08/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli attentati di Bali e la politica indonesiana spiegati da Francesco Montessoro
Luogo dell'attentato, Bali
Per comprendere i fatti di Bali bisogna conoscere a fondo la realtà indonesiana: le origini della Jemaah Islamiah (JI) all’interno degli stessi servizi segreti indonesiani, le questioni irrisolte con il vicino australiano, la forza in discesa dei militari che hanno controllato il Paese fino al 1999 quando è caduto il dittatore Suharto.

“Oggi con il presidente Yudhoyono, l’Indonesia è un altro Paese”, spiega l’esperto di Sud Est Asiatico Francesco Montessoro. “Nonostante i recenti attentati a Bali – che hanno causato 22 morti compresi i tre kamikaze – l’effervescenza dei gruppi terroristici è diminuita. Il presidente vuole un Paese più democratico, dove i militari non godano più delle prerogative dell’epoca dittatoriale”. Un equilibrio difficile da mantenere, come la pace nella provincia settentrionale dell’Aceh sconvolta dallo tsunami e da oltre trent’anni di guerra.
Ce lo spiega il professor Montessoro.
 
Il terrorismo è tornato a colpire Bali e l’intelligence indonesiana accusa ancora una volta la Jemaah Islamiah. Oggi è più chiaro il ruolo di questa fantomatica organizzazione?
No. Nessuno sa cosa sia realmente la Jemaah Islamiah. Si suppone solo che sia stata fondata negli anni Settanta ai margini di attività di “provocazione” del regime di Suharto.
 
Cosa si intende per “provocazione”?
In Indonesia agli inizi degli anni Settanta, quando si struttura il regime di Suharto, vi è un problema islamico. Ovvero il regime autoritario per accrescere il controllo dei militari sulla vita politica e sociale deve accertarsi che gli islamici radicali siano neutralizzati. Così le prime organizzazioni jihadiste, tendenti alla ribellione armata, vengono create e infiltrate dai servizi di sicurezza per “provocare”, cioè far venire allo scoperto coloro che erano ancora sensibili al discorso del Darum Islam, il movimento che dagli anni Quaranta ai Sessanta ha combattuto per creare una repubblica islamica in Indonesia.
 
Così è venuto allo scoperto anche il presunto capo della JI, Abu Bakar Ba’asyir?
Sì. Ba’asyir è stato individuato molti anni fa e più volte arrestato. Negli anni Ottanta è stato espulso e recentemente è stato imprigionato in relazione agli attentati di Bali del 2002.
 
L’Indonesia è il Paese musulmano più popoloso, ma quanto sono forti le componenti radicali?
In Indonesia i musulmani sono l’80 percento della popolazione, ma hanno articolazioni organizzative e dottrinarie diverse. Una gran parte sono musulmani solo di nome, mentre altre componenti più rigorose sono comunque fedeli ai principi dello Stato unitario e laico. Altre frange estremiste minoritarie sono state sconfitte ripetutamente: nel 1945 con la proclamazione dell’indipendenza e la nascita della carta costituzionale e in seguito, negli anni Sessanta, quando l’esercito sconfisse il Darul Islam (dall’arabo Dar al Islam che significa “regno dell’Islam”).
 
Festa del bene e del male, Bali
 La Jemaah Islamiah, però, è sopravvissuta…
Sì, ma non nella misura di cui si parla. La JI è una definizione generica che non si riferisce a un’organizzazione vera e propria, ma a tendenze che possono forse avere relazioni internazionali. Per esempio, con i movimenti secessionisti islamici delle Filippine meridionali.
 
I legami con Al Qaeda sono dubbi?
Ci possono essere legami strumentali tra organizzazioni straniere e la JI, quest’ultima, tuttavia, è legata soprattutto al contesto indonesiano. Dopo gli attentati di Bali del 2002, quando era ancora presidente la Sukarnoputri, ci furono pressioni internazionali verso la repressione di un terrorismo islamico di cui però in Indonesia si dubitava. Con Yudhoyono lo scenario è cambiato completamente, perché il nuovo presidente si è mostrato convinto assertore della necessità di sconfiggere il terrorismo jihadista nel suo Paese. Ciò che è accaduto a Bali è grave, ma non significa che la minaccia terroristica sia più pericolosa che in un recente passato. Dopo il 2002, al contrario, il governo indonesiano ha ottenuto diversi successi nella lotta ai terroristi.  Oltre duecento di questi sono stati arrestati e i responsabili degli ultimi attacchi a Bali sono solo le forze residue di questa organizzazione.
 
