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Detenuti da ormai quattro anni senza essere mai stati accusati di qualche reato,
in molti casi costretti all’isolamento, vittime di presunti atti di tortura, i
prigionieri del campo di Guantanamo sono in sciopero della fame da quasi due mesi.
E alcuni sarebbero in condizioni critiche. L’allarme è stato lanciato da varie
organizzazioni per i diritti umani, insieme agli avvocati dei detenuti. Secondo
le accuse, starebbero digiunando circa 210 prigionieri sugli oltre 500 ancora
presenti
a Camp Delta, e 21 di essi sarebbero ricoverati nell’ospedale del campo e nutriti
attraverso tubi nasali contro la loro volontà. Il Pentagono sostiene però che
la protesta coinvolge solo 36 persone. Ed è un muro contro muro anche sui nomi:
l’esercito Usa si rifiuta di usare l’espressione “sciopero della fame”, preferendo
“digiuno volontario”.
La protesta. Lo sciopero, non il primo dall’inizio della prigionia ma sicuramente il più
lungo, era iniziato il 28 giugno e fu sospeso un mese dopo, quando l’esercito
promise alcune concessioni ai detenuti. Che però, evidentemente insoddisfatti,
l’11 agosto hanno ripreso la protesta, tuttora in corso. Secondo gli avvocati
rappresentanti dei detenuti, alcuni prigionieri sono collassati nelle loro celle
vomitando sangue. Uno dei detenuti, ha riferito il suo legale, è “pallido, disorientato,
parla con un filo di voce e ha perso molti chili di peso”. Un altro “non riusciva
a mantenersi in equilibrio da solo. E’ pelle e ossa e sembra una vittima di una
carestia”. La protesta, sostengono i reclusi di Guantanamo, è stata indetta contro
le ingiuste condizioni di prigionia e per ribellarsi al vuoto giuridico in cui
sono rinchiusi. “Chiediamo solo giustizia: trattateci, come ci avete promesso,
nel rispetto delle Convenzioni di Ginevra. Processateci con una valida accusa,
o liberateci”, ha detto uno di loro al Center for Constitutional Rights, che rappresenta
vari detenuti. “Sto lentamente morendo in questa cella solitaria. Non ho diritti,
né speranza. Allora perché non posso prendere in mano il mio destino, e morire
per un principio?”, si è chiesto Omar Deghayes, uno dei detenuti britannici.
Le reazioni. Le condizioni dei prigionieri e la massiccia adesione allo sciopero hanno spinto
Amnesty International a pubblicare un rapporto di accusa contro il Pentagono.
“L’esercito Usa ha costantemente sminuito lo sciopero della fame in modo da evitare
le critiche internazionali – si legge nel documento –. Prima ha negato l’esistenza
dello sciopero. Ora cerca di sottostimare il numero di detenuti coinvolti e la
gravità delle condizioni di salute di molti”. Un generale ha ribattuto sostenendo
che lo sciopero, anzi il “digiuno volontario”, esiste solo per attirare l’attenzione
dei media e “fa parte dell’addestramento di Al Qaida”. Secondo il Pentagono, ai
detenuti viene dato da bere e da mangiare nel rispetto delle loro credenze religiose,
vengono forniti vestiti e cure sanitarie, ed è permesso spedire e ricevere posta.
Le contromosse di Washington. L’esercito Usa sa benissimo che un’eventuale morte per inedia di un detenuto
punterebbe di nuovo i riflettori sul campo di prigionia, e si comporta di conseguenza.
“Non li lasceremo digiunare fino al punto di farsi male”, ha ammesso un portavoce
dell’esercito al New York Times. In sostanza vuol dire che i prigionieri vengono costretti a nutrirsi, il che
attira di per sé nuove critiche sui militari. Finora accusati di violare le convenzioni
internazionali sui prigionieri di guerra, adesso viene loro rimproverato di violare
i diritti dei detenuti mantenendoli in vita. Anche per questo, invece di “nutrimento
forzato”, ora il Pentagono usa l’espressione “nutrimento assistito”. Un trattamento
che ha tutta l’aria di essere coercitivo in ogni caso, dato che ai detenuti in
condizioni più gravi viene dato del cibo attraverso tubi nasali, e che evidentemente
ciò può essere fatto solo immobilizzando il paziente sul letto.
Le accuse di chi ci è stato. E di Guantanamo parla, male, anche James Yee, l’ex “cappellano” islamico del
campo autore di un nuovo libro (“Per Dio e la Patria: fede e patriottismo sotto
attacco”) uscito in questi giorni in America. Yee, che l’anno scorso fu allontanato
dal campo prima con l’accusa di spionaggio poi con il pretesto della presenza
di immagini pornografiche sul suo computer (accuse rivelatesi poi senza fondamento),
sostiene che a Camp Delta le autorità militari avevano creato un’atmosfera di
impunità, nella quale i soldati si sentivano liberi di abusare dei prigionieri.
In particolare se la prende col generale Geoffrey Miller, l’ex comandante del
campo poi finito nell’occhio del ciclone per i maltrattamenti nel carcere iracheno
di Abu Ghraib, accusandolo di aver incoraggiato le guardie a usare qualunque metodo
con i detenuti, facendo capire – con frasi come “Qui siamo in guerra” e “Ricordatevi
dell’11 settembre: dovete fargliela pagare” – che le regole a garanzia dei prigionieri
potevano essere infrante.Alessandro Ursic