05/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L’est del Congo è diventato il crocevia dei maggiori gruppi ribelli nei Grandi Laghi
Dalla padella nella brace. La recente “invasione” del Congo da parte di 350 ribelli ugandesi del Lra (Lord’s Resistance Army) ha complicato un quadro reso già drammatico dall’ultimatum lanciato dalle autorità congolesi ai ribelli Hutu delle Fdlr (Forces Democratiques de Liberation du Rwanda) e scaduto lo scorso 30 settembre. Il fragile processo di pace è di nuovo a rischio.
 
Campo di raccolta per ex-guerriglieriE adesso? Il primo e più pressante problema continua a essere il disarmo degli Hutu, che le autorità congolesi stanno provando a rispedire in Ruanda ormai da due anni. Il colonnello dell’esercito Mukulu, contattato telefonicamente da PeaceReporter, non ha dubbi sulle responsabilità del fallimento: “Sono due anni che proviamo a raggruppare gli uomini delle Fdlr, e in due occasioni (nel 2003 e 2004) ci siamo anche riusciti. Ma la Monuc (la missione Onu in Congo) non ci ha mai fornito assistenza, addirittura sono arrivati a dirci che non hanno i soldi necessari per pagare la benzina e trasportare i ribelli dal Kivu al confine con il Ruanda. Ma allora cosa sono venuti a fare?”. I rapporti tra i caschi blu e la popolazione congolese non sono mai stati facili, ma ultimamente stanno raggiungendo il livello di guardia. “Siamo stanchi dell’incapacità della Monuc – continua il colonnello – Se anche stavolta i colloqui falliranno chiederemo aiuto all’Unione Europea, non abbiamo più fiducia nell’Onu.”
 
Caschi blu della MonucMonuc. La Monuc non accetta le critiche e sostiene di aver sempre rispettato gli impegni presi. Il portavoce della missione, l’indiano Kemal Saiki, non ha dubbi: “Dopo che lo scorso marzo le Fdlr hanno rinunciato ufficialmente alla lotta armata abbiamo organizzato sei campi di raccolta, tre nel nord e tre nel sud del Kivu. Nei campi i guerriglieri godono della protezione dei caschi blu e verrebbe loro garantito il trasporto fino al confine ruandese. Capisco che i ribelli non hanno ancora ricevuto le garanzie per il rimpatrio richieste dalle autorità ruandesi, ma in un modo o nell’altro dovranno lasciare il paese.” Un punto su cui tutti sembrano essere d’accordo, ma come tradurlo nella realtà?
 
Reciproche colpe. PeaceReporter ha contattato una fonte missionaria in Kivu, che ha fatto il punto della situazione: “L’esercito congolese sta tentando in tutti i modi di far rimpatriare i ribelli. Si sono tenuti degli incontri informali tra rappresentanti delle Forze Armate e dei ribelli, ma non si è raggiunto un accordo. I ribelli hanno anche rifiutato la proposta di disarmare simbolicamente una cinquantina di uomini, tanto per dare un segnale positivo alle autorità. A questo punto però saranno loro a dover fare il primo passo.” Ma la situazione non è semplice: i leader del gruppo temono di essere giudicati per i presunti crimini commessi durante il genocidio del 1994, e per questo non vogliono tornare in Ruanda. Bloccando però con la loro decisione la maggior parte della truppa, che sarebbe favorevole al rimpatrio, e mettendo a dura prova la pazienza delle Forze Armate. La fonte missionaria ha riferito anche voci (non confermate) secondo cui ufficiali dell’esercito avrebbero offerto ai ribelli di trasportarli al confine con il Ruanda anche armati, pur di farli espatriare.
 
Ribelli LraRibelli ugandesi. A complicare ancora di più la situazione nell’est del paese hanno contribuito gli uomini del Lra, 350 dei quali sono sconfinati in Congo la scorsa settimana. La autorità di Kinshasa hanno lanciato un ultimatum ai ribelli chiedendo loro di abbandonare il paese, ma difficilmente faranno seguire l’azione alle parole. Le recenti dichiarazioni del presidente ugandese Museveni avevano fatto temere il peggio, ma il portavoce dell’esercito ugandese Shaban Bantariza contattato da PeaceReporter ha gettato acqua sul fuoco: “Non abbiamo alcuna intenzione di invadere il Congo. Abbiamo solo offerto assistenza ai nostri vicini nel caso non riescano a venire a capo della situazione e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non intervenga, tutto qui.” Gli attacchi contro i civili in cui gli uomini del Lra sono specializzati non lasciano comunque presagire nulla di buono. I prossimi giorni saranno fondamentali per il futuro del processo di pace, messo in forse per l’ennesima volta. 

Matteo Fagotto

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