Per comprendere i
fatti di Bali bisogna conoscere a fondo la realtà indonesiana: le origini della
Jemaah Islamiah (JI) all’interno degli stessi servizi segreti indonesiani, le
questioni irrisolte con il vicino australiano, la forza in discesa dei militari
che hanno controllato il Paese fino al 1999 quando è caduto il dittatore
Suharto.
“Oggi con il presidente Yudhoyono, l’Indonesia è un altro Paese”,
spiega l’esperto di Sud Est Asiatico Francesco Montessoro. “Nonostante i
recenti attentati a Bali – che hanno causato 22 morti compresi i tre kamikaze
–
l’effervescenza dei gruppi terroristici è diminuita. Il presidente vuole un
Paese più democratico, dove i militari non godano più delle prerogative
dell’epoca dittatoriale”. Un equilibrio difficile da mantenere, come la pace
nella provincia settentrionale dell’Aceh sconvolta dallo tsunami e da oltre
trent’anni di guerra.
Ce lo spiega il professor Montessoro.
Il terrorismo è
tornato a colpire Bali e l’intelligence indonesiana accusa ancora una volta la
Jemaah Islamiah. Oggi è più chiaro il ruolo di questa fantomatica
organizzazione?
No. Nessuno sa cosa sia realmente la Jemaah Islamiah. Si
suppone solo che sia stata fondata negli anni Settanta ai margini di attività
di “provocazione” del regime di Suharto.
Cosa si intende per “provocazione”?
In Indonesia agli inizi degli anni Settanta, quando si
struttura il regime di Suharto, vi è un problema islamico. Ovvero il regime
autoritario per accrescere il controllo dei militari sulla vita politica e sociale
deve accertarsi che gli islamici radicali siano neutralizzati. Così le prime
organizzazioni jihadiste, tendenti alla ribellione armata, vengono create e
infiltrate dai servizi di sicurezza per “provocare”, cioè far venire allo
scoperto coloro che erano ancora sensibili al discorso del Darum Islam, il
movimento che dagli anni Quaranta ai Sessanta ha combattuto per creare una
repubblica islamica in Indonesia.
Così è venuto allo
scoperto anche il presunto capo della JI, Abu Bakar Ba’asyir?
Sì. Ba’asyir è stato individuato molti anni fa e più volte
arrestato. Negli anni Ottanta è stato espulso e recentemente è stato
imprigionato in relazione agli attentati di Bali del 2002.
L’Indonesia è il
Paese musulmano più popoloso, ma quanto sono forti le componenti radicali?
In Indonesia i musulmani sono l’80 percento della
popolazione, ma hanno articolazioni organizzative e dottrinarie diverse. Una
gran parte sono musulmani solo di nome, mentre altre componenti più rigorose
sono comunque fedeli ai principi dello Stato unitario e laico. Altre frange estremiste
minoritarie sono state sconfitte ripetutamente: nel 1945 con la proclamazione
dell’indipendenza e la nascita della carta costituzionale e in seguito, negli
anni Sessanta, quando l’esercito sconfisse il Darul Islam (dall’arabo Dar al
Islam che significa “regno dell’Islam”).
La Jemaah Islamiah,
però, è sopravvissuta…
Sì, ma non nella misura di cui si parla. La JI è una
definizione generica che non si riferisce a un’organizzazione vera e propria,
ma
a tendenze che possono forse avere relazioni internazionali. Per esempio, con
i
movimenti secessionisti islamici delle Filippine meridionali.
I legami con Al Qaeda
sono dubbi?
Ci possono essere legami strumentali tra organizzazioni
straniere e la JI, quest’ultima, tuttavia, è legata soprattutto al contesto indonesiano.
Dopo gli attentati di Bali del 2002, quando era ancora presidente la
Sukarnoputri, ci furono pressioni internazionali verso la repressione di un
terrorismo islamico di cui però in Indonesia si dubitava. Con Yudhoyono lo
scenario è cambiato completamente, perché il nuovo presidente si è mostrato
convinto assertore della necessità di sconfiggere il terrorismo jihadista nel
suo Paese. Ciò che è accaduto a Bali è grave, ma non significa che la minaccia
terroristica sia più pericolosa che in un recente passato. Dopo il 2002, al
contrario, il governo indonesiano ha ottenuto diversi successi nella lotta ai
terroristi. Oltre duecento di questi
sono stati arrestati e i responsabili degli ultimi attacchi a Bali sono solo le
forze residue di questa organizzazione.
