
«Il commercio delle armi da
fuoco e delle munizioni deve essere proibito in Brasile?». È
questo il quesito a cui i brasiliani sono chiamati a rispondere il 23 ottobre
prossimo.
Il voto sarà elettronico: la risposta 1 equivarrà al “No, non sono favorevole
a proibire il
commercio”, la risposta
2 sarà invece “Sì, voglio proibirlo”. Dall’entrata in vigore della nuova Costituzione
del 1988, questo è il primo referendum indetto in Brasile.
Si tratta di
una vera e propria conquista per tutti i movimenti di base, le ong, i milioni
di cittadini che da anni
lottano per l’approvazione dello Statuto per il
disarmo e del Decreto legislativo che ha portato a indire l’atteso referendum.
Nel guinnes dei primati. Centoventi milioni di persone, esattamente 122.042.825, in 5.564 città e 368.040
sezioni elettorali,
saranno dunque chiamate a giocare un ruolo fondamentale nella gestione di
una delle più gravi piaghe del paese sudamericano: i morti ammazzati. Secondo
i
dati Onu sarebbero 38mila all’anno i morti per arma da fuoco, vale a dire uno
ogni 12 minuti, e 14.400 sono ragazzi fra 15 ai 24 anni. Le armi da fuoco sono
la prima delle cause di morte dei giovani brasiliani. Ogni giorno tre
bambini sono feriti da pallottole. Di questi due per tiri accidentali.
Il Brasile
vanta così il primo posto indiscusso nella classifica degli omicidi da arma da
fuoco, superando perfino paesi in guerra come l’Iraq, che dall’inizio della
guerra, maggio 2003, ha registrato fra le 26.302 e le 29.625 vittime civili.
Pur essendo in pace, è
l’unico paese dove si muore più per armi (30,1% delle cause non naturali) che
per
incidenti stradali (25,9%). Nonostante i brasiliani siano
il 2,8 per cento della popolazione mondiale, l’8 per cento degli omicidi
registrati nel pianeta avvengono in Brasile.
Una voce da Rio. "Inutile
dire quanto sia allarmante la situazione. Siamo in vera
emergenza. Ed è altrettanto superfluo dirvi che sono per la
proibizione e che se potessi andare a votare il mio sarebbe sicuramente
un sì", commenta Mauro Furlan, cooperante che da tempo vive a Rio,
lavorando
nelle varie favelas. "Sono consapevole che questo referendum sia un
passo importante per il Brasile, ma non
dimentichiamo che si tratta solo del primo dei tanti che servirebbero
per
potersi anche solo avvicinare ad arginarla, la violenza. Comunque sia,
proibire che in ogni
maledetto negozio di ogni più sperduto angolo del Paese si possa
comprare
fucili, pistole o addirittura bazooka è sicuramente una mossa decisiva.
Non voglio dire che tutti coloro che comprano un’arma siano dei
delinquenti, ma anche solo il possederne una
incrementa
indirettamente il mercato del crimine. Dato che potrebbe venire rubata,
perduta
o rivenduta, averla ti inserisce automaticamente in un losco giro
vizioso.
Secondo i dati della polizia federale nel 2003 sono addirittura
40mila le armi racimolate da furti e ruberie”.
Meno armi meno morti. A conferma
di quanto il numero di morti ammazzati sia direttamente proporzionale
al numero
di armi in circolazione, ci sono i dati relativi all’iniziativa
lanciata lo
scorso anno dal governo Lula per favorire, intanto, il disarmo
volontario: 400mila armi consegnate hanno determinato il 7 per cento di
feriti in meno a Sao Paulo e il 10,5 a Rio de Janeiro.
Le armi da fuoco non
hanno risparmiato nemmeno le donne: il 57,7 per cento delle morti non naturali
nella
fascia di età fra i 10 e i 19 anni sono state provocate da armi.
La percentuale scende al 54 per cento per la fascia tra i 20 e 29 anni
e riguarda il 49,9 delle donne uccise tra i 40 e i 49 anni.
Anteprima sui risultati. Da un’inchiesta pubblicata dalla Folha di Sao
Paulo -
uno dei giornali a maggior tiratura e portavoce della elite
brasiliana di destra - emerge che, secondo i dati
raccolti
in 134 municipi su un campione di 2.110 persone, l’80 percento è per
il sì, il
17 per il no, il 3 non ha risposto e il 24 percento degli intervistati non sapeva
del referendum.
Contro la vendita di
armi da fuoco sono per l’85 per cento donne e per il 75 uomini. Tra i
ragazzini fino alla terza media il 16 per cento è a favore, tra i liceali i no
raggiungono
il 17 e la
percentuale di coloro che ritengono che sia giusto trovare pistole e simili nel
negozio sotto casa sale al 22 tra gli studenti universitari.
Domande senza risposta. “Mentre vi parlo sto ascoltando la radio – riprende Furlan – che a
ogni
ora informa sul referendum e ricorda che votare è un
obbligo e un diritto civile. Ma ormai le
parole della pubblicità, come quelle dell’informazione, suonano stonate
alle mie orecchie. La falsità si è
insinuata dappertutto. Gli slogan stridono. Ho più dubbi che certezze,
più domande che risposte. Il referendum si farà, ma il clima di Rio de
Janeiro rimarrà lo stesso? Sarà sempre cupo,
intriso di violenza e ingiustizia, di illegalità? La gente, ogni santa
mattina, lotta per
sopravvivere, gioisce di quel poco che la vita ha da offrire, ringrazia
Dio
per un altro giorno di vita. La violenza a Rio sta persino aumentando.
Alcune favelas finora non
interessate dal narcotraffico, ne sono
appena state invase. Il potere parallelo aumenta e il crak, droga
terribile, è arrivato anche qui. Si percepisce che la
corruzione, l’illegalità, permeano tutti i livelli. Pensate che
alcuni giorni fa sono scomparsi due milioni di reali dalla sede della
polizia
federale e non possono neanche essere bloccati perchè la polizia non li
ha
fotocopiati registrandone i numeri delle
banconote. E questo è la normalità. Il quotidiano. Banditi come se
piovessero, ragazzini che si drogano, poliziotti corrotti. Dove sono i
confini della legalità? Dov’è il senso civico?
Tante persone che ho ascoltato qui soffrono, si sentono impotenti. Il referendum
arriverà, ma chi
arginerà il rapporto trafficanti-polizia
e il traffico illecito di armi di contrabbando che arrivano dai paesi stranieri,
alimentando questo circuito di morte?”