06/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Corte Suprema Israeliana vieta l'uso di palestinesi come riparo per i militari
La Corte Suprema israeliana, massimo organo giuridico dello stato ebraico, ha definito illegale e contraria al diritto internazionale, in una sentenza emessa oggi, l'uso da parte delle forze armate israeliane di civili palestinesi come ''scudi umani'' nelle operazioni compiute per compiere arresti.
“Non si può sfruttare la popolazione civile per le necessità militari dell'esercito, e non si può costringerla a collaborare con i militari”, ha dichiarato Aharon Barak, uno dei giudici della Corte Suprema commentando con i giornalisti la sentenza.
 
arresto di massa di palestinesiUn vicino invadente. La Corte si è espressa in merito alle petizioni presentate dall'Associazione per i Diritti Civili in Israele e dall'organizzazione non governativa di arabi canadesi Adala. Marwan Dallal, l'avvocato di quest'ultima ong, ha commentato che la sentenza è “molto importante, ma adesso si tratterà di verificare che venga anche rispettata sul terreno”. Una delle caratteristiche del conflitto israelo-palestinese è che le due parti non chiamano mai qualcosa con lo stesso nome. Accade con la toponomastica, dove esiste Hebron per gli israeliani ed el-Khalil per i palestinesi (anche se sono la stessa città), accade con il muro, che per gli israeliani è la 'barriera di sicurezza' e per i palestinesi è 'il muro dell'apartheid'. Accade anche per la tecnica condannata oggi dalla Corte Suprema. Per i vertici militari d'Israele si tratta della “procedura del vicino di casa”. La polizia militare, individuata la casa del ricercato palestinese, la circonda e obbliga i vicini del sospetto a suonare il campanello per inoltrare messaggi o avviare possibili trattative. Secondo Adala però,  questo schema trasforma di fatto i civili palestinesi in “scudi umani” per i soldati israeliani e in bersagli di eventuali sparatorie. E comunque espone la famiglia che si rifiuta di collaborare a ritorsioni da parte dei soldati, come l'ong è riuscita a dimostrare davanti alla Corte.
 
un palestinese utilizzato come scudo da un'unità militare israelianaPrigionieri in casa. L'ultimo episodio è del 4 settembre scorso: a Hebron i militari dell'esercito d'Israele sono penetrati, alle quattro di mattina,  nella casa di un palestinese. I soldati israeliani, per tutto il tempo che è servito a perquisire la palazzina di quattro piani, hanno usato tre dei figli del capo famiglia, uno dei quali di appena 13 anni, come scudi. Gli altri membri della famiglia sono stati allontanati dai soldati dall'appartamento mentre i ragazzi coprivano con i loro corpi i militari che, per alcune ore, hanno sfruttato la casa come punto di osservazione. Ma questo non è il caso più grave. Il 14 agosto del 2002, nel villaggio di Tubas, i militari d'Israele bussano all'alba alla porta della casa dei vicini di Nasser Jarrar, un palestinese ritenuto elemento di spicco del movimento islamico di Hamas. I militari prelevano Nidal Muhsin, uno dei figli dei vicini di Jerrar di soli 19 anni e lo costringono a bussare alla porta del vicino. Jerrar, quando si rende conto che i militari vogliono arrestarlo, comincia a sparare. Nidal viene colpito e perde la vita. Proprio per il clamore suscitato da questa vicenda, la tecnica del 'vicino di casa' era stata temporaneamente vietata dalla Corte con una sentenza del 2002, ma era stata applicata innumerevoli volte per tutta la durata della Seconda Intifada. Con la  pronuncia di ieri, la Corte pare mettere fine all'illecito, anche se Effie Eitam, deputato israeliano del Partito Nazionale Religioso, ha commentato la sentenza accusando i giudici di “esporre i soldati israeliani a rischi sempre maggiori non autorizzandoli a difendersi con tutti i mezzi”. Per Eitam si trattava di una tecnica di autodifesa. In Israele e Palestina le cose non hanno mai lo stesso nome. 

Christian Elia

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