Nonostante ciò a
Giacarta è stata dichiarata la massima allerta…
Il pericolo terrorismo esiste, ma si tratta di un fenomeno
diverso da quello che si paventava all’inizio degli anni Duemila. Nel 2002, per
le implicazioni internazionali, cioè la guerra in Afghanistan e la situazione
in Iraq, si è identificata anche in Asia sud-orientale una rete di Al-Qaeda. In
realtà i legami dei fenomeni indonesiani con il terrorismo jihadista
internazionale sono solo supposti ed esagerati. Negli ultimi tre anni in
Indonesia non è aumentato il numero dei sostenitori della jihad, anzi
l’effervescenza dei gruppi fondamentalisti si è ridotta.
Quali sono le cause del
terrorismo in Indonesia?
Bali è stata presa di mira perché è un’isola indù e un
resort del turismo anglosassone - in particolare australiano - dove sono
permessi la promiscuità e la presenza di locali che offendono la morale
islamica.
Il recente aumento
dei prezzi del carburante e del cherosene deciso dal governo ha accresciuto le
tensioni?
Questo fenomeno non ha relazioni con il terrorismo. Yudhoyono
fa ciò che nessun presidente indonesiano ha fatto prima: ha seguito i consigli
del Fondo monetario internazionale togliendo le sovvenzioni sul prezzo del
carburante. In Indonesia da venerdì scorso si paga la benzina senza l’aiuto
dello Stato e ciò ha creato dissapore, ma non di certo una reazione
terroristica. Sidney Jones, studioso della politica indonesiana, ha ipotizzato
che il presidente trarrà vantaggio dall’attentato di Bali perché quest’ultimo
ha distolto l’attenzione dai provvedimenti impopolari.
Suharto cadde dopo aver
aumentato i prezzi del petrolio. Anche il potere di Yudhoyono è in pericolo?
No. Oggi il contesto è molto diverso. Yudhoyono può trovare
ostacoli in altri ambienti, come per esempio quello militare. Il presidente sta
cercando di modernizzare il Paese e renderlo più democratico. Come? Contenendo
il terrorismo - a riguardo gode anche della solidarietà
degli islamici più ortodossi – e mettendo sotto tutela i militari. Lui non è di
certo il portavoce delle esigenze dell’esercito che vogliono conservare le
prerogative di potere che avevano ai tempi di Suharto. La questione dell’Aceh,
per esempio, non riguarda solo il governo e i ribelli secessionisti, ma è
condizionata dalla forza politica che esercitano ancora le forze armate.
Come si spiega allora
il disimpegno in Aceh annunciato a fine agosto?
E’ la dimostrazione della maggiore capacità del governo
civile di controllare le forze armate che sono sempre state favorevoli alla
guerra contro i separatisti. Dopo il ’99, anno della fine della dittatura di
Suharto, i militari hanno dovuto accettare la riforma delle forze armate, ma
hanno comunque mantenuto un potere locale in alcune aree di crisi come Aceh e
Timor Est. Con Yudhoyono questa influenza politica dell’esercito dovrebbe
venire meno. Dopo le elezioni del 2004 che lo hanno proclamato vincitore sulla
Sukarnoputri, l’Indonesia è un altro Paese.
Lo tsunami ha
condizionato le relazioni tra governo e separatisti?
Certamente. Il maremoto in Aceh ha indebolito i ribelli e
condizionato i negoziati. Nell’accordo firmato ad agosto il movimento
guerrigliero del Gam rinuncia all’autonomia in cambio del riconoscimento come
partito politico e di ingenti risorse per la ricostruzione. In questa
transazione è stato importante il ruolo dell’Asean e dell’Unione Europea che
sono riuscite a ottenere il disarmo della guerriglia e il ritiro di almeno la
metà delle truppe indonesiane. Per vedere se questo ennesimo accordo reggerà,
bisogna però attendere la fine dell’anno.