Una tradizione tramandata da generazioni. Dall'Africa ad Haiti, sulla rotta degli schiavi.
Dal nostro inviato ad Haiti
“Io ci credo e lo pratico e come me molte persone lo fanno qui a Haiti”. Rosine,

una donna di circa 40 anni, partecipa da sempre ai riti vudu.
La trovo, molto presto al mattino, che aspetta gli altri fedeli ai bordi di una
casetta costruita in lamiera con davanti un grande spiazzo sterrato, per iniziare
la preghiera.
Mi guarda stupita del fatto che io non sia stato accompagnato da nessuno. Infatti
per partecipare a certi riti bisognerebbe essere accompagnati o quantomeno invitati.
Dopo pochi minuti di attesa, quando il sole inizia ad alzarsi in cielo, da un
sentiero ripidissimo e piuttosto fangoso, arrivano una ventina di persone. Quasi
tutte donne. Vestite con abiti sgargianti, come se stessero per andare ad una
festa, portano con loro dei doni. “Vedi quello che hanno nei sacchetti sono i
doni per i nostri dei. Soprattutto qui nella zona di Port au Prince esiste questa
usanza. Il Vudu è una miscela di religioni, di credenze e effettivamente c’è anche
una componente magica. Ma non di magia. E’ una questione assolutamente spirituale.
Chi pensa che siamo degli stregoni è solo uno stupido” ci tiene e sottolineare.
Dopo avermi chiesto abbastanza gentilmente di allontanarmi, inizia il rito insieme
agli altri seguaci. Cantano canzoni in creolo e in un dialetto incomprensibile.
Nella maggioranza dei casi gli houngan (i preti vudu) sono contenti se delle guide
portano i turisti a vedere i riti. Così facendo sperano che una volta tornati
nei loro paesi diffondano il fatto che il vudu è una tradizione positiva.
Il Vudu è uno dei culti maggiormente screditati al mondo. La stragrande maggioranza
delle persone crede che il Vudu sia una sorta di grande contenitore di superstizione,
magia, incantesimo, che gioca molto sulla fantasia e sull’ignoranza delle persone.
Ma sbaglia alla grande. Il Vudu è una religione ricchissima di tradizione e soprattutto
molto antica.
“Vedi come siamo fatti? Siamo tutti africani. La nostra cultura proviene dall’Africa”
dice Elizabeth, una ragazza molto giovane e bella che ha avuto la possibilità
di studiare qui nella capitale Port au Prince, e che, pur non partecipando ai
riti Vudu, li conosce molto bene. “Queste sono le tradizioni che ci tramandiamo
da generazioni. Siamo il primo esperimento al mondo di alterazione territoriale. Il nostro popolo è un misto di nazionalità. Siamo tutti figli degli schiavi
africani che vennero portati qui a lavorare per conto degli spagnoli e dei francesi.
Non ci centriamo molto con i caraibici. Infatti i Taino ( la popolazione che viveva
ad Haiti nel periodo precolombiano) assomigliavano molto ai Maya. Noi siamo fuori
luogo”.
La cultura vudu haitiana ha subito, già a partire dall’inizio del 1800 (nel periodo

della rivolta degli schiavi) una specie di demonizzazione.
Questa religione invece ha origini antichissime. Si ipotizza infatti che il vudu
nasca dalle religioni animiste africane basate sull’ adorazione degli spiriti.
Gli schiavi portati ad Haiti dagli spagnoli dalle coste africane del Benin, e
del Congo portarono con loro anche le credenze religiose.
I riti vudu praticati ancora oggi, e tollerati, solo qui ad Haiti anche dalla
religione cattolica (il culto ufficiale dell’isola), sono la unificazione delle
varie credenze animiste africane e costituiscono la base del patrimonio culturale
e religioso di Haiti.
Molto spesso ci si ritrova davanti a simboli vudu anche per strada.
Statuette raffiguranti gli dei, le classiche bamboline, che da noi si crede abbiano
il potere di fare male a qualcuno solo puntandogli addosso degli spilloni (mentre
non solo altro che il tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti), bottiglie
colorate e piene di lustrini che servono nei riti, e tutto quello che serve per
poter effettuare una messa vudu.
Prendere parte ad una cerimonia vudu, molto spesso, può risultare parecchio faticoso.
Bisogna tener presente che non si tratta di una rappresentazione di una commedia
popolare ma di una vera e propria religione che conta migliaia di seguaci e che
quindi deve essere trattata con rispetto. Come una qualsiasi fede al mondo.
Gli schiavi africani, che provenivano da differenti tribù, ritrovavano le loro
radici in

questa credenza. Negli anni della colonizzazione di Haiti gli schiavi, per mantenere
i loro culti, sostituirono i loro feticci sacri con le icone della cristianità.
Furbescamente per nascondere il loro culto ai colonizzatori che non vedevano
di buon occhio queste pratiche, gli haitiani, operavano un vero e proprio scambio
di icone; ad ogni santo della religione cristiana fu associato, con le debite
modifiche, uno spirito del Pantheon (il grande regno degli dei).
Ad esempio gli Iwa, che sono entità inferiori rispetto al Gran Met (il solo dio
in cui credono gli adepti vudu), sono gli spiriti che vengono invocati con canzoni
e preghiere. Di loro fanno parte il Baron, il signore dei morti, i Marasa che
rappresentano l’unione tra giorno e notte, l’Erzuile Dantor, che viene associato
a venere dea dell’amore e molti altri ancora.
E così via fino ai giorni nostri. “ E’ giusto mantenere le tradizioni” dice ancora
Elizabeth, “anche se talvolta possono sembrare cruente e pagane”.