Nonostante ciò a Giacarta è stata dichiarata la massima allerta…
Il pericolo terrorismo esiste, ma si tratta di un fenomeno diverso da quello che si paventava all’inizio degli anni Duemila. Nel 2002, per le implicazioni internazionali, cioè la guerra in Afghanistan e la situazione in Iraq, si è identificata anche in Asia sud-orientale una rete di Al-Qaeda. In realtà i legami dei fenomeni indonesiani con il terrorismo jihadista internazionale sono solo supposti ed esagerati. Negli ultimi tre anni in Indonesia non è aumentato il numero dei sostenitori della jihad, anzi l’effervescenza dei gruppi fondamentalisti si è ridotta.
 
Quali sono le cause del terrorismo in Indonesia?
Bali è stata presa di mira perché è un’isola indù e un resort del turismo anglosassone - in particolare australiano - dove sono permessi la promiscuità e la presenza di locali che offendono la morale islamica.         
 
Il recente aumento dei prezzi del carburante e del cherosene deciso dal governo ha accresciuto le tensioni?
Questo fenomeno non ha relazioni con il terrorismo. Yudhoyono fa ciò che nessun presidente indonesiano ha fatto prima: ha seguito i consigli del Fondo monetario internazionale togliendo le sovvenzioni sul prezzo del carburante. In Indonesia da venerdì scorso si paga la benzina senza l’aiuto dello Stato e ciò ha creato dissapore, ma non di certo una reazione terroristica. Sidney Jones, studioso della politica indonesiana, ha ipotizzato che il presidente trarrà vantaggio dall’attentato di Bali perché quest’ultimo ha distolto l’attenzione dai provvedimenti impopolari.
 
udhoyono
Suharto cadde dopo aver aumentato i prezzi del petrolio. Anche il potere di Yudhoyono è in pericolo?
No. Oggi il contesto è molto diverso. Yudhoyono può trovare ostacoli in altri ambienti, come per esempio quello militare. Il presidente sta cercando di modernizzare il Paese e renderlo più democratico. Come? Contenendo il  terrorismo  - a riguardo gode anche della solidarietà degli islamici più ortodossi – e mettendo sotto tutela i militari. Lui non è di certo il portavoce delle esigenze dell’esercito che vogliono conservare le prerogative di potere che avevano ai tempi di Suharto. La questione dell’Aceh, per esempio, non riguarda solo il governo e i ribelli secessionisti, ma è condizionata dalla forza politica che esercitano ancora le forze armate.
 
Come si spiega allora il disimpegno in Aceh annunciato a fine agosto?
E’ la dimostrazione della maggiore capacità del governo civile di controllare le forze armate che sono sempre state favorevoli alla guerra contro i separatisti. Dopo il ’99, anno della fine della dittatura di Suharto, i militari hanno dovuto accettare la riforma delle forze armate, ma hanno comunque mantenuto un potere locale in alcune aree di crisi come Aceh e Timor Est. Con Yudhoyono questa influenza politica dell’esercito dovrebbe venire meno. Dopo le elezioni del 2004 che lo hanno proclamato vincitore sulla Sukarnoputri, l’Indonesia è un altro Paese.
 
Lo tsunami ha condizionato le relazioni tra governo e separatisti?
Certamente. Il maremoto in Aceh ha indebolito i ribelli e condizionato i negoziati. Nell’accordo firmato ad agosto il movimento guerrigliero del Gam rinuncia all’autonomia in cambio del riconoscimento come partito politico e di ingenti risorse per la ricostruzione. In questa transazione è stato importante il ruolo dell’Asean e dell’Unione Europea che sono riuscite a ottenere il disarmo della guerriglia e il ritiro di almeno la metà delle truppe indonesiane. Per vedere se questo ennesimo accordo reggerà, bisogna però attendere la fine dell’anno.
 
 

Francesca Lancini

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