Petrolio e catastrofi naturali, che lasciano sul campo morte e distruzione. Sembra
che ogni argomento sia buono per riaccendere il fuoco delle polemiche e innescare
una nuova miccia che faccia esplodere la bomba del momento. I protagonisti sono
ben conosciuti; George Bush, travolto ‘dall’ondata’ di polemiche del dopo-Katrina
e Hugo Chavez che, forse cogliendo la palla al balzo, ha offerto aiuti energetici.
Il problema. Durante il suo cammino l’uragano Katrina ha attraversato e in gran parte distrutto
tutti gli impianti petroliferi della Louisiana danneggiando anche quelli che si
trovano nel vicino Golfo del Messico, mettendo così in grave crisi le riserve
di greggio Usa.
Bush si è trovato a dover dichiarare una sorta d’emergenza. Ma, come se non bastasse
il dazio pagato in termini di morti e danni materiali, ‘mamma natura’ ha voluto
scagliare contro la già provata Louisiana tutta la sua cruda e beffarda ferocia
dando poco dopo all’uragano Rita l’ingrato compito di complicare ancora di più
una situazione già molto intricata.
Petrolio si, petrolio no. Bush, colpito ai fianchi dalla natura e dalla pressante opinione pubblica statunitense,
ha visto inserirsi nello scontro il presidente venezuelano Chavez che, data la
gravità degli eventi, si è offerto di fornire agli Usa una notevole quantità di
scorte di petrolio.
Solo dopo il passaggio del secondo uragano l'amministrazione Usa ha accettato
il greggio del paese sud americano.
La conferma che la porta del dialogo si è aperta arriva da Alejandro Granado,
uno dei massimi dirigenti della Pdvsa, l’agenzia statale venezuelana che controlla
i pozzi di greggio, la quale ha fatto sapere che un primo carico di barili del
prezioso liquido nero è arrivato negli Usa, e un secondo è in partenza.
Litigi e riappacificazioni, sgarbi e cortesie, il rapporto tra i due stati è
un continuo tira e molla. Agli Usa servono il petrolio e il gas naturale del Venezuela,
a Chavez serve che Bush non ostacoli troppo le decisioni di politica interna e
che non accadano altri fatti spiacevoli come il presunto Piano Balboa.
L’uscita, non tanto nuova, di Chavez. Nel calderone adesso Chavez ha gettato anche la sua voglia di nucleare, ma
con “fini pacifici”. Lo ha fatto sapere lui stesso durante un discorso televisivo
nel quale ha anche spiegato che la decisione di avviare in futuro un programma
nucleare serve “a diversificare le fonti energetiche”.
Ma l’amore di Chavez per il nucleare ha origini lontane. Alcuni mesi fa l’orgoglioso
presidente venezuelano aveva fatto sapere di essere favorevole a questa forma
di energia e che diversi paesi del Sud America erano disposti a seguire il suo
esempio studiando un programma che li unisse ancora di più. “Dobbiamo cominciare
a lavorare in questo settore, nel nucleare", aveva detto. "Potremmo, con il Brasile
con l'Argentina e altre nazioni, iniziare le ricerche nel settore e chiedere aiuto
a paesi come l'Iran”.
Il Paese mediorientale fu appoggiato da Chavez, che si mise contro Europa e Stati
Uniti, quando decise di iniziare il suo programma nucleare. “Sono sicuro che il
governo iraniano non sta costruendo alcuna bomba atomica”, aveva detto il presidente
Chavez rispondendo alle accuse dei funzionari Usa che sostenevano l’esistenza
di piani iraniani per la costruzione della bomba atomica.
L'asse trasversale, che attraversa le preoccupazioni degli Usa, passa dall'Iran
alla Nord Corea, arriva in Sud America e fino in Venezuela. Che l'asse del male
continui imperterrita ad accapparrarsi iscritti?