12/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di un muro dimenticato che divide i popoli e uccide la natura
tra le maglie della reteE’ un’infinita rete metallica che luccica al  sole come un fiume d’argento, il “cordone sanitario” che corre per i vasti territori del Botswana. Quando la s’incontra nello sterminato orizzonte della savana sembra una barriera fragile, sottile, pronta ad essere spazzata via dalla furia del passo d’un branco di elefanti. Ma l’apparenza inganna: alta da qualche decina di centimetri fino ai tre metri, attraversata per tutta la sua lunghezza da elettricità ad alta tensione, è un confine insormontabile per chiunque tenti di oltrepassarlo: che sia una zebra, una mandria di gazzelle o un profugo dallo Zimbawe.
 
La sua costruzione comincia intorno agli anni cinquanta e prosegue nella seconda metà degli anni settanta, quando, raggiunta l’indipendenza politica dagli inglesi, il Botswana tenta di trovare un alternativa commerciale all’estrazione di diamanti (le miniere del paese garantiscono il 30 per cento dei diamanti in circolazione nel mondo ed il 70 per cento delle riserve della compagnia De Beers). Così, per assicurare agli allevatori la sicurezza delle mandrie dai predatori al pascolo in aree selvagge, fattore fondamentale perché l’allevamento potesse diventare una fonte commerciale rilevante per l’economia del paese, vennero eretti sempre nuovi tratti di recinzioni. Il progressivo frazionamento dei territori del paese e il crescere del peso politico degli allevatori, ha permesso che ad oggi siano più di cinquecento i chilometri di rete d’acciaio elettrificata che dividono i territori verdeggianti del Delta dell’Okawango. La sua corsa non si è fermata davanti a nulla: la barriera attraversa numerosi parchi nazionali, molti villaggi rurali, isola piccoli laghi e corsi d’acqua, impedendo a diverse specie protette di compiere il loro cammino naturale seguendo i flussi migratori. I delicati ecosistemi e la biodiversità di quest’area sono stati modificati irreparabilmente, migliaia di animali sono morti nel vano tentativo si cartina geografica del Botswanasaltare le recinzioni o di aggirarle, interi villaggi delle comunità San e Herero (si parla di quasi 40.000 persone) sono stati privati delle loro fonti d’acqua tradizionali o dei territori nei quali erano soliti cacciare o allevare il bestiame.
 
Nonostante le proteste di alcuni ambientalisti, il governo del Botswana non sembra intenzionato a smantellare nessun tratto della barriera che ad oggi supera i 500 km di lunghezza. Anzi, grazie ad un finanziamento europeo per lo sviluppo di 34 milioni di euro, verrà ampliata di alcune centinaia di chilometri. Il fatto che il Botswana sia tra i maggiori esportatori di carne di manzo in Europa è un fattore rilevante per comprendere quali interessi vi siano dietro allo stanziamento di queste cifre enormi. Ma oltre ad un forte interesse commerciale, sembra esserci un altro motivo che spinge il governo del paese a spendere tante risorse per la costruzioni di quello che, in fin dei conti, è un muro che ostacola la libera circolazione della popolazione e degli animali: i duecento chilometri di rete tutt’ora in costruzione sul confine con lo Zimbawe occorrono a fermare il flusso di immigrati clandestini che arrivano in Botswana spinti dal miraggio del benessere diffuso che caratterizza i due milioni d’abitanti del paese. Si calcola che oltre trentamila migranti sono stati rimpatriati nello scorso anno, che siano circa cinquecento le persone che quotidianamente tentano di introdursi illegalmente nel paese spinti dalla fame e dalla disperazione.
Ma il portavoce di governo per gli affari esteri Clifford Maribe, smentisce prontamente questa ipotesi affermando che la barriera occorre solo per evitare gli sconfinamenti delle mandrie degli allevatori in territori stranieri e contenere i contagi tra il bestiame (un anno fa un epidemia tra le mandrie provocò l’abbattimento di quasi quattromila capi). Aggiunge però che nonostante il Botswana sia il “gioiello economico dell’Africa” (secondo le stime del Forum Economico Mondiale con sede in Svizzera), non ci sono risorse disponibili per garantire assistenza ai numerosi immigrati un gruppo di zebre che tentano quotidianamente di introdursi nel paese. Questo per l’alto tasso di malati sieropositivi tra la popolazione (uno su tre, tra i tassi più alti di tutta l’Africa) che assorbono, tra cure e prevenzione, gli ingenti ricavi che provengono dall’esportazione di carne e dal traffico di diamanti.
 
L’affermazione di un portavoce del Presidente del Botswana che “punire corporalmente i clandestini è giustificato”, è significativa rispetto all’atteggiamento scelto dal governo per contenere il fenomeno migratorio. Così, anche se non vi sono testimonianze precise e documentate sull’argomento, pare che siano in molti a morire bruciati nel tentativo di saltare la rete o di stenti nella speranza di aggirarla seguendone la corsa.
 
                                                            Ivan Tresoldi
Categoria: Muri, Migranti
Luogo: Botswana