E’ un’infinita rete metallica che luccica al sole come un fiume d’argento, il
“cordone sanitario” che corre per i vasti territori del Botswana. Quando la s’incontra
nello sterminato orizzonte della savana sembra una barriera fragile, sottile,
pronta ad essere spazzata via dalla furia del passo d’un branco di elefanti. Ma
l’apparenza inganna: alta da qualche decina di centimetri fino ai tre metri, attraversata
per tutta la sua lunghezza da elettricità ad alta tensione, è un confine insormontabile
per chiunque tenti di oltrepassarlo: che sia una zebra, una mandria di gazzelle
o un profugo dallo Zimbawe.
La sua costruzione comincia intorno agli anni cinquanta e prosegue nella seconda
metà degli anni settanta, quando, raggiunta l’indipendenza politica dagli inglesi,
il Botswana tenta di trovare un alternativa commerciale all’estrazione di diamanti
(le miniere del paese garantiscono il 30 per cento dei diamanti in circolazione
nel mondo ed il 70 per cento delle riserve della compagnia De Beers). Così, per
assicurare agli allevatori la sicurezza delle mandrie dai predatori al pascolo
in aree selvagge, fattore fondamentale perché l’allevamento potesse diventare
una fonte commerciale rilevante per l’economia del paese, vennero eretti sempre
nuovi tratti di recinzioni. Il progressivo frazionamento dei territori del paese
e il crescere del peso politico degli allevatori, ha permesso che ad oggi siano
più di cinquecento i chilometri di rete d’acciaio elettrificata che dividono i
territori verdeggianti del Delta dell’Okawango. La sua corsa non si è fermata
davanti a nulla: la barriera attraversa numerosi parchi nazionali, molti villaggi
rurali, isola piccoli laghi e corsi d’acqua, impedendo a diverse specie protette
di compiere il loro cammino naturale seguendo i flussi migratori. I delicati ecosistemi
e la biodiversità di quest’area sono stati modificati irreparabilmente, migliaia
di animali sono morti nel vano tentativo si
saltare le recinzioni o di aggirarle, interi villaggi delle comunità San e Herero
(si parla di quasi 40.000 persone) sono stati privati delle loro fonti d’acqua
tradizionali o dei territori nei quali erano soliti cacciare o allevare il bestiame.
Nonostante le proteste di alcuni ambientalisti, il governo del Botswana non sembra
intenzionato a smantellare nessun tratto della barriera che ad oggi supera i 500
km di lunghezza. Anzi, grazie ad un finanziamento europeo per lo sviluppo di 34
milioni di euro, verrà ampliata di alcune centinaia di chilometri. Il fatto che
il Botswana sia tra i maggiori esportatori di carne di manzo in Europa è un fattore
rilevante per comprendere quali interessi vi siano dietro allo stanziamento di
queste cifre enormi. Ma oltre ad un forte interesse commerciale, sembra esserci
un altro motivo che spinge il governo del paese a spendere tante risorse per la
costruzioni di quello che, in fin dei conti, è un muro che ostacola la libera
circolazione della popolazione e degli animali: i duecento chilometri di rete
tutt’ora in costruzione sul confine con lo Zimbawe occorrono a fermare il flusso
di immigrati clandestini che arrivano in Botswana spinti dal miraggio del benessere
diffuso che caratterizza i due milioni d’abitanti del paese. Si calcola che oltre
trentamila migranti sono stati rimpatriati nello scorso anno, che siano circa
cinquecento le persone che quotidianamente tentano di introdursi illegalmente
nel paese spinti dalla fame e dalla disperazione.
Ma il portavoce di governo per gli affari esteri Clifford Maribe, smentisce prontamente
questa ipotesi affermando che la barriera occorre solo per evitare gli sconfinamenti
delle mandrie degli allevatori in territori stranieri e contenere i contagi tra
il bestiame (un anno fa un epidemia tra le mandrie provocò l’abbattimento di quasi
quattromila capi). Aggiunge però che nonostante il Botswana sia il “gioiello economico
dell’Africa” (secondo le stime del Forum Economico Mondiale con sede in Svizzera),
non ci sono risorse disponibili per garantire assistenza ai numerosi immigrati
che tentano quotidianamente di introdursi nel paese. Questo per l’alto tasso
di malati sieropositivi tra la popolazione (uno su tre, tra i tassi più alti di
tutta l’Africa) che assorbono, tra cure e prevenzione, gli ingenti ricavi che
provengono dall’esportazione di carne e dal traffico di diamanti.
L’affermazione di un portavoce del Presidente del Botswana che “punire corporalmente
i clandestini è giustificato”, è significativa rispetto all’atteggiamento scelto
dal governo per contenere il fenomeno migratorio. Così, anche se non vi sono testimonianze
precise e documentate sull’argomento, pare che siano in molti a morire bruciati
nel tentativo di saltare la rete o di stenti nella speranza di aggirarla seguendone
la corsa.
Ivan Tresoldi