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Un vicino invadente. La Corte si è espressa in merito alle petizioni presentate dall'Associazione
per i Diritti Civili in Israele e dall'organizzazione non governativa di arabi
canadesi Adala. Marwan Dallal, l'avvocato di quest'ultima ong, ha commentato che la sentenza
è “molto importante, ma adesso si tratterà di verificare che venga anche rispettata
sul terreno”. Una delle caratteristiche del conflitto israelo-palestinese è che
le due parti non chiamano mai qualcosa con lo stesso nome. Accade con la toponomastica,
dove esiste Hebron per gli israeliani ed el-Khalil per i palestinesi (anche se
sono la stessa città), accade con il muro, che per gli israeliani è la 'barriera
di sicurezza' e per i palestinesi è 'il muro dell'apartheid'. Accade anche per
la tecnica condannata oggi dalla Corte Suprema. Per i vertici militari d'Israele
si tratta della “procedura del vicino di casa”. La polizia militare, individuata
la casa del ricercato palestinese, la circonda e obbliga i vicini del sospetto
a suonare il campanello per inoltrare messaggi o avviare possibili trattative.
Secondo Adala però, questo schema trasforma di fatto i civili palestinesi in “scudi umani”
per i soldati israeliani e in bersagli di eventuali sparatorie. E comunque espone
la famiglia che si rifiuta di collaborare a ritorsioni da parte dei soldati, come
l'ong è riuscita a dimostrare davanti alla Corte.
Prigionieri in casa. L'ultimo episodio è del 4 settembre scorso: a Hebron i militari dell'esercito
d'Israele sono penetrati, alle quattro di mattina, nella casa di un palestinese.
I soldati israeliani, per tutto il tempo che è servito a perquisire la palazzina
di quattro piani, hanno usato tre dei figli del capo famiglia, uno dei quali di
appena 13 anni, come scudi. Gli altri membri della famiglia sono stati allontanati
dai soldati dall'appartamento mentre i ragazzi coprivano con i loro corpi i militari
che, per alcune ore, hanno sfruttato la casa come punto di osservazione. Ma questo
non è il caso più grave. Il 14 agosto del 2002, nel villaggio di Tubas, i militari
d'Israele bussano all'alba alla porta della casa dei vicini di Nasser Jarrar,
un palestinese ritenuto elemento di spicco del movimento islamico di Hamas. I
militari prelevano Nidal Muhsin, uno dei figli dei vicini di Jerrar di soli 19
anni e lo costringono a bussare alla porta del vicino. Jerrar, quando si rende
conto che i militari vogliono arrestarlo, comincia a sparare. Nidal viene colpito
e perde la vita. Proprio per il clamore suscitato da questa vicenda, la tecnica
del 'vicino di casa' era stata temporaneamente vietata dalla Corte con una sentenza
del 2002, ma era stata applicata innumerevoli volte per tutta la durata della
Seconda Intifada. Con la pronuncia di ieri, la Corte pare mettere fine all'illecito,
anche se Effie Eitam, deputato israeliano del Partito Nazionale Religioso, ha
commentato la sentenza accusando i giudici di “esporre i soldati israeliani a
rischi sempre maggiori non autorizzandoli a difendersi con tutti i mezzi”. Per
Eitam si trattava di una tecnica di autodifesa. In Israele e Palestina le cose
non hanno mai lo stesso nome. Christian Elia