le indagini –ha dichiarato Lewis al Boston Globe- non hanno podotto prove che i veicoli siano stati trafugati esplicitamente per farne delle autobombe, ma è stato dimostrato che sono state contrabbandate dagli Usa all’interno di un’ampia rete di criminalità, che comprende anche i terroristi e i ribelli iracheni”. L’ufficio investigativo federale americano non ha fornito cifre, ma ha confermato l’esistenza di numerosi casi di auto sparite in Texas, Arizona, Maryland, Virginia e Florida, e riapparse in Iraq, nelle mani di gruppi terroristici. Dati dell’ufficio statistiche del governo statunitense parlano di un milione di auto rubate ogni anno negli Usa, 25 mila nella sola provincia di Dallas nel 2004. I furti d’auto sono un problema che costa ai contribuenti statunitensi oltre 8 miliioni di dollari l’anno, una somma che almeno in parte finisce per finanziare attività terroristiche contro gli americani stessi.
 
Finanziamenti occulti. I comandante della polizia di Miami, parlando dei furti di auto negli Usa, ha dichiarato che “Quei ladri non si rendono necessariamente conto di finanziare il terrorismo, però è possibile che lo stiano facendo”. La lotta delle autorità statunitensi contro i fondi neri di al Qaida, promette di essere ancora lunga e difficoltosa. Perché se da un lato, come in questo caso, seguire le tracce del contrabbando di auto può contribuire alla rottura di importanti nodi della rete che rifornisce le casse del terrore, da un altro punto di vista, l’ironica scoperta che molte delle auto trasformate in bombe siano americane, evidenzia la velocità e l’efficienza con cui quelle stesse organizzazioni estremiste riescono a differenziare i propri traffici e a inventare modi, sempre nuovi, di finanziarsi.
 

Naoki Tomasini

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità