05/10/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I detenuti di Guantanamo in sciopero della fame da due mesi. E tenuti vivi a forza
Un detenuto di Guantanamo viene portato all'interrogatorioDetenuti da ormai quattro anni senza essere mai stati accusati di qualche reato, in molti casi costretti all’isolamento, vittime di presunti atti di tortura, i prigionieri del campo di Guantanamo sono in sciopero della fame da quasi due mesi. E alcuni sarebbero in condizioni critiche. L’allarme è stato lanciato da varie organizzazioni per i diritti umani, insieme agli avvocati dei detenuti. Secondo le accuse, starebbero digiunando circa 210 prigionieri sugli oltre 500 ancora presenti a Camp Delta, e 21 di essi sarebbero ricoverati nell’ospedale del campo e nutriti attraverso tubi nasali contro la loro volontà. Il Pentagono sostiene però che la protesta coinvolge solo 36 persone. Ed è un muro contro muro anche sui nomi: l’esercito Usa si rifiuta di usare l’espressione “sciopero della fame”, preferendo “digiuno volontario”.
 
La protesta. Lo sciopero, non il primo dall’inizio della prigionia ma sicuramente il più lungo, era iniziato il 28 giugno e fu sospeso un mese dopo, quando l’esercito promise alcune concessioni ai detenuti. Che però, evidentemente insoddisfatti, l’11 agosto hanno ripreso la protesta, tuttora in corso. Secondo gli avvocati rappresentanti dei detenuti, alcuni prigionieri sono collassati nelle loro celle vomitando sangue. Uno dei detenuti, ha riferito il suo legale, è “pallido, disorientato, parla con un filo di voce e ha perso molti chili di peso”. Un altro “non riusciva a mantenersi in equilibrio da solo. E’ pelle e ossa e sembra una vittima di una carestia”. La protesta, sostengono i reclusi di Guantanamo, è stata indetta contro le ingiuste condizioni di prigionia e per ribellarsi al vuoto giuridico in cui sono rinchiusi. “Chiediamo solo giustizia: trattateci, come ci avete promesso, nel rispetto delle Convenzioni di Ginevra. Processateci con una valida accusa, o liberateci”, ha detto uno di loro al Center for Constitutional Rights, che rappresenta vari detenuti. “Sto lentamente morendo in questa cella solitaria. Non ho diritti, né speranza. Allora perché non posso prendere in mano il mio destino, e morire per un principio?”, si è chiesto Omar Deghayes, uno dei detenuti britannici.
 
Una protesta di Amnesty International a LondraLe reazioni. Le condizioni dei prigionieri e la massiccia adesione allo sciopero hanno spinto Amnesty International a pubblicare un rapporto di accusa contro il Pentagono. “L’esercito Usa ha costantemente sminuito lo sciopero della fame in modo da evitare le critiche internazionali – si legge nel documento –. Prima ha negato l’esistenza dello sciopero. Ora cerca di sottostimare il numero di detenuti coinvolti e la gravità delle condizioni di salute di molti”. Un generale ha ribattuto sostenendo che lo sciopero, anzi il “digiuno volontario”, esiste solo per attirare l’attenzione dei media e “fa parte dell’addestramento di Al Qaida”. Secondo il Pentagono, ai detenuti viene dato da bere e da mangiare nel rispetto delle loro credenze religiose, vengono forniti vestiti e cure sanitarie, ed è permesso spedire e ricevere posta.
 
L'ingresso a Camp DeltaLe contromosse di Washington. L’esercito Usa sa benissimo che un’eventuale morte per inedia di un detenuto punterebbe di nuovo i riflettori sul campo di prigionia, e si comporta di conseguenza. “Non li lasceremo digiunare fino al punto di farsi male”, ha ammesso un portavoce dell’esercito al New York Times. In sostanza vuol dire che i prigionieri vengono costretti a nutrirsi, il che attira di per sé nuove critiche sui militari. Finora accusati di violare le convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, adesso viene loro rimproverato di violare i diritti dei detenuti mantenendoli in vita. Anche per questo, invece di “nutrimento forzato”, ora il Pentagono usa l’espressione “nutrimento assistito”. Un trattamento che ha tutta l’aria di essere coercitivo in ogni caso, dato che ai detenuti in condizioni più gravi viene dato del cibo attraverso tubi nasali, e che evidentemente ciò può essere fatto solo immobilizzando il paziente sul letto.
 
James YeeLe accuse di chi ci è stato. E di Guantanamo parla, male, anche James Yee, l’ex “cappellano” islamico del campo autore di un nuovo libro (“Per Dio e la Patria: fede e patriottismo sotto attacco”) uscito in questi giorni in America. Yee, che l’anno scorso fu allontanato dal campo prima con l’accusa di spionaggio poi con il pretesto della presenza di immagini pornografiche sul suo computer (accuse rivelatesi poi senza fondamento), sostiene che a Camp Delta le autorità militari avevano creato un’atmosfera di impunità, nella quale i soldati si sentivano liberi di abusare dei prigionieri. In particolare se la prende col generale Geoffrey Miller, l’ex comandante del campo poi finito nell’occhio del ciclone per i maltrattamenti nel carcere iracheno di Abu Ghraib, accusandolo di aver incoraggiato le guardie a usare qualunque metodo con i detenuti, facendo capire – con frasi come “Qui siamo in guerra” e “Ricordatevi dell’11 settembre: dovete fargliela pagare” – che le regole a garanzia dei prigionieri potevano essere infrante.

Alessandro Ursic